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Partendo sempre dal classico Pitrè, di cui ho
parlato nel precedente argomento, e aggiungendo sullo
specifico “Natale” un altro nome: Carmelina Naselli(1) la quale, secondo Antonino Cusumano, che ne ha curato l’
articolo sul sito Internet, ha parlato del Presepe e della sua
evoluzione, nonché dei personaggi sempre vari ma nella
tradizione, e passando poi ai riti religiosi e alle feste
familiari, si è soffermata sui pranzi che si ammannivano.
Noi faremo una zumata su quanto avveniva a Bronte seguendo il
filo della mia memoria e di quanto avevo sentito dai miei
nonni e dai miei genitori.
Il presepio (questo era il termine
che si usava di preferenza) era l’unico simbolo del Natale,
perché non si conosceva o non si adottava ancora quello dell’
albero, originario delle nazioni nordiche; e non si curavano
molto e in modo sempre vario, la scenografia e i personaggi, ma si limitava
all’essenziale: la capanna, costruita non di
cartapesta o altro materiale da acquistare (i soldi erano rari
e sempre pochissimi), ma col muschio che si raccoglieva in
campagna (allora molto vicina al paese); i personaggi erano
quelli essenziali: Maria, Giuseppe, il Bambinello, il bue e l’ asinello, alcuni
pastori e i tre Magi, con l’immancabile
stella che li aveva guidati.
L’attenzione, però, era concentrata sul Bambinello.
Molte famiglie avevano in casa, fra la poca ed umile suppellettile, una campana
di vetro con dentro un Bambinello, anche solo,
adornato con qualche gioiello di famiglia, generalmente una
collana che la padrona di casa aveva ricevuto come dono
nuziale e che, generosamente, aveva ceduto al Bambinello.
In casa della mia nonna materna, Nunzia la “genia”,
della quale ho detto in qualche altro mio scritto, c’era
proprio una campana di vetro, abbastanza grande (forse 60 cm.
di altezza e 30 di diametro) dentro la quale, appoggiato su un
cuscino cremisi, sorrideva un Bambinello bellissimo con una
meravigliosa collana di grossi coralli al collo.
Le chiese per i loro presepi si contendevano i più bei
Bambinelli del paese e quello di mia nonna era sempre il
prescelto dalla chiesa Matrice, vicino alla quale era la casa
di mia nonna e nostra; quindi noi, proprio nel periodo di
Natale, non potevamo disporre del nostro Bambinello che
sostituivamo con un altro più piccolo, che fungeva da
supplente: ma eravamo non solo contenti, ma addirittura
orgogliosi che il nostro Bambinello venisse adorato da una
gran folla alla Matrice.(2)
La tradizione del presepe, se depurata delle altre
sopraggiunte dopo, potrebbe essere la testimonianza basilare
delle nostre radici cristiane che sostituirebbe benissimo
qualsiasi dichiarazione di principio inserita in atti
ufficiali di Stato.
La festa in casa era allietata non da pranzi raffinati e
pantagruelici, come sottolinea la Naselli, ma da cibi
ordinari, come pasta, carne, frutta locale di stagione, dolci
caserecci e vini locali sfusi e, solo in alcune case, il
rosolio della nonna, sempre fatto in casa. Per alcune
famiglie questo era uno dei tre pranzi annuali assieme a
quello della Pasqua e della protettrice del paese:
l’Annunziata.
In verità noi a Bronte eravamo, ma credo che sia ancora così,
privilegiati in quanto avevamo anche un santo protettore, S.
Biagio: quindi i pranzi annuali diventavano quattro. E per
molte famiglie erano veramente feste, perché alcune mangiavano
sempre legumi e verdura selvatica di campagna, la pasta la
domenica e la carne, appunto, nelle cosiddette “feste
comandate”.
In casa nostra o di mio nonno paterno e di mia nonna
materna c’ era, grazie a Dio, una certa abbondanza e,
specialmente mia nonna, ci faceva trovare uva passa, mostarda
e mostaccioli di fichidindia, “biscotti, nuvuretti,
coszaruci e filletti,”(3) che erano la nostra passione; poi
in casa c’era sempre vino del migliore, anche se spesso dava
d’aceto, perché l’enologia popolare non era molto progredita.
Si compravano anche dolci confezionati dalle poche pasticcerie
del paese: ricordo quella antica dello zio Nunzio Isola, la
cui moglie era una Lupo, o come dicevano i popolani una
lupa, in cui si trovavano i famosi “cannori ” e,
d’estate, “i scumuni”(4) o
le granite di caffè con panna.
Naturalmente la festa del Santo Natale si onorava anche
indossando i vestiti buoni che, pertanto, si chiamavano quelli
della festa: gli uomini sposati indossavano quello nero
usato il giorno del matrimonio e che veniva indossato anche
per i lutti e fino al giorno della morte: immaginate quanto
durava!
L’abbigliamento delle donne invece consisteva in una “sottana”,
che era una gonna lunga, e sopra “u spensiri”, che
era un corpetto attillato e spesso ricamato; il tutto completato da calze nere
di filo di Scozia, regolarmente fatte in casa ai ferri, e le “scarpine”
nere fatte dal calzolaio che, allora, non era solo il ciabattino. Gli accessori
erano una borsetta di seta nera ornata di coralli anche colorati, e un
fazzoletto fantasia da mettersi in testa, specie in chiesa, se non usavano “u
fazzurittuni” o scialle, di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente.
Se questo era l’abbigliamento delle feste, quello di tutti
gli altri giorni consisteva, per gli uomini, in pantaloni di
“doccu “, cotone come quello dei jeans d’oggi, ma anche
di colore diverso dal blu, camicia di cotone o flanella, a seconda della
stagione, e giacca di velluto a coste, calze di cotone o di lana fatte dalle
donne di casa e rattoppate quando si rompevano, e scarpe alte robuste e quasi
sempre chiodate, fatte dal calzolaio di fiducia che, all’ occorrenza, le
riparava svariate volte prima che fossero buttate. Il copricapo era la classica
“coppura”, spesso nera se si era a lutto.
Il soprabito non esisteva per i contadini i quali usavano
“‘a capuccia”, uno strano indumento tessuto con filato di
capra al telaio di casa tutto intero, senza maniche e con un cappuccio (onde il
nome) non triangolare, ma modellato come un casco.
Ricordo che, per molti anni dopo la prima guerra mondiale, i
reduci portavano la mantellina grigioverde, il tascapane, gli scarponi e le
fasce sopra le calze, o addirittura sostitutive, per andare a lavorare in
campagna.
Per le donne gli indumenti erano come quelli della festa, ma
di tessuti più dozzinali, spesso fatti in casa, sui quali indossavano una
“pillirina” (da pellegrino?), una piccola mantella di lana fatta ai ferri a
forma di mezzaluna, che si appoggiava sulle spalle e che copriva anche il petto.
Passiamo ora alle manifestazioni esterne, per esempio
la musica: era quella delle “ciaramelle” (o cornamuse )
che mi ricordano la bella poesia di Giovanni Pascoli(5),
Le ciaramelle, studiata alle Elementari o al Ginnasio
Inferiore, ma che non ricordo, però faceva vivere l’atmosfera
del Natale, portata dai pastori dalle campagne. Anche adesso
nelle città si vedono dei pastori venuti da fuori che, però,
non riescono a creare quel clima di dolce e fantasiosa attesa,
e sono in sostanza dei questuanti qualsiasi. |

«I personaggi erano quelli essenziali: Maria, Giuseppe, il
Bambinello, il bue e l’ asinello, alcuni pastori...» |

«Molte famiglie avevano in casa, fra la poca ed umile
suppellettile, una campana di vetro con dentro un Bambinello» |
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| La
mostarda di fichidindia e (sotto) i "Cuori" (o "coszarùci") |
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