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Il venerabile Capizzi e la sua influenza sulla cultura siciliana di Antonio Blandini L’umile pecoraio, nato nel 1708 a Bronte, che da oscuro figlio del popolo analfabeta divenne medico, sacerdote, teologo e scrittore e fondò un importante Collegio Si è appena concluso il III centenario della nascita del venerabile Ignazio Capizzi, l’umile pecoraio nato nel 1708 a Bronte, che da oscuro figlio del popolo analfabeta lasciato nell’ignoranza e nella miseria, divenne medico, sacerdote teologo e scrittore, benemerito per aver anche fondato, in un clima d’assolutismo illuminato, il celebre Collegio, istituzione educativa di prim’ordine e prestigioso semenzaio della cultura, dal quale è uscita una schiera di intellettuali come Nicola Spedalieri, i cardinali Mariano Rampolla del Tindaro e Saverio De Luca, il nunzio apostolico Sebastiano Nicotra, i fratelli Cimbali, il vescovo Giuseppe Saitta, Luigi Capuana. E alla biblioteca, che ne costituisce uno dei molti tesori, lo scrittore menenino donò una copia del suo “Teatro Italiano” con una dedica: “al Collegio di Bronte (dove cominciò la sua febbre dello scrivere,- come egli stesso ebbe adire) come piccola espiazione di tutte le mie scapataggini di collegiale”. La straordinaria vita del “S. Filippo Neri di Sicilia” s’intreccia con i protagonisti della storia di ben quattro diocesi siciliane. Secondo di 4 figli, rimasto presto orfano di padre, il piccolo Ignazio fu mandato a pascere il gregge “vestito di albagio, le scarpe di pelo, il capo tosato”. Morto il fratello maggiore, incoraggiato dalla madre, la filandaia Vincenza Cusmano, avvertì la vocazione al sacerdozio mentre a Bronte, vivaio di intelligenze in fuga, frequentava l’oratorio dei Padri Filippini, per poi passare a quello di Caltagirone. Rientrato a casa, avendo preso lezioni private di teologia, ricevette l’abito clericale e gli ordini minori dal metropolita di Messina, ma per necessità divenne commesso di farmacia. Ancor molto giovane, pur di studiare da seminarista, dimorò come “chierico di camera” alla corte del vescovo di Lipari, Pietro Platamone, che prima iniziò a beffeggiarlo e poi lo cacciò via. Il testardo mandriano si recò allora a Roma dove, nonostante fosse stato “dotato”, gli fu negato il sacerdozio dal cardinale di Monreale, Acquaviva e dal suo vicario che risiedeva a Palermo. Per sopravvivere trovò lavoro come sguattero presso l’ospedale del capoluogo siciliano ma, grazie al sussidio materno, intraprese gli studi di medicina fino all’abilitazione alla professione. Ammalatosi gravemente e guarito miracolosamente, nonostante già esercitasse da “pratico fisico”, riprese gli studi da esterno al Collegio Massimo dei Gesuiti per avviarsi al sacerdozio. Acquisita una solida preparazione, si laureò in Teologia e il 26 maggio 1736, festa di S. Filippo Neri, fu ordinato dal vescovo di Molfetta, il principe Giuseppe Bartolotta, adottando come motto: “A Dio la gloria, al prossimo il vantaggio, per me il sacrificio”. Chiamato ovunque per la fama di santità, divenne apostolo itinerante, confessando e predicando i quaresimali in dialetto. Trascorse all’Albergheria una vita di mistica e contemplazione, fondando confraternite per operai ed artisti, opere pie di carità, ospizi per sacerdoti ammalati, collegi, ricreatori e “ginecei” per ragazze “pericolanti”. Povero, si fece servo dei più poveri, dei di carcerati e degli infermi, dopo aver rifiutato per umiltà il canonicato della cattedrale e la soprintendenza dell’ospedale Nuovo. Calunniato ingiustamente, senza reagire nonostante il carattere vulcanico, subì per due volte l’umiliazione della sospensione a divinis, ma non tralasciò d’accorrere ovunque si verificavano sciagure, come fece nel 1743, in occasione della peste a Messina. L’opus magnum della sua vita, trascorsa tra stenti ed afflizioni, fu la fondazione, nel 1774-78, di una Scuola Casa d’istruzione ed educazione, “palestra di cristiana e civile formazione” della gioventù, quasi un ex voto di gratitudine per i sacrifici della mamma, rivolto a “dirozzare e catechizzare i poveri”. Raccogliendo 30mila scudi, riuscì con l’aiuto dei suoi estimatori, nell’audace impegno d’istituire un’opera di grande valore sociale, un convitto laico destinato a laici, in origine prevalentemente pastori e contadini, anche se fungeva, di fatto, da seminario per chierici, dal momento che Bronte, proprietà feudale dell’Ospedale Grande di Palermo come dipendenza dell’abbazia di Maniace mentre si avviava a passare sotto la signoria ducale dei Nelson, era lontana 4 giorni di viaggio da Monreale, di cui la diocesi di Catania era suffraganea. “Populus aedificatìvit, Rex dotavit”, fu scritto sulla facciata del Collegio chiamato, dopo l’Unità, non più Borbonico ma Reale. Il fondatore-costruttore non aveva preteso nulla per sé, neanche il nome, perché considerava rettore perpetuo Gesù Cristo. Ne mise a patrono S. Filippo, ma adottando la ratio studiorum dei Gesuiti con docenti degli ambienti culturali della capitale. Il Real Collegio Capizzi divenne il più importante centro di formazione umanistica della Sicilia orientale nei secoli XVIII e XIX. Logorato dall’impegno missionario, il “S. Francesco e il S. Vincenzo de’ Paoli del sec. XVIII”, fu ospitato dall’Oratorio dell’Olivella, a Palermo, dove continuò, da geniale pastore d’anime, una febbrile attività. Pervaso dalla spiritualità di S. Alfonso M. de’ Liguori, divenne maestro di spirito e superiore della Casa di Esercizi. Antonio Corsaro, il prete poeta, avvicinò “in mistica e scrittura” il venerabile a S. Teresa perché, come la grande riformatrice carmelitana, scriveva adoperando la parlata della gente. Capizzi si spense il 27 settembre 1783: nelle sue “inutilissime” costole dilatate furono trovati i segni di quel dardo infuocato che gli aveva ferito il cuore durante una predica. Entrò subito nella leggenda e i cantastorie cantarono a lungo le sue gesta. Dichiarato venerabile nel lontano 1858, recentemente è ripresa la causa di beatificazione. Dal 1994, i suoi resti sono onorati nella chiesa del Collegio. (Antonio Blandini, La Sicilia, 17 novembre 2009] | 
Il busto marmoreo (a sinistra), posto nell'atrio del Collegio, è opera dello scultore romano Michele Spina e fu realizzato nel 1883 in occasione del I° centenario della morte del Venerabile. Della sua realizzazione si interessò anche Enrico Cimbali, allora residente a Roma. Costò complessivamente 1.419,65 lire (di cui 100 per spedizione, 13,65 per spese daziarie e 306,30 per la colonna sulla quale è posto).
 | La chiesa del Sacro Cuore, posta al centro del prospetto del Real Collegio Capizzi fra l’ala antica settecentesca e quella neoclassica, conserva al suo interno le spoglie del Ven. Ignazio Capizzi, traslate da Palermo a Bronte nell’Aprile 1994. Il Capizzi morto nel convento dell’Olivella il 27 Settembre 1783, era stato ivi sepolto. |  | Nel 1949, in considerazione delle condizioni pietose in cui era ridotta la Chiesa dell'Olivella per i bombardamenti aerei del 1943, dopo una ricognizione autorizzata dal Vaticano, era stato traslato e tumulato, nella chiesa della Sapienza, annessa al collegio fondato dal Venerabile stesso. Il monumento funebre, opera di Ivo Celeschi (1993), è stato donato da un ex allievo del Collegio Capizzi, l'on. Marcello Dell'Utri (Gruppo Fininvest). La scultura che sovrasta la piccola tomba del venerabile rappresenta il modo, lacerato e sconvolto da emarginazioni, ingiustizie, violenze, sul quale, da un seme aperto, germoglia e s'innalza una alta croce, segno di speranza e di giustizia. Porta la scritta "Bronte - al fondatore del Real Collegio che del suo nome si fregia - A.D. 1993" |
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