H 
Havi (dal lat. habet ) = ha; happi =ebbe (cu no ‘ndì vossi aviri no ‘nd’happi, solo chi non ha voluto non ne ha avuto). La “h” del verbo lat. è rimasta anche in alcune forme italiane, come questa | Havi duannora chi t’indi fuisti e ancora nenti figghj!?
Hiacca (fhiacca, xiacca, …) = stanchezza, tediosa debolezza, spacco, fenditura | Oggi cci àiu ‘na hiacca... (oggi ho una stanchezza...); ndà murammi cc’è ‘na hiacca (nella parete c’è una spaccatura) | La “f” di fiacca o di altri vocaboli come fiuri (fiore), fiatu o fiummi (fiume), seguita dal dittongo “ia / iu”, diventa muta e quindi va sostituita dalla “h” e perciò deve scriversi hiacca o hiummi, anche se rispecchia ben poco la tonalità brontese. In altre parole con la “f” ho visto, invece, che essa rimane foneticamente tale e quale, esempi: fammi = fame, fetu = puzza, fìmmina = donna, focu = fuoco, fumèri = letame; invece in “fiacca”, “fiancu”, “fiummi”, “fiatu”, “fiuri”, “fiàvuru”, fhiufhiaròru, ecc. la “f” scompare e diventa appena una aspirazione che io indicherei con la “H” per cui foneticamente scriverei “hiacca”, “hiummi”, “hiuri”, “hiàvuru” (nl) | Qualcuno altro consiglia di usare per la “F” di “fiummi” (e di altre pronunzie consimili come ad es. fiàvuru, fiascu) la lettera “X” (xiacca, xiummi, xiàvuru, xiàscu) con suono aspirato. Ma quel ch’è certo è l’impossibilità trasformare in scritto l’esatta pronunzia brontese di queste parole | Nell’Introduzione al dialetto siciliano (Noto, 1882) Corrado Avolio scriveva: «Come fare, a mò d'esempio, per trascrivere con lettere toscane sciatu (flatus), se dagl'italiani il nesso se dinanzi a vocali dentali si pronunzia come in sciame, scemo, scimia, e nella suddetta parola siciliana è una fricativa dello ste·sso genere, ma di suono più debole? Si adottò da alcuni il x, da altri il se o il c. Ultimamente, in una radunanza di dotti cultori di lettere siciliane tenuta in Palermo, si stabilì di trascriverlo con “c” (ciatu); e, come si vede, per non uscire dall'alfabeto toscano, si girò attorno alla questione, senza risolverla» | Vedi in merito anche quanto scrive N. Russo in queste pagine. Hiaccari = fendere, spaccare. Hiaccari ligna ca ccetta (spaccare legna con l'ascia).
Hiànchi = fianchi | Rinchjìrisi i hianchi (accaparrarsi,
mangiare in abbondanza). Hiascu = fiasco, piccolo contenitore di argilla a forma di anfora adatto a contenere ben fresco vino ad uso personale da portare con se durante i lavori nei campi. La perfetta convivenza: vinu bbonu e fhiàscu ri crita.
Hiatàri = tirare il fiato, alitare. Hiatu (Sciatu, Fhiatu, Xhiatu, impossibile trascrivere l'esatta pronunzia) = fiato, alito | Fhiatu me! (fiato mio, modo di dire di tono affettuoso). Pigghjari
shiatu (prendere fiato, riposarsi).
Hiàvuru (dal lat. fragare) = odore, olezzo | Fari fhiàvuru r’acitu (odorare di vino guasto, di aceto, dare l’impressione o essere poco raccomandabile) o ri mari (odorare di mare, dare l’impressione o essere gay) | Altri modi siciliani di scrivere la parola: fiàvuru, sciàvuru, xiàvuru). |
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 ''U fhiascu
 'U fhjummi (Il Simeto) a Petrarussa | Hiocca (cat. Xoca) = chioccia. Hioriàri (dal lat. fragrare) = odorare, emanare odore | Fhiorìaru su pisci e viri si feti (odora il pesce e vedi se puzza). Hiuhiàri = soffiare | Hiùhia ‘u luci cu hiuhiaròru = alimenta (fiùfia, sciùscia) il fuoco con il soffietto (fiufiaròru). Hiuhiaroru = soffietto, cannello. Un piccolo attrezzo domestico fatto da un segmento di canna lungo circa 30 cm, svuotato all'interno, con il quale si soffiava sul fuoco per ravvivarlo evitando così di avvicinare il viso alla fiamma (aL). (v. anche "Fiufialoru") Hiummi = fiume. | ’U fhiummi per i brontesi è il Simeto che scorre ai piedi di Bronte | L'aforismo 'U fhiummi tira petri sta ad indicare un periodo di difficoltà economiche. (L. M.) Hjuri = fiore (altri modi siciliani di scriverlo e pronunciarlo: fiùri, ciùri, sciùri, xiùri).
| Le Influenze Gallo-Italiche nel Dialetto brontese Nel periodo della dominazione normanna molti centri siciliani furono colonizzati da popolazioni lombarde, piemontesi e liguri.
Nel comune di Bronte non avvenne mai questa colonizzazione a differenza del contiguo comune di Maniace il quale, nell'epoca normanna, accolse una colonia proveniente dal Monferrato al seguito della contessa Adelasia, moglie di Ruggero I. Il comune di Maniace, quindi, faceva parte della cosiddetta “Lombardia siciliana perduta”, che comprendeva, oltre al comune messinese di Capizzi, anche Maniace con i suoi casali. Bronte, quindi, non fu colonizzata dalle popolazioni dell'Italia settentrionale, ma, secondo la testimonianza di Benedetto Radice, scomparendo nel 1425 Maniace come centro abitato, si verifica una “emigrazione di massa” dei cittadini maniacesi verso il comune brontese e ciò spiegherebbe la presenza delle influenze galloitaliche nel dialetto brontese. Nel caso del dialetto brontese, in realtà, l'influenza galloitalica è limitata alla componente fonologica, a differenza dei comuni della cosiddetta “area alloglotta galloitalica siciliana” quali San Fratello, Acquedolci, Novara di Sicilia, Fondachelli Fantina in provincia di Messina, Nicosia, Sperlinga, Aidone e Piazza Armerina nell'Ennese. Andando alle caratteristiche del dialetto brontese c'è da dire che, per quanto riguarda i vocalismi, il fenomeno più importante da riscontrare sta nel fatto che, nella parlata locale brontese le vocali e ed o sono sempre chiuse, per esempio in parole come fora (fuori) o appressu (appresso) la o di fora e la e di appressu vengono pronunciate chiuse. Ovviamente, il concetto di chiuso si riferisce alla posizione delle labbra durante la pronuncia, infatti una vocale pronunciata con le labbra aperte dà origine ad una vocale aperta, mentre quando le labbra tendono a chiudersi si hanno le vocali chiuse. Bisogna dire che questo fenomeno è molto importante per far capire la particolarità del dialetto brontese; infatti nel dialetto siciliano le vocali e ed o sono sempre aperte, per cui tale fenomeno è indice di un'influenza esterna che appunto è l'influenza lombarda. Andando ai consonantismi possiamo notare che il nesso consonantico – ll -, che in siciliano diventa – dd -, in brontese rimane invariato, ad esempio un catanese enuncia bbeddu, mentre un brontese dice bbellu; rimangono invariati anche i nessi – mb - e – nd - che in siciliano vengono assimilati, infatti, per un catanese è normale dire quannu veni u bbamminu dove, come evidente si ha l’assimilazione di – mb - in bambino, che diventa – mm -, e del nesso – nd - in quando, che diventa – nn -. Questo tratto è anche esteso a parole siciliane come stòmmacu che non derivano dal nesso – mb -, infatti in brontese si dice stòmmacu. I fenomeni linguistici esposti esplicano la particolarità del dialetto brontese. Da queste considerazioni inoltre si può dedurre che il dialetto è, non solo uno strumento di comunicazione, ma anche uno strumento culturale che può essere usato come reperto al pari degli scavi archeologici. E' quindi evidente che il dialetto può essere utilizzato quale ottimo strumento di indagine per l'analisi diacronica di una determinata società. (Dario Milazzo) Da Bloc Notes, periodico di attualità, cultura e informazione, n. 8, Ottobre 2010, Adrano. I due disegni con un immaginario paesaggio di Bronte (sopra) e le forre laviche del Simeto con la chiesa dell'Annunziata (a destra) sono stati liberamente realizzati su nostre indicazioni dall'IA (Copilot). - In merito alle Influenze Gallo-Italiche nel Dialetto brontese ascolta anche 'U ventu 'i tramuntana (voce di Vincenzo Russo) - |
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