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I CONFLITTI TERRITORIALI
Vertenza Bronte-Cesarò
Una rivendicazione territoriale
durata oltre 150 anni
Sotto tale nome è comunemente intesa
una causa lunga e dispendiosa che il Comune di Bronte, con l’intervento anche
della Provincia di Catania e del Duca Nelson, intraprese per oltre mezzo secolo
col limitrofo Comune di Cesarò, la Provincia di Messina e il Duca di Cesarò.
La vertenza riguardava la giurisdizione territoriale, sia amministrativa che
giudiziaria, di circa 15 mila ettari di territorio che il Comune messinese
reclamava come di sua pertinenza.
Si è protratta inizialmente per circa
75 anni in campo giudiziario e negli anni seguenti (parliamo soprattutto del
primo decennio del 1900) anche in campo amministrativo e, soprattutto, politico
per poi spegnersi gradualmente senza trovare mai sbocco definitivo in un
giudizio finale per arrivare fino ai nostri giorni (2009) e morire fra
l’indifferenza generale.
Ebbe origine con la scomparsa delle tre
antiche Valli (Valdemone, Val di Noto e Val di Mazara) con le quali era divisa
territorialmente la Sicilia e che la costituzione del Regno di Sicilia del 1812
eliminò disponendo una nuova divisione in sette Valli minori o Distretti o
Province.
Ciascun Distretto era delimitato con una mappa con la descrizione completa.
Nella mappa del Distretto di Mistretta i confini, che sono in parte quelli di
Cesarò essendo questo l’estremo comune che divide la provincia di Messina da
quella di Catania, erano così indicati: (Il distretto di Mistretta) “confina a
Levante con la Comarca (oggi circondario) di Patti sino al Fondachello:
quindi la linea di demarcazione incontra il fiume
di Bronte (il Simeto) con cui scende fino all’unione di questo col
fiume di Troina. Si accompagna con questo sino alla terra dei Voti e sotto la
masseria di Monastra passa tra Capizzi e Cerami. Rade le falde boreali del Monte
Campanito, passa a mezzo di Castelluccio e lungo le falde del monte Gallina,
s’imbatte nel fiume di Pollina, nel corso del quale se ne scende sino al mare e
bagna le coste a tramontana”.
Quindi per il Comune di Cesarò quasi 15 mila ettari di territorio situato a
monte del “fiume di Bronte” doveva essere considerato di propria competenza
territoriale e non del Comune etneo. Insomma dall'oggi al domani Bronte si
trovava a perdere oltre la metà del suo territorio e proprio quello composto da lucrosi boschi
(per l'epoca erano una vera ricchezza), pascoli e terre seminative.
Nel 1921 il cesarese Francesco Schifani nel suo libro “Cesarò, Cenno
geografico – storico – demografico (Tipografia Stesicoro Simeone,
Giardinetto a Toledo 8, Napoli, 1921, pag. 85) scriveva che «la vertenza con
Bronte, nella quale sono rispettivamente intervenuti la provincia di Messina e
di Catania, il Duca Nelson e il Duca di Cesarò, si è agitata da circa 75 anni,
prima in campo giudiziario e poi di recente, nel campo amministrativo.»
Mentre Bronte sosteneva che il limite
territoriale fosse segnato dai torrenti Cutò e Semantile, S. Nicola, dalla Rocca
di Rapiti e da una retta dal Torrente Cutò al bosco Barrilà, come tracciato
sulla Carta dello Stato Maggiore e del Touring Club, Cesarò sosteneva invece che
il confine era dato dal "fiume di Bronte" e dal torrente Saracena sino ad
arrivare a Monte Trearie e Serra del Re così come l’indicava la carta dello
Schmettau.
In altri termini si trattava di risolvere sotto quale giurisdizione
amministrativa e giudiziaria erano gli ex feudi di Sant’Andrea, Pizzo, S.
Nicolò, Semantile, Grappidà, Petrosino, Boschetto, Porticelli, Cavallaro,
Foresta Vecchia e terre seminative di Maniaci, per una estensione di circa
15.000 ettari.
1841, l'inizio
Il dissidio, la prima
volta, sorse nel 1841 in occasione di un conflitto di competenza fra il giudice
di Bronte e quello di Cesarò per l’accertamento di un reato commesso nell’ex
feudo di Sant’Andrea.
La Gran Corte Suprema di Giustizia di
Palermo, richiamando la legge del 1812, il Decreto del 1817 e la legge del 1819
e ricordando che il fiume di Bronte costituisce la linea di demarcazione fra il
Distretto di Mistretta e quello di Catania, risolvendo il conflitto, ritenne la
competenza dei R. Giudice del Circondario di Cesarò cui rinviò la causa.
“Attesochè – scriveva la Suprema Corte di Cassazione di Palermo nella sentenza
del 1° Maggio, 1841 - è costante che l’ex feudo S. Andrea è dentro la
demarcazione che la Divisione attribuì al Distretto di Mistretta, perchè situato
alla riva diritta del fiume di Bronte, limite divisorio certo e inalterabile
..., invia la causa al Giudice di Cesarò.»
Ancora il cesarese Francesco Schifani
ci ricorda anche le numerose sentenze che intervennero nella questione: «nello
stesso anno (10 Agosto 1841) anche la Gran Corte Civile di Catania fu dello
stesso avviso in altra analoga questione, e quella di Messina il 3 Maggio 1842,
ritenne che gli ex feudi Grappidà e S. Nicolò facevano parte del Circondario di
Cesarò, accennando che il confine fra i due Distretti di Catania e Mistretta è
dato “dalla linea di demarcazione formata dall’alveo del fiume detto della
Saracena, che si unisce e continua coi fiume denominato di Bronte e quindi
coll’altro appellato di Traina”.
Con altre sentenze del 5 Luglio 1842 e del 27 Agosto 1845, la stessa Corte di
Messina ritenne che gli ex feudi S. Niccolò e Semantile erano compresi nel
territorio di Cesarò; e per il solo ex feudo Semantile decisero anche la Gran
Corte di Catania il 16 Maggio 1846 e 10 Maggio 1852 e quella di Messina il 1
Giugno 1852. Infine la Cassazione di Palermo, con sentenza del 9 Settembre 1873,
ebbe ancora occasione di occuparsi della controversia decidendo a favore di
Cesarò.» In seguito a tale sentenza il
Comune di Cesarò ritenne di propria competenza i territori ed impose ed inizio a
riscuotere la tassa bestiame su alcuni degli ex feudi anzidetti.
Nel 1887 dopo richiesta del Comune di Cesarò, venne a
Bronte il cav. Chiaro, ispettore del Ministero; dopo di che seguì un parere
sfavorevole del Consiglio di Stato – Sezione interni del 12 Aprile 1895.
Giugno 1901, il Decreto Giolitti
Nel 1899 Bronte non volle più
sopportare che su quei feudi, in parte di sua proprietà e in parte di proprietà
dei Duca Nelson, venisse imposta dal comune di Cesarò la tassa bestiame e
rinnovò la lite.
Dopo decenni di ricorsi, pareri legali,
polemiche infinite (per illegittimità ed incostituzionalità) ed un nugolo ben
nutrito di avvocati e periti al servizio delle parti, la vertenza territoriale
sembrò risolversi in modo positivo ancora a favore del Comune di Cesarò il 13
Giugno 1901.
Per porre termine all’annosa questione, il Ministero Giolitti,
con Decreto Reale, uniformandosi alla legge organica
del Parlamento Siciliano del 1812, che allora reggeva le circoscrizioni
territoriali in Sicilia, rettificò definitivamente i confini fra Cesarò e Bronte
dichiarando che i feudi in contestazione facevano parte del territorio di
Cesarò.
Giolitti “con un sol tratto di penna”
- scrissero alcuni giornali - distaccava oltre 12.000 ettari di territorio
brontese (dodici ex “feudi” fra cui quello di Forestavecchia) per darlo a Cesarò
impoverendo e spogliando il Comune di una parte molto produttiva del suo
territorio.
Il parere del 17 Maggio 1901 N. 2515
che veniva richiamato a far parte integrante del Decreto, “premesse le dotte e
savie considerazioni”, arrivava nella conclusione che il territorio in
controversia apparteneva nei riguardi della Circoscrizione giudiziaria,
amministrativa e finanziaria non del Comune di Bronte, ma di quello di Cesarò.
Una conclusione gravemente lesiva degli
interessi del Comune etneo e può ben immaginarsi lo sconcerto e lo sgomento che suscitò fra la
popolazione e le violenti polemiche politiche che ne seguirono.
Sindaco
dell’epoca era
il cav. uff. avv. Placido De Luca,
discendente (erano suoi zii) dai più famosi cardinale
Antonio Saverio e dal prof. Placido.
Un personaggio molto discusso specie per i suoi rapporti con l'ambiente
della Ducea (era in ottime relazioni con monsieur Fabre e l’avv. notaro
Luigi Saitta, rispettivamente amministratore e procuratore e difensore del
duca Nelson); era stato eletto nel 1895 ed aveva vinto anche le successive
elezioni del 1902 ma per durare nella carica solo pochi mesi, fino al
Gennaio 1903, quando il Consiglio comunale, dopo un’ispezione
amministrativa, fu sciolto con regio decreto controfirmato da Giolitti.
«Non bisogna dimenticare - scrivevano
con ironia in un manifesto i suoi avversari politici – che il consesso
municipale nella vertenza con Cesarò ebbe un aiuto inspirato in S. E. il Duca
Nelson, che, per affetto a Bronte, mise a disposizione del Comune la sua
borsa e la sua influenza; che telegrafò al Re per non firmare il decreto,
e che da quel momento tra il detto duca e quindi tra il suo procuratore Signor
Luigi Saitta ed i capoccia municipali, fu fatta la pace, solennemente confermata
con la transazione tra il comune di Bronte ed il duca, sulle diverse questioni
su cui pendevano litigi…».
Immediatamente dopo il Decreto Giolitti
fu formato un collegio di difesa per contestarlo, furono presentate anche
interpellanze alla Camera (dal randazzese on. Vagliasindi). Lo stesso on.
Vagliasindi, in una seduta della Camera dei Deputati del 21 giugno 1901, portava all’attenzione dei deputati la questione Bronte-Cesarò,
interrompendo il discorso sul bilancio dell'on. Giolitti (all'epoca ministro dell’interno) con un vivace scambio di battute
e di «vivacissimi apostrofi» e conseguente sospensione della seduta.
Così La Stampa di Torino riportava l’episodio il giorno dopo:
(Interruzioni dell'on. Vagliasindi. Vivi rumori. Approvazioni a Sinistra)
Giolitti: «Sulla questione per la quale l'onorevole Vagliasindi si agita per
partito, il Consiglio di Stato … (nuova e violenta interruzione dell'on.
Vagliasindi. Rumori vivissimi)
Giolitti: «Sì, vi ha una questione a proposito di Bronte, che riguarda il
collega Vagliasindi.» (applausi a Sinistra)
Vagliasindi: «Non è vero!»
Giolitti (battendo forte il pugno sul banco) ripete: «Sì, è vero; e su
questa questione il Ministero consultò il Consiglio di Stato.»
Vagliasindi: «Lo so; il Consiglio di Stato è stato consultato, ma il Consiglio
di Stato è stato truffato.» (Scoppio di altissime urla di disapprovazioni a
Sinistra).
Niccolini, sottosegretario di Stato, ed altri deputati, gridano: «Basta!
Ritirate quelle parole!»
Qui succede uno scambio di vivacissimi apostrofi, che per la dignità del
Parlamento non vi telegrafo.
Vagliasindi (in preda a grande agitazione): «Sì, sì, truffato!»
Molti colleghi vicini gli sgridano: «Smettila, taci!»
Vagliasindi continua a gridare: «Fu proprio truffato» (Nuove altissime
interruzioni con grida infernali di: «Basta! Fuori! Ritiri! Fategli ritirare
le parole!»)
Presidente: «Richiamo vivamente all'ordine l'on. Vagliasindi. Il suo contegno è
indegno della solennità del momento e della dignità dell'Assemblea. Sospendo la
seduta.»
Bronte, unitamente
alla Provincia di Catania ed alla ducea dei Nelson, impugnò il R. Decreto 13 Giugno 1901 innanzi la IV
Sezione del Consiglio di Stato.
«Oggi alla IV Sezione del Consiglio di Stato - scriveva sempre La
Stampa sabato 24 Agosto 1901 - si è discusso il
ricorso della provincia di Catania, del Comune di Bronte e di lord Nelson, duca
di Bronte, contro il Comune di Cesarò, in provincia di Messina, per la
sospensione del decreto 13 giugno, col quale si distraevano 12,000 ettari di
terreno dal Comune di Bronte per aggregarli al Comune di Cesarò. Sostennero le
ragioni dei ricorrenti gli onorevoli Cavatola, Gallo e l'avv. Giovanni Martini.
Il ricorso fu accolto e il decreto sospeso. Gli opponenti erano difesi da Nocito.
Ricorderete come, durante la discussione del bilancio degli interni, la
questione dette luogo a un incidente fra Giolitti e Vagliasindi.»
Dicembre 1901, la sentenza del Consiglio di Stato
Il Consiglio di Stato con una prima
discussione, il 20 Dicembre 1901, respinse “tutte le eccezioni di
nullità, per incompetenza, per vizi istruttorii, ed ogni altra qualunque menda
formale” e pur ammettendo la validità del Decreto fortunatamente lo “sospese pel
resto di definitivamente pronunziare”.
La sentenza
(estensore della sentenza fu il
referendario consigliere Valli) constava di ben trentacinque fogli. In
alcune parti decideva definitivamente (cioè per le eccezioni di forma) e per il
resto rimandava il tutto in attesa di ulteriori accertamenti.
Il Consiglio di Stato– scrive il cesarese Schifani - «con l’elaborate e dotte
decisioni respingeva tutte le eccezioni di nullità per incompetenza e vizi
istruttorii ed altra qualunque emenda formale rimproverata dai ricorrenti al R.
Decreto, dichiarando che in virtù del medesimo giustamente la linea di confine
tra Bronte e la Provincia di Catania da una parte e Cesarò e la Provincia di
Messina dall’altra rimase determinata in consonanza al disposto della legge del
Parlamento Siculo del 1812, legge tuttora in pieno vigore. Sospendeva, pel
resto, di definitivamente pronunciarsi disponendo che i rilievi tecnici fossero
affidati ad una commissione composta: di un professore universitario di
geografia, di un membro del Consiglio Supremo dei Lavori Pubblici e di un
ufficiale dello Stato Maggiore dell’Esercito.»
Fu quindi nominata dallo stesso
Consiglio una Commissione tecnica composta “dagli illustri geografi e tecnici”
prof. Porena della Regia Università di Napoli, dal colonnello Ripamonti dello
stato maggiore dell'esercito e dall’ingegnere Navà del consiglio superiore dei
LL. PP.” che, sei mesi dopo la sentenza, nel Giugno 1902, visitava
i luoghi contesi per identificare i punti di confine, previo invito alle parti
in causa di assistere e dedurre quanto reputassero di loro interesse.
Intanto a Bronte la controversia, con
l’esito poco favorevole dell’iter giudiziario, assumeva sempre più valenza di
lotta politica.
Era diventata terreno di scontri polemici e di lotta fra il sindaco dell’epoca
Placido De Luca e l’opposizione
capeggiata dal deputato
Francesco Cimbali (militava nel
gruppo politico dell'on. Giolitti) che si accusavano a vicenda di indifferenza e
di disinteresse nei confronti della vertenza pur in mezzo all’enorme dispendio
di risorse che la lite comportava per le casse comunali.
Fra l'altro in un momento così delicato
sopraggiungeva per la politica locale il colpo di grazia:
un’inchiesta amministrativa, disposta da Giolitti nel 1902 e fatta dal
commissario prefettizio Poidomani, riscontrò gravi irregolarità e malversazioni
sia nella gestione amministrativa del Comune sia a carico anche del Tesoriere
comunale del tempo, Pietro Margaglio, tanto che Giolitti a febbraio 1903
firmò un
Decreto di scioglimento del Consiglio
comunale.
«Per le liti - si legge nella relazione
che accompagnava il Decreto di scioglimento - il Comune stipendiava prima
due avvocati senza nomina regolare, ma sopravvenute due vertenze col duca Nelson
e col comune di Cesarò si sono aggiunti altri nove avvocati, numero
esagerato per quanto sia l'importanza delle due questioni. La prima di esse poi
si è affrettatamente transatta senza neppure sentire la difesa del Comune a
condizione che ritengonsi poco vantaggiose. Per la seconda pendente innanzi la
quarta sezione del Consiglio di Stato gli amministratori per tutto lo scorso
mese di settembre senza alcuna deliberazione che li autorizzasse, spesero circa
L. 6000 per soli viaggi fra Catania e Roma.» (Giornale di Sicilia, anno XLIII n.
39, Palermo, Domenica-Lunedì 8-9 Febbraio 1903)
Nonostante queste folli spese le due
fazioni politiche brontesi si accusavano reciprocamente di non aver fatto nulla
o quanto meno di aver fatto poco per evitare prima l'emanazione del Decreto
Giolitti e poi un pronunciamento così disastroso per il Comune da parte della
Consiglio di Stato.
Sorsero comitati popolari per la difesa
del territorio, si organizzarono manifestazioni d’ambo gli schieramenti.
«Stamane – scriveva un giornale vicino al sindaco Placido De Luca, Il
Corriere di Catania
(n. 34 del 3 Febbraio 1902) in un articolo dal titolo Il comizio di Bronte
per la vertenza territoriale - apparve affisso alle
cantonate un manifesto che invitava il popolo a riunirsi in comizio alle ore
15 nel nostro teatro per propugnare i diritti di Bronte nella quistione
territoriale con Cesarò e per far voti d'esacrazione contro chi trasandò i
diritti del comune. Essendosi giudicato che il manifesto nella forma alludesse
alla amministrazione comunale, il Sindaco e i consiglieri non furono invitati
sebbene cortesemente avessero concesso il teatro.
Ma essi nondimeno intervennero e furono accolti con applausi dalla folla che
gremiva il teatro e che attendeva impaziente l'arrivo del Comitato promotore.
Il Comitato giunse alle ore 16, ma gli oratori non furono fatti parlare
sopraffatti da urli e fìschi. Il Sindaco inutilmente invocò che si ascoltassero
in silenzio le accuse per potersi difendere. Il delegato fu costretto a far dare
gli squilli e sciogliere il comizio.
La folla sgombrato il teatro si riversò nella via e si recò applaudendo al
Municipio donde parlarono il Sindaco De Luca e il Cav. Pace esortando la
popolazione a fidare nella giustizia della causa e nel Governo del Re.
Al municipio venne distribuito uno stampato rifacente la storia della vertenza
Bronte-Cesarò e invitante alla calma.
Frattanto il comitato promotore del comizio seguito dagli aderenti si recò in
piazza Castiglione (di fronte il Circolo di cultura, ndr) dove furono
dette parole invocanti la soluzione della vertenza. Il contegno del delegato e
dei carabinieri fu corretto. Diverbi piccoli, incidenti nessuno.»
Alla decisione della IV Sezione del
Consiglio di Stato il Comune di Bronte e la Provincia di Catania proponevano
ulteriore ricorso alla Corte di Cassazione di Roma - Sezioni Unite, per
incompetenza ed eccesso di potere. «Ma dall’alto Consesso giudiziario – scrive
Schifani - furono dichiarati inammissibili i ricorsi con sentenza 21 Marzo
1903».
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Il Regio Decreto 13
Giugno 1901 «Vittorio Emanuele
III, ecc.
Sulla proposta del nostro Ministro Segretario di Stato per gli
affari dell’interno: vedute le
deliberazioni 30 Settembre 1877, 8 Agosto 1883 e 5 Dicembre
1891 del Comune di Cesarò (Messina) per la rettificazione del
confine fra lo stesso Comune di Cesarò e quello di Bronte
(Catania) nel senso che fosse dichiarato formar parte del suo
territorio gli ex feudi di S. Andrea, Pizzo, S. Nicolò,
Semantile, Grappidà, Petrosino, Boschetto, Porticelli,
Cavallaro, Foresta Vecchia e terre seminative di Maniaci;
vedute le controdeduzioni del Comune di Bronte;
vedute le deliberazioni del 22 Aprile 1891 e 21 Gennaio 1893
dei Consigli Provinciali di Catania e di Messina, vedute le
varie memorie susseguenti presentate dai due Comuni
interessati e gli atti tutti alle vertenze riferenti, veduti i
pareri emessi dal Consiglio di Stato nell’adunanza del 112Aprile 1895 e 17 Maggio 1901, le considerazioni del quale
ottimo parere s’intendono qui riportate, veduta la legge
Comunale e Provinciale, abbiamo decretato e decretiamo:
Art. 1 — Il territorio costituente gli ex feudi di S. Andrea,
Pizzo, S. Nicolò, Semantile, Grappidà, Petrosino, Boschetto, Porticelli, Cavallaro, Foresta Vecchia e terre seminative di
Maniaci formano parte nei riguardi amministrativi e finanziarii del Comune di Cesarò.
Art. 2 — In conformità della suddetta delimitazione saranno
corrette le mappe catastali dei Comuni di Bronte e di Cesarò.
Ordiniamo ecc.
Dato a Roma addì 13 Giugno 1901
Vittorio Emanuele — Giolitti». |
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CONSIGLIO DI STATO La sentenza del 20 Dicembre 1901 Il dispositivo (...)
«La sezione, previa, in quanto ancora possa occorrere,
dichiarazione di riunione dei ricorsi sovraspecificati: 1. Fermo ritiene, a tutti rispettivi effetti di ragione,
l'intervento in causa di lord Nelson duca di Bronte e di don
Giovanni Antonio Colonna Romano, duca di Cesarò, alle cui
eccezioni d'immobilità dei ricorsi di cui si tratta, punto non
attende. 2. Respinge tutte le eccezioni di nullità per incompetenza e
per vizii istruttori ed altra qualunque menda formale,
rimproverate dai ricorrenti al R. D. 13 giugno 1901. 3. Dichiara che in virtù di quel regio decreto giustamente la
linea di confine tra Bronte e la provincia di Catania da una
parte e Cesarò e la provincia di Messina dall'altra, rimane
determinata in consonanza del disposto della legge del
Parlamento siculo del 1812, legge tuttora in pieno vigore. 4. Sospende pel resto, di definitivamente pronunciare e
dispone intanto che il Ministero dell'Interno:
a) faccia innanzi tutto ricerca dello esemplare della carta della Sicilia dello Schmettau, annesso alla legge del 1812 e rinvenendolo, se ne procuri copia integra ed autentica.
b) nomini in ogni ipotesi non più tardi del primo maggio 1902, una commissione composta di professori universitari di geografia, di un membro del Consiglio superiore dei lavori pubblici e di un ufficiale dello stato maggiore dell'esercito, commissione la quale dovrà recarsi sui luoghi contesi e, previo invito alle parti in causa di assistere e dedurre i quanto reputassero di loro interesse,
- identificare i punti di confine risultanti dalla
legge del 1812 ed annessa sua mappa; - indicare i
tratti in linea che fossero necessari a stabilire la
continuità della delimitazione ed istituire quindi gli
opportuni confronti tecnici fra il risultato del suo lavoro e
le dichiarazioni di pertinenze territoriali fatte dal R. D.
anzidetto.
Dovranno alla commissione essere dal ministero consegnati
tutti gli atti e documenti relativi alla controversia. 5. La commissione anzi detta sarà tenuta a riferire entro
quattro mesi dalla data della sua nomina. 6. Entro quindici giorni successivi a quello nel quale
perverrà al ministero la relazione di cui sopra, dovrà questa,
con tutte le carte tenute presenti dai commissari, essere
depositata nella segreteria di questa IV Sezione del Consiglio
di Stato. 7. Le spese per la commissione saranno anticipate dal comune
di Bronte e dalla provincia di Catania, ciascuno per la metà e
su carico definitivo di esse, come di qualunque altra spesa
ripetibile, verrà provvisto nell'ulteriore decisione.» |
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Febbraio 1902 Un comizio per la vertenza territoriale «Ecco la cronaca fedele del Comizio tenutosi in Bronte l'altro
ieri e che noi non preannunziammo per evitare falsi allarmi.
Nelle prime ore di domenica scorsa apparve affisso alle
cantonate della tranquillissima città di Bronte il seguente
manifesto: Cittadini!
I diritti, da più secoli esercitati dal nostro Comune sul
territorio, pericolano.
E' nostro, grande interesse, è sacrosanto dovere di tutti noi
concorrere perchè essi, pur troppo trasandati, ci rimangono
illesi.
Uniti nel santo amore alla terra che ci vide nascere, che ci
ha cresciuti, che ci ha educati, mostriamo che è ingiusto,
sleale, lo attentato ai nostri diritti ultra secolari, e
tenaci nei propositi, non ci arresteranno la pertinacia, la
prepotenza di chicchessia. Cittadini,
Oggi alle ore 3 p. m. raduniamoci tutti, in solenne
Comizio, nel nostro Teatro Comunale, per affidare al governo
del Re Leale la tutela dei nostri diritti. Unanimi esecriamo
chiunque ad essi possa esser funesto; scongiurando la grave
tremenda sciagura che ci sovrasta.
Bronte, 2 febbraio 1902.
Il Comitato Quel manifesto, che in altri tempi avrebbe potuto
ritenersi cosa di nessun conto in seguito alla decisione della
IV Sez. del Cons. di St., variamente interpretata sui giornali
della capitale e sui nostri, parve una manifesta allusione
all'opera della Amm. Comunale che aveva dato ampio mandato di
fiducia al sindaco Cav. Placido De Luca ed al Cons. Prov. cav.
Salvatore Pace Dibella.
Ciò produsse malumori che circolarono durante la giornata;
tanto che il sindaco, il cav. Pace e tutti i Consiglieri, non
volendo restare sotto l'incubo di una accusa indeterminata, si
presentarono alle ore 15, sebbene non invitati, e sebbene
avevano già concesso il teatro e la musica cittadina, in
teatro.
Ma in quell'ora non si trovarono i membri del comitato
promotore, mentre il teatro erasi mano mano andato affollando.
L'attesa parve lunga ed alle 15 1/2 il popolo cominciò a
rumoreggiare; anzi; avendo visto entrare in un palchetto il
Cons. Prov. Cav. Pace, il Cav. De Luca sindaco ed alcuni
consiglieri ed assessori li fece segno ad una manifestazione
vivissima di simpatia, tanto che il Sindaco fu costretto a
prendere la parola e ringraziare.
Ma l'attesa si prolungava, tanto che i presenti volevano
salire sul palcoscenico per compiere l'opera del Comitato che
facevasi attendere.
Il Sindaco fu costretto a riprendere la parola e far rilevare
come convenienza richiedeva di attendere almeno un’ora.
Alle ore 16 apparve la musica, mentre dalla porta
secondaria entrò il Comitato che prese posto con il delegato
di P. S. ed alcuni carabinieri, sul palcoscenico.
Ma un
immenso urlo, accompagnato da fischi assordanti, accolse il
Comitato; il teatro pareva dovesse crollare.
Il Presidente del
Comitato dottor Cimbali, circondato dai suoi amici e da due
bandiere, fece invano segni di voler parlare; gli urli, i
fischi e le invettive non cessavano. Invettive furono lanciati
ai fischianti della platea e dei palchi da quelli che
occupavano il palcoscenico.
La scena è indescrivibile, il momento assai grave. Il delegato
invocò silenzio, chiedendo lasciare parlare. Ma le sue parole
riuscirono inascoltate, anzi furono coperti di fischi ed urli.
Altri fischi ed urli scoppiarono quando con voce altissima un
avvocato cieco, sig. Liuzzo, riuscì a dire: Cittadini
brontesi. Ed ai fischi si aggiunsero invettive atroci. Qualche
altro oratore tentò invano di parlare.
Anche il Sindaco da un palchetto prese la parola invocando
silenzio; affinchè gli accusatori del palcoscenico
formulassero le accuse. Ma le sue parole vennero seguite da un
altro urlo interminabile e da continui fischi che impedirono,
ad un oratore del quale ci sfugge il nome, di continuare la
seguente frase incominciata: Noi non veniamo qui per ….
E poichè gli urli continuavano e le raccomandazioni del
Sindaco non riuscivano a calmare gli animi eccitati tanto di
quelli della platea e dei palchi, che di quelli del
palcoscenico, reputandosi dal delegato inutile rimanere là,
dopo circa un'ora di fischi ed urli, vennero ordinati i soliti
tre squilli, che da qualcuno furono ritenuti come preludio di
qualche inno o marcia.
Ma quando il delegato mise fuori la
sciarpa e le baionette dei soldati e dei carabinieri apparirono sulle scene, il popolo si riversò fischiando ed
urlando fuori trovavasi il sindaco ed i consiglieri che furono
fatti segno ad una manifestazione di simpatia e furono coperti
di applausi.
Intanto il Comitato coi suoi aderenti uscì per ultimo dal
Teatro, gridando viva Cimbali rispondendo altri con altri
evviva.
Avvenne uno scambio di parole vivaci; il delegato fece
caricare la folla per evitare che si venisse alle mani. Un
carabiniere inciampò e trasse con se a terra alcuni del
Comitato, ma nulla di grave si deplorò.
Per opportuna misura di prudenza le bandiere apparse sul
palcoscenico vennero riposti in un sito sicuro e non apparvero
in piazza.
Intanto chiuso il Teatro la folla preceduta dal Sindaco, dal
cav. Pace Di Bella e dagli assessori e consiglieri comunali
percorse la via principale del paese acclamando l’Ammin.
Comunale.
Ogni tanto si udì un grido di abbasso i cesarotani
di Bronte; però in piazza Castiglione il Sindaco, da una
gradinata disse alla folla plaudente: abbasso nessuno, viva la
giustizia, viva il Re.
La dimostrazione proseguì per via Umberto ed in piazza
della Madonna della Catena parlò il cav. Paci Di Bella
incitando i dimostranti a sciogliersi, fidenti nella giustizia
che non mancherà essere fatta a Bronte ad onta dell'opera di
qualunque avversario del bene.
Ma i dimostranti applaudendo ancora non si sciolsero, ma
seguirono fino al Palazzo municipale i rappresentanti del
comune. Quivi furono distribuiti alcuni fogli volanti che
contenevano in riassunto la storia della vertenza, e mettevano
in evidenza come l’Amministrazione che tiene il potere abbia
fatto risorgere la questione, quale novello Lazzaro, già da
tempo sepolto e dimenticato dall’Amministrazione che l'aveva
preceduto.
Il foglio andò a ruba.
Frattanto parte del Comitato promotore del Comizio non potuto
riuscire, seguito dagli aderanti giunse fino a piazza
Castiglione dove il Dott. Cimbali inneggiò il Governo del Re e
si augurò che la vertenza Bronte Cesarò fosse risoluta.
L'oratore venne applaudito e quindi anche questa dimostrazione
si sciolse pacificamente.
Fino a tarda ora nei circoli, nelle farmacie, nei caffè ed in
tutti i luoghi di riunione si commentò variamente quanto era
accaduto nella giornata. Noi limitandoci alla pura cronaca
diciamo che mentre gli amici dell'amministrazione dicono che
il comizio di domenica consentito per stigmatizzare la
condotta dell'Amministraz., è finito con riuscire una solenne,
unanime, trionfale affermazione della fiducia che essa gode
della grandissima maggioranza del paese.
Invece i promotori del Comizio si lagnano che siano stati
interpretati male i loro sentimenti; che sono stati
sopraffatti ed è stata impedita la libertà della parola, e che
potendo parlare avrebbero tolto l'equivoco o il malinteso.
In un caffè, da un sentenzioso omaccione abbiamo
raccolto questo giudizio, che può essere anche di un
indifferente: Quello di oggi è stato un referendum sommario
che ha giudicato delle cose del nostro paese!!!» (Il Corriere di Catania, Anno XXIV, n. 35 del 4
Febbraio 1902) |
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Agosto 1902
Parere della Commissione Tecnica Roma 7 ore 20.15 Cas.
Ecco le
conclusioni della Commissione Tecnica (Colonnello Ripamonti e
sigg. Rava e Pareno) nominata dalla Sez. IV del Consiglio di Stato
che confermano il buon diritto della vostra Provincia e del Comune
di Bronte, di fronte alle assurde ed inutili pretese del Comune di
Cesarò: - Omissis - Come risulta da quanto forma oggetto
dei due numeri precedenti, indipendentemente dal significato che
voglia darsi alle parole, feudo o territorio, la
parte di terreno o di regione contestata, la quale verrebbe a
trovarsi al di fuori della linea di confine della Comarca di
Catania, tracciata dalla legge, non dovrebbe, ad ogni modo,
quando ne fosse esclusa questa comarca, aggiudicarsi a quella di
Mistretta, come è stabilito dal R. Decreto 13 giugno 1301, ma
bensì a quello di Patti, corrispondente all'attuale circondario di
Patti, salvo piccola porzione a Sud, o meglio sulla destra del
Cutò, costituita dall'ex feudo di S. Nicolò, la quale sola
dovrebbe passare alla comarca o circondario di Mistretta.
E ciò attenendosi al compito puramente tecnico imposto alla
Commissione, senza cioè entrare nel merito delle altre ragioni di
ordine giudiziario, per le quali il parere della I Sezione del
Consiglio di Stato, facendo assoluta astrazione del confine
imposto dalla legge del 1812 vorrebbe che la parte di territorio
in questione, malgrado fosse compreso nei limiti della comarca di
Patti, venisse aggiudicata invece a quella di Mistretta, e per
questa al comune di Cesarò. E qui potrebbe ritenersi esaurito il mandato della Commissione,
(…) [L’Imparziale, 7 Agosto 1902] |
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