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La vendemmia era un’altra bella e piacevole esperienza
della mia fanciullezza, perché era una vera e propria festa che, forse,
ricordava gli antichi “Baccanali“.(1)
I piccoli proprietari di vigneti con tutte le loro famiglie e parte della
parentela e degli amici, il giorno stabilito per la vendemmia, si recavano nella
loro vigna per raccogliere tutti insieme l’uva, che dalle nostre parti era solo
uva da vino, e non da tavola.
Naturalmente portavano una ricca colazione al
sacco da offrire ai loro ospiti in cambio della spontanea collaborazione alla
raccolta.
C’erano sempre uno o più contadini con asini o muli per il trasporto
dell’uva al più vicino palmento(2) per la pigiatura, e per il trasporto del mosto(3)
ricavato alla cantina o a casa.
Io ricordo ancora almeno due vendemmie: una a Maletto in contrada “Babbotti”,
sulla strada per Randazzo, nel grande vigneto dei nostri amici Zappalà; era una
meravigliosa giornata di un autunno ancora caldo, sebbene fossimo a quota forse
superiore ai 1000 m., e la comitiva era numerosa sia di parenti e amici, che di
contadini; la raccolta fu veloce e festosa perché sarebbe stata seguita da una
vera e propria scampagnata.
Infatti, portata tutta l’uva al palmento dove, sotto
il controllo di un rappresentante dei proprietari, sarebbe stata pigiata il
giorno dopo, le donne della comitiva, coadiuvate da alcune contadine,
cominciarono a preparare il pranzo che in parte era costituito da vettovaglie
portate pronte da casa, mentre altre, come la salsiccia di maiale, confezionata
“a punta di coltello” e condita con sale, pepe e semi di finocchio,
sarebbe stata cucinata alla brace in modo caratteristico: poste due grosse
pietre a trenta cm. l’una dall’altra e poggiate su di esse due tegole, asportate
provvisoriamente dal tetto di un capanno vicino, veniva acceso sotto di esse un
fuoco di sarmenti(4) che avrebbe infuocato le tegole sulle quali allora
sarebbe stata appoggiata la salsiccia che in poco tempo si sarebbe rosolata ben
bene spandendo tutt’intorno un odore che avrebbe provocato l’acquolina in bocca
a tutti, anche se già appagati di quanto si era mangiato: pane con aggiughe
salate, che i contadini mangiavano integralmente dopo averle sbattute contro una
gamba per farne cadere il sale, formaggio pecorino locale e salumi fatti in casa
nell’inverno precedente con le carni del maiale che era stato ucciso nel periodo
di Carnevale.
Il tutto innaffiato dal vino della stessa contrada dell’anno
precedente.
Una cosa che mi rimase impressa in modo particolare di quella vendemmia fu il
caffè fatto per tutti ma non con una grossa caffettiera, ma “alla turca”
in un grande paiolo di rame, di quelli che servivano per farci la polenta, che
in quelle zone, se mancava il granoturco, si faceva con la farina di ceci che
era ugualmente buona.
Dopo il caffè gli uomini vollero fare una specie di gara di tiro al piattello e,
fattosi prestare da un contadino un “du’ canni”, in mancanza del
piattello, lanciarono in aria la paglietta rigida di mio padre finchè tutti la
crivellarono di colpi in modo che la ridussero un colapasta!
Una seconda vendemmia, questa volta con pigiatura, fu quella dell’uva del nostro
“rinazzu”, fatta da tutta la mia famiglia affiancata da “papà Ninu”, zio
di mio padre e patrigno di mia madre, e quindi con grande scampagnata con ricca
colazione al sacco.
Nel primo pomeriggio la poca uva raccolta fu portata
al palmento che si trovava dopo “u tundu” (il balcone di Bronte sulla
splendida vallata del Simeto!) allo “scialando”, dove si pigiava l’uva
alla vecchia maniera, cioè a piedi nudi, e a quella operazione prendemmo parte
anche noi ragazzi che ci divertimmo moltissimo, ma ne uscimmo ubriachi per le
forti esalazioni del mosto che assaggiammo pure.
Un ricordo particolare mi evoca il trasporto dei grossi quantitativi di mosto
che provenivano dai vigneti della “serra e gullìa” e che venivano
effettuati da carovane di muli che portavano tre otri(5) ciascuno. Il capo-carovana
alle porte del paese, verso i “cazzerabò”, dava fiato alla “buccina”(6)
con suoni prolungati e modulati a seconda della proprietà, per avvisare il
cantiniere perché aprisse la cantina e predisponesse le botti in cui travasare
il mosto per la prima fermentazione.
All’arrivo della lunga carovana l’odore del
mosto si spandeva per le vie donde passava e dalla cantina dove veniva
depositato e i paesani facevano i pronostici su quali sarebbero stati i migliori
vini e ne pregustavano le generose bevute.
Per analogia devo dire qualcosa del “vinucottu” che, malgrado il nome,
non ha nulla a che fare col vino, perché, da noi, si ricava dalla cottura dei
fichidindia sbucciati, poi passati al setaccio per eliminare tutti i semi, e
fatto cuocere ancora fino a farlo ridurre ad un terzo di quanto era
inizialmente.
Con esso si poteva fare, con l’aggiunta di farina, la mostarda
che, messa in formette raffiguranti pesci, cuori o altri simboli, ed essiccata
al sole, diventava un dolce nutriente che serviva per la colazione o la merenda
durante l’inverno; o anche i “mastazzora” che erano un prodotto più
raffinato che cosparso di altro vincotto su cui si spargevano confettini
multicolore, si offrivano anche agli amici in visita e venivano chiamati “
mastazzora a’ lìffia”.
In quella stagione si poteva mangiare a colazione
anche il vincotto da solo intingendovi fette di pane abbrustolito.
Ma la vera
passione per noi ragazzi era mangiare la prima neve appallottolata in una tazza
e innaffiata da vincotto: una vera leccornia!
Mi piace chiudere questo argomento con la citazione di due
vecchi motti brontesi: il primo che esprime l’essenzialità della vita
“Pani e vinu
s’invita u parrinu!”,
e il secondo che stigmatizza l’ingiusta disuguaglianza sociale
“Cu zappa bivi acqua e cu non zappa bivi a’
butti!”
Bari, 19 Maggio 2005
Nicola Lupo |
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LA VENDEMMIA A
BRONTE
poesia di Filippo Isola, il medico-poeta
(1860-1919)
Nella vigna è lo stuolo mattiniero
per vedovarne i tralci: con modesto
coltel l’uva recide e nel paniero
gitta, o l’addenta se appetito è desto;
curvo sotto il panier colmo, il sentiero
prende che mena ove il bel frutto. è pestò;
fra canti e ciance all’operar primierò
torna e ritorna allegramente e lesto.
Cerca il fanciul la chiocciola e la rana.
Sul capofila il mulattier si mette
dei muli carchi d’otri, e s’allontana;
col bùccino, che imbocca qual tritone,
aria sonora a gote gonfie emette
per il mosto annunziar del suo padrone. |
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[1] I Baccanali erano le antiche feste romane in onore di Bacco che,
come tutti sappiano, era il dio dell’ uva e del vino. |
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[2]
Il palmento era costituito da un locale in cui erano state
costruite due vasche, sovrapposte una sull’ altra, in modo che
su quella superiore si metteva l’ uva da pigiare, il cui succo
( il mosto ) defluiva direttamente in quella inferiore., dalla
quale poi veniva prelevato per essere trasportato alle
cantine.
[3]
Il mosto è il succo dell’uva che, poi, con la fermentazione,
diventa vino.
[4]
I sarmenti sono i tralci delle viti. |
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Antico pigiatoio per
l'uva in Contrada Colla |
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"La raccolta fu veloce e festosa perché sarebbe stata
seguita da una vera e propria scampagnata"
[5]
Otre = recipiente per liquidi (vino o olio) a forma di sacco,
ricavato da una intera pelle di capra, conciata e cucita.
L’antica mitologia greca racconta che il dio Eolo rinchiuse i
venti proprio in un otre che, una volta diede a Ulisse perché
propiziasse il suo ritorno nella sua Itaca.
[6]Buccina = conchiglia ritorta di grosse dimensioni, usata come primitivo mezzo di
segnalazione acustica. Ne parla il Carducci in una sua poesia
che, però, in questo momento non ricordo. |
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Antica formetta per mostrarda |
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