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La progettazione esecutiva è stata affidata allo studio degli architetti Luigi
Longhitano e Giuseppe Paparo che si sono avvalsi della collaborazione degli
architetti Giovanni Longhitano, Alessandro D’Amico, Salvina Lo Iacono ed Elisa
De Luca.
La chiesa nel divenire dei lavori si è rivelata, una
miniera di sorprese sia per quanto riguarda il manufatto architettonico che
per quanto riguarda le opere d’arte.
«Intervenire – scrive l’arch. Luigi
Longhitano, progettista e direttore dei lavori - scoprendo sotto il pavimento
delle ossa umane (probabilmente, antiche sepolture di monaci basiliani);
rinvenire un’antica tela del 700 della Madonna del Lume; capire che le statue
lignee, sotto una grossolana pittura successiva al 1860, nascondevano manti in
foglia d’oro finemente disegnati; restare esterrefatti dalla scoperta degli
affreschi murali di chiara impronta seicentesca, nell’altare maggiore; o
stupirsi che il crocifisso ligneo (l’antico notaio dei brontesi), datato in
fase progettuale alla fine ottocento, è, invece, una scultura lignea di grande
pregio, dove l’anatomia del corpo umano rileva sicuramente un modello
medievale, da collocare nella tradizione del settecento palermitano;
certamente questa esperienza e le scoperte ad essa legate danno un valore
aggiunto alla professione di architetto.»
L’antica tela della Madonna del Lume è stata rinvenuta dietro una
paratia nella cantoria unitamente ad altri quadri.
Si comprese subito
l’autenticità, il valore storico e l’importanza della ‘Tela’ che si presentava
in uno stato di notevole degrado e si decise di restaurarla, grazie anche alla
disponibilità del locale Rotary Club Aetna Nord – Ovest.
Il quadro
raffigura la Madonna con una schiera di Angeli che
circonda il suo volto sorreggendo sul capo della Vergine una corona.
La
Vergine, vestita da una lunga veste bianca, con una fascia tempestata di gemme
preziose che le cinge con leggerezza i fianchi ed un manto azzurro, regge in
grembo Gesù Bambino sorridente e, con la mano destra, un'anima peccatrice
nell'atto di precipitare all'inferno. Alla sua sinistra un angelo in ginocchio
sorregge un cestino sul quale Gesù conservava i cuori dei peccatori
convertiti, per intercessione della Madre.
«Il dipinto, - scrive l'arch. Luigi Longhitano - venne portato da
Palermo a Bronte dal Venerabile Ignazio Capizzi, si presume nel 1760, in
occasione di una visita alla madre morente.
Il Capizzi opera nel quartiere
palermitano della Kalza, in cui esiste la chiesa di S. Cristoforo dove è vivo
il culto della Madonna del Lume, lavorando a stretto contatto con il Pittore
Gaetano Mercurio, presunto autore della tela. Il dipinto di notevole fattura è
costruito sulla sezione aurea, l’altezza della vergine è pari a 1.61 rispetto
alla misura dell’intera tela.»
Padre Gesualdo De Luca nella sua Storia della Città di Bronte (1883) lo
ricorda esposto all'altare maggiore: «...pregevole il quadretto della Madonna
del Lume all'altare maggiore».
Sempre alla Madonna del Lume è dedicata a Bronte (in via Cavallotti)
un'edicola votiva recentemente restaurata,
probabilmente della stessa epoca del quadro di S. Giovanni.
Nella fase di restauro dell’altare maggiore viene alla luce un’altra importante scoperta. Vengono
ritrovati degli affreschi, sotto il vecchio intonaco.
«Le prime tracce – continua Longhitano - si erano rinvenute lungo le lesene
che contornano, il complesso dell’altare.
Si ritiene che quando fu rifatta la
facciata nel 1790 come indica l’iscrizione sul portale principale della
chiesa, per una unità tardo barocca, si sono sacrificati gli affreschi oggi
riportati alla luce, risalenti alla meta del seicento, in cui il culto del
“Pantocratore” è chiaro.
L’iconografia generale è un omaggio al ritrovamento
delle ossa di S. Rosalia, avvenuta a Palermo nel 1625.
Infatti l’insieme
riprende l’immagine centrale della cattedrale di Monreale, da cui dipendeva
Bronte come diocesi.
Completa la composizione pittorica la Madonna dal volto
di una popolana e Santa Rosalia.»
Gli affreschi della calotta dell’altare maggiore, stile seicento siciliano,
hanno dimensioni di 5 metri per 3 circa e sono databili del XVII sec..
Oggi la navata della chiesa si presenta arredata con poltroncine imbottite ed
illuminata con applique lungo gli altari laterali e luci di emergenza per una
confortevole e sicura permanenza all'interno dell'edificio. Oltre al restauro degli altari, delle statue e dei quadri il progetto
esecutivo ha contemplato l’accessibilità ai portatori di handicap con un
ingresso laterale ricavato dalla via San Giovanni, l'adeguamento degli
impianti, idrico, elettrico, fognario e la realizzazione di un pacchetto di
impianti (telefonico, televisivo, audio, video e di climatizzazione) che
caratterizzeranno la chiesa ed il suo riuso anche come auditorium come una
struttura tecnologicamente all'avanguardia, con la possibilità di realizzare
conferenze e di armonizzare i più avanzati sistemi audiovisivi.
Sono stati predisposti ambienti di servizio rimodulati in modo da poter
servire alle esigenze dell'auditorium realizzando dei muovi w.c. separati per
sesso e per portatori di handicap. La qualità architettonica degli interni nonché del complesso architettonico di
fattura barocca di S. Giovanni, ne consentono ora sia il tradizionale riuso di
edificio sacro sia anche un nuovo utilizzo come sala conferenze od auditorium
di musica sacra in grado di assolvere alle esigenze della popolazione
scolastica e della collettività brontese. La bellezza barocca della chiesa è in particolare esaltata dalla cappella
dedicata a Santa Rosalia, il cui interno è decorato con stucchi in stile di
scuola Serpottiana, massima espressione dell’arte barocca in Sicilia. [Per maggiori informazioni
sul restauro della chiesa vedi
Chiesa di San Giovanni / Genesi del restauro ] |
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Il Crocifisso Notaio
Nella chiesa di S. Giovanni degno di nota è un Crocifisso
posto sul terzo altare (a destra entrando). Di stile barocco siciliano è
della prima metà del XIX secolo, di autore ignoto.
Di dimensioni 3,30 x 1,80 metri circa è in legno scolpito, dipinto e decorato
con foglia d’oro. Corre una leggenda (riportata dallo storico brontese Benedetto Radice nelle sue Memorie storiche di Bronte) |
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che in passato il Crocifisso fosse
eletto come testimone e notaio nelle pattuizioni che i
brontesi usavano fare verbalmente davanti a Lui.
La tradizione non ricorda alcun debitore che sia venuto meno alla sacra e solenne promessa, come spesso, invece, avveniva (e avviene) con i contratti pubblici.
Ecco cosa scrive il Radice:
«Una leggenda corre ancora per bocca dei Brontesi sul crocifisso. Era quel crocifisso, poco artistico in vero, dai nostri buoni nonni, tempi beati di fede, tenuto come testimone e notaio nelle contrattazioni.
Creditore e debitore presentavansi innanzi a Lui: “O santissimo Crocifisso di S. Giovanni, diceva il creditore, sii tu testimone che alla tua presenza io dò onze 100 a Tizio in prestito, da restituire fra un anno”. “0 santissimo crocifisso di S. Giovanni, rispondeva il debitore, ricevo da Caio onze 100, che alla tua presenza mi obligo restituire fra un anno, innanzi a Voi sotto pena della mia dannazione”.
La tradizione non ricorda se qualche debitore sia venuto meno alla sacra e solenne promessa. Ora i popoli progrediti in civiltà s’ingegnano di romper fede ai pubblici contratti e stimano stracci di carta le convenzioni anche internazionali. Oh tempora, Oh mores!» | |
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Le logge di S. Giovanni
Attorno
alla chiesa di S. Giovanni esistevano alcune logge, simili a quelle vicine
alla chiesa del Rosario (vedi foto): di esse sopravvive fra i nostri anziani
il detto «ridursi sotto le logge di San Giovanni»
(per chi ha perduto tutto e - come scrive il Radice -
"né ha più né loco né foco").
Parlandosi poi in Bronte di qualcosa non portata a compimento, un tempo si
diceva che era «come il campanile di S. Giovanni»
e il suo orologio che suonava a capriccio si portava ad esempio di persona
estrosa dicendo che era «come l'orologio di S.
Giovanni».
Il Radice ricorda anche come, nel
1737, nella Chiesa di San Giovanni fu istituita ed operò a lungo
una congregazione di preti sotto il titolo di Santa
Maria degli Agonizzanti e che lo squillante suono della piccola
campana della chiesa soleva annunziare a tutti l’agonia dei moribondi.
Nelle elezioni del 21 Ottobre/4 Novembre 1860 i brontesi nella Chiesa di San Giovanni, votarono l’annessione
della Sicilia all’Italia («Bronte, votanti millenovecentonovantaquattro,
tutti pel si»).
Nel passato la chiesa è stata sconsacrata ed
è stata utilizzata per eventi vari.
Un
finanziamento per 997.488 euro,
concesso nel 2006 dall’assessorato regionale ai Beni culturali, ne ha consentito il
completo restauro, la
consegna della chiesa alla cittadinanza nel Dicembre 2010 ed il tradizionale riuso di edificio sacro ma anche un nuovo utilizzo
come sala conferenze od auditorium di musica sacra. |
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