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S

Sacchìna = sacchetto per la biada da dare ai muli o agli asini.
Saddàru = pescivendolo. “Ingiuria” di Salvatore Bruno, mio
padrino di battesimo.
Saddi (dal latino “sardus”, in quanto proveniente dalla Sardegna)
= sarde.
Saddi a beccafìco = spinate e accoppiate con condimento e pan
grattato e passate al forno.
Sàia (?) = Era un canale derivato da un fiume le cui acque
servivano per irrigare i campi e per azionare un mulino.
Saĵmmi (dal lat. volgare sagimen ) = saìme, strutto.
Saittuni = coniglio appena svezzato (A. F.)
Saliprìszu (dallo spagnolo salpreso) = formaggio fresco o
primosale.
Samma [E’ una voce italiana da sempre: Salma = unità di
misura di superficie e/o di capacità usata in Italia, ed in Sicilia in
particolare. (M. R.)] = salma: unità di misura per cereali equivalente a Kg.
…? - ma anche unità di misura di superficie equivalente a mq. …? Si può
sapere a quanto corrisponderebbe oggi sia in superficie che in capacità?
Domenico Ventura nel suo libro "Randazzo e il suo territorio" (Salvatore
Sciascia, 1991) dà le seguenti equivalenze: Misure di superficie: Salma (ha.
1.74.62) = 16 tomoli; tomolo (ha. 0.10.91) = 4 mondelli; mondello = ha. 0.02.72.
Misure di capacità degli aridi: Salma (hl. 3.43) = 20 tomoli; tomolo (l.
1.17.15) = 4 mondelli; mondello = l. 4.287 (A.L.)
Sanfasò (dal fr. sans facon= alla buona) =
disordinatamente.
Sanghèttu (da sangue più gettare, gettare il sangue, “jettu ‘u
sangu”) = sanguisuga, verme utilizzato in genere dai barbieri per
salassare.
Sanìzzu = in buona salute; in buono stato (M. R.)
Sannaccùni = Boccheggiamento dei moribondi; affanno. (M. R.)
Santamàtta (?) = “Ingiuria” di un altro ramo della casata
Lupo.
Santa Nicòra = San Nicola. L’ho riportato come una delle tante
curiosità del gergo brontese che mette davanti al nome Nicola
l’aggettivo al femminile, forse perchè finisce in “a“; mentre San Vito
si dice Santu Vitu.
Santiàri (da Santi) = Bestemmiare.
Santu = santo, agg.; ma anche Santo, nome pr. con il dim.
Santinu.
Sap'illu (contrazione di “sapi illu”) = Lo sa lui (tra il non so e lo sa Iddio) (M. R.).
Sari = sale, anche in senso figurato di giudizio. “Cu avi cchiù sari consa ‘a minestra" era un detto
popolare che significava che il più intelligente e giudizioso fra due o più
contendenti trovava la giusta soluzione alla contesa.
Sarìci = Salice. Quartiere di Bronte che si estendeva lungo il
tratto di strada per Maletto dalla Croce al bivio per la stazione della
Circumetnea. Una volta era l’unica via carrozzabile per la stazione percorsa
giornalmente dalla carrozza che faceva servizio postale e pubblico per i
pochissimi passeggeri che ne usufruivano; tutti gli altri andavano a piedi per
la ripida salita della stazione ora Via Garibaldi, via Trieste e via Torricelli.
Il poeta brontese
prof. Pasquale Spanò in una sua poesia
"Stirpe divina" fa risalire
l'origine della parola ad una Ninfa (delle Najàdi la bionda Salìcia)
che viveva nella zona.
Sassìna: concentrato di pomodoro. (A. F.)
Satàri = saltare
Savvàri (dal latino servare) = conservare, custodire. Vedi
l'aforismo "Savva 'a pezza pi quandu cc'è
u pittùszu". (LC)
Savvatùri (dal quale deriva Turi e il dim. Turillu ) = Salvatore.
Savviètta (dal fr. Serviette ) = tovagliolo.
Sbaddòssa = (nella frase “a sbaddossa”) = senza basto o senza
sella.
Sbafàri: (forse da una radice onomatopeica ) = mangiare con
ingordigia o scroccare.
Sbìrru (dal lat. birrus) = passera sarda per il suo colore
castano, ma da noi vale “poliziotto” in senso dispregiativo, forse perché in
passato avevano una divisa di quel colore?
Sbrizzillìa (deriva da “sbrizza”, schizzo) = pioviggina.
“Sbrizzillìa, sbrizzillìa, ‘a zz’a Càmmina mattillìa, e u zzu Peppi si
siddìa!” =
“Pioviggina, pioviggina, e la zia Carmela martella e lo Zio Giuseppe
s'incavola”; filastrocca che i
ragazzini cantavano quando cominciava a piovere leggermente; ma non si
sa chi fosse questa zia Carmela che martellava e perché. |
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Sbùddiri = guastare, rovinare (M. R.)
Scàdda (dal lat. carduus) = scheggia.
Scafazzari = Ridurre in poltiglia, schiacciare, spiaccicare. (M. R.)
Scàffa (dal tedesco scafe) = scansìa.
Scagghiùni = dente posto tra gli incisivi ed i molari. Dente canino (M. R.)
Scàgnu (dal lat. scamnum) = tavolo o ufficio.
Scampàri (dallo spagnolo escampar) = spiovere.
Scandariàri = rendere avveduti; rendere scottati, castigare. (M. R.)
Scanigghiari = sbriciolare (A.F.) |
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Scannatùri = Spianatoio per l’impasto (di farina) (M. R.)
Scannu = sgabello di legno.
Scantàri [Storpiatura di “spantari” che è contrazione di “spavintari”,
spaventare. (M. R.)] = spaventare. Preferibilmente al riflessivo =
spaventarsi.
Scàntu (dall’italiano schianto) = paura.
Scàntuszu (dal greco cànthos = somarello) = pauroso.
Scappàru = calzolaio. Si usava questo termine anche per indicare
uno che non sapeva fare bene il suo lavoro. Un attrezzo fondamentale per
i calzolai era una specie di incudine (di cui non ricordo il nome) che
era formata da una base conformata in modo da potersi appoggiare alle
gambe dell’artigiano seduto alla banchitta, la parte superiore
aveva la forma della scarpa capovolta in modo che si poteva costruire la
scarpa ex novo o riparare scarpe già usate o vecchie. Quello delle
riparazioni era il lavoro maggiore in quanto prima di buttare via un
paio di scarpe si riparavano varie volte o per i sopratacchi, o per la
mezza o l’intera risolatura e quant’altro, e poi bisognava avere i
soldi, malgrado tutto, allora, si facesse a credito in attesa dello
stipendio, per chi lo percepiva, o del raccolto per chi era proprietario
e, quindi, solvibile.
Scappìni = scarpe chiuse e basse per donna.
Scappìtti = scarpe particolari per contadini, fatte in casa con
pelle di capra od anche
con pezzi di copertoni.
Scara = scala.
Scarafùni (dal latino scarafàius ) = imbroglione che non rispetta neppure la parola data.
Scattiàri (dal greco còpto) = sbattere.
Scattiòri = fichi non ancora maturi. C'era un detto che si
pronunciava raccogliendo un fico (in brontese 'na fica) non ancora
maturo: "Scattiòra ti fici Diu, fica ti fazzu iu").
Scattìzza (da scaltrezza) = furbizia.
Scavurriàri (?) = Scavare, cercare, rovistare, scartabellare, ecc.
Scecca = asina. “Scecca figghiàta” = antico gioco di ragazzi, che adesso hanno superato i cinquanta, consistente in
due squadre di cui, dopo sorteggio, la perdente doveva sostenere per alcuni
secondi il peso della vincente che le saltava sopra. (A. F.)
Sceccu (dall’arabo “xecco”) = asino; femm. Scecca = asina.
Scerra (dall’arabo “xerra”) = litigata, lite.
Schetta (?) = nubile
Schettu (?) = celibe
Schinfiàrisi = Disgustarsi (A. F.)
Schirifillì = fallì; qualcosa non è andata a buon fine (V. S.).
Sciàbbica (dall’ebraico sciabath)=gozzoviglia, ma da noi mi pare
indichi un attrezzo agricolo?.
Sciallina = Scialle (copri spalle) (V. S.).
Sciaminàri = sparpagliare senza un ordine preciso. (A.
F.). Ricordo anche Sciaminatu con il significato di disordinato. (nl)
Sciara (dall’arabo “sa’rah”, oppure “xara”, terreno incolto in
quanto coperto da lava) = lava.
Sciaràndru = Scialando, località alle porte di Bronte verso Catania. Una volta si pensava che il termine
derivasse da scialare perché lì si andava quando c’erano i fuochi e per le
passeggiate; ma vediamo come lo spiega il nostro storico Benedetto Radice nel
capitolo Bronte sotto il “Mero e misto impero” di Randazzo (vedi
nota 3): “Scialandro, Il nome a questa località
probabilmente è stato dato dai Brontesi, derivandolo forse dal greco: “s c i x w” = separo, scindo e quindi in senso più lato uccido: e «a
n i r», (deve essere a n e r) a n d r o s = uomo,
quindi, Luogo di supplizio per i rei.”
Sciarrìatu = in lite, offeso.
Scibbàri (dal lat. exherbare) = diserbare.
Scibbìria (?) = località a ridosso della via Milano, dove c’era la gèbbia.
Sciffu: (dal latino scyphus ) = trògolo (vasca scavata
nella pietra lavica, o in un tronco d’albero oppure in muratura, usata per
metterci il cibo per i maiali).
Scillicàri = scivolare anche in senso allegorico (A. F.).
"Undi mi chiovi mi scìllica".
Scimùni (da Ximone, Simone) = “Ingiuria” di una famiglia
Leanza.
Sciòlliru (?) = persona che fa lo stupido o è un pò
dissenato. (Nunzio Longhitano).
Scippàri (dal lat. excipere) = scippare, estirpare, svellere o cavare
("Stamatìna mi scippavu 'na ganga").
Sciscì (forse onomatopea ) = ornamenti frivoli, ninnoli.
Scoccia = buccia, ricordo il detto villanu ca
scoccia per indicare una persona non proprio fine. (A. F.)
Scodda = dimentica.
Sconnabbèccu = pianta-maschio del pistacchio (M. R.)
Scòppura = Ceffone (A. F.)
Scora = scuola. |

'U scappàru, cu forìri, ggiusta i scappi ssittàtu ravanti 'a
so banchìtta

I scappìtti


I scappìtti, supra u cunchèri, e u ciccu supra 'a conca

U sciffu ppi scacciari 'a frastùca, è miszu supra u banchìttu |
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Scracchiàri = scaracchiare. Il sig. Radice, suocero del dott.
Guglielmo Grisley, aveva una Fiat 509 e spesso andava con la moglie e l’unica
figlia in campagna verso il Simeto. Tornando in paese l’auto arrancava per la
salita e per il grosso peso dei tre occupanti; allora il sig. Radice le diceva:
Canti? Canta, ca…!” Spesso il sig. Radice diceva agli amici: “Rumani
scendo in cità e vado a digiunare
(amava usare i francesismi!) al bar Caviezel”. Qualche
buontempone, trovandosi a Catania, andava in una delle due pasticcerie
che lo svizzero Caviezel aveva in Via Etnea, e chiedeva se per caso
avessero visto un signore brontese con una Fiat 509. Una volta il
banconista rispose che era andato via poco prima, anzi che gli avevano
offerto il caffè e lo avevano pregato di andarsene subito. Perché?
Perché il signor Radice, mentre rigirava il suo caffè, scaracchiava a
terra con grande disgusto degli astanti. Naturalmente la notizia fu
propalata in paese che si divertiva alle spalle del malcapitato.
Scricchiàri (da chijcca, cricca) = Togliere dal baccello; rompere la
cresta. “Non mma scricchiari “= Non rompermi le scatole. (M. R.)
Scrifintari (?) = schiacciare, ridurre in poltiglia (V. S.). "'U
scravvàgghiu u scrifintiàvu chi peri".
Scrocchi = fermagli per raccogliere i capelli (A. P.). Mai sentito o non lo
ricordo (nl).
Scruccari = estorcere, carpire con l'inganno (A. F.)
Scuburiàrisi = avere, farsi scrupoli (M. R.).
Scuddàrisi = dimenticare
Scuffìna (dal lat. scrobis) = madrevite.
Sculluriari = dipanare (A. F.).
Scumma (dall'albanese shkum) = schiuma (od anche spaghetti
sottilissimi).
Scummigghiàri (dal greco scopéo) = Togliere il coperchio, scoprire. (M. R.)
Scunchiurutu = letteralmente = sconclusionato,
quindi = stupido, cretino. (V. S.)
Scuncicàri = incitare, stuzzicare l’ira, provocare (M. R.).
Scupetta (?) = schioppo (A. F.).
Scupitta = spazzola (A. F.)
Scuràri = far buio, annottare. I nostri contadini quando faceva
buio presto, con senso di meraviglia e disappunto, dicevano: “Mi
scurà nde’ pugna!”
Scutàri = ascoltare (L. P.).
Scutìcchiu (dal lat. scotum) =
bisboccia, gozzoviglia, gioiosa cena fra amici.
Scuticchiùszu = bravo; brillante. (O. C.)
Scuturàri = scuotere. Si usa nella forma riflessiva come
“scuotersi qualcosa d’addosso”; al transitivo nel senso di “bacchiare”
mandorle, olive ecc.
Scuzzùni (dal latino “curio, curtionis”) = grosso e lungo
serpente innocuo.
Scuzzuràri = scalcinare, sfarinare. Smuovere i rami per fare cadere i frutti.
(M. R.)
Sdirrupàtu (dall’italiano “dirupare”) = diroccato.
Sdunàri = uscire di senno. Togliersi capricci senza ritegno. (M. R.)
Sebbenerìca = mi benedica (saluto rivolto ai parenti ed amici
anziani e di rispetto).
Seggia = sedia.
Sempri = sempre.
Serra (dal lat. serra) = sega. Ma vuol dire anche catena di monti
o solo monte; ma perché da noi ‘a Serra è una località lungo l’alto
Simeto?
Setti = sette.
Sfìngia (dal lat. spongia) = frittella fatta con il miele. Da noi
per lo più si usa l’accrescitivo sfingiùni.
Sfirràri (dallo spagnolo desherar) = sferrare.
Sfògghia (dal lat. follis) = pellicola che copre l’uovo o la
cipolla o anche il grano.
Sfràguru = cioè detto di tessuto sottile perchè ormai logorato o liso.
(A. C.)
Sfingiùni = Pasta molliccia, frittella gonfiata. (M. R.)
Sfrìdu (dal lat. fredum) = consumo.
Sgallarizzàri = Dicesi di fiamma che scoppietta, che è al culmine
della combustione (M. R.), od anche col significato di spalancare o
strabuzzare gli occhi (A. F.). |
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Sgarru (dallo spagnolo garra) = prepotenza, errore o sbaglio.
Sgrìcciu = schizzo violento. Figurato: fontana (u’ sgricciu) (M. R.)
Sgrillàri (dal greco grillono) = spalancare gli occhi o sguizzare.
Sgrullari: togliere la buccia (o il mallo dal
pistacchio). (A. F.)
Sgrullarisìra: masturbarsi (A. F.). Mai sentita! (nl)
Sguìnciu (dall’ inglese squint) = sbieco o storto, quest’ultimo
riferito agli occhi.
Sgùrrura = lucertola. Per indicare uno troppo magro si diceva:
“chillu mangia sgùrruri”.
Sibbenerìca = saluto rispettoso alle persone di riguardo.
(O. C.)
Sìccia (dal francese sèche) = seppia.
Siddiàri (dal latino sidiare) = importunare, annoiare.
Siggìtta = letteralmente è una piccola sedia. |

'a sgùrrura |
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Siggittèlla = era la piccola sedia bassa usata dai calzolai
quando lavoravano alla “banchitta”.
Signa = signora; si dava alle donne della classe inferiore.
Curiosità: nella vicina Maletto si diceva “gna”.
Silliàri = separare, selezionare: "silliàri i frastùchi o i mènduri"
(separare i pistacchi o le mandorle dalle bucce dopo)
Simàna = settimana (V. S.). Anche nel
senso di paga settimanale. (n.l.)
Sincùssu (o Suncussu) = Soccorso. “A’ Maronn’ o’ Sincussu” = la
Madonna del Soccorso (M. R.)
Sinni = se ne.
Sinzioni = Da “ascensione”: falò accesi la sera di vigilia dell’Ascensione (M. R.).
Sippènti = serpente.
Sìra = sera.
Sirènu (dal latino serenus) = rugiada. Mèntiri o suri o sirènu
= mettere al sole e al fresco.
Sirràccu = sega particolare con manico e lama larga a
forma trapezoidale.
Sirratùra = segatura.
Sivu = Storpiatura di “sego”. Grasso, unto. (M. R.)
So’ = suoi.
Sobbu = sorbo (L. P.).
Soddu, soddi = soldo, soldi. “Soddi minuti” vuol dire
“soldi spicci”. “Soddu fassu” = soldo falso (riferito a persona
inaffidabile).
Sòggira (dal lat. socrus) = suocera. Sarebbe stata meglio
l’origine francese (belle-mere). (LC) |
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Sonnu (dal lat. somnus) = sonno ed anche tempia. Frase: «battì
u sonnu e murì!»
(ha sbattuto le tempia ed è morto).
Soru = sorella.
Sosìzza (dal francese “saucisse”) = salsiccia.
Spaccamallùni = spacca mattoni. Era un altro gioco fatto con
soldi e si vinceva se si faceva cadere la monetina il più vicino
possibile alla giuntura fra un mattone e l’altro.
Spàddu : ind. Pres. 1^ sing. di spaddàri = consumare.
Spagnurètta = spagnoletta.
Spampinatu = fiorito, rigoglioso (A. F.)
Sparacògni = asparagi selvatici (in italiano “tamaro”).
Spènsiri (?) = corpetto che le donne indossavano sulla gonna,
quasi sempre lunga.
Spettu (dallo spagnolo despierto) = pronto, vivace, furbo.
Spiàri = spiare o domandare.
Spicciàri = sbucare, uscire. “Undi speccia ’sta strata?”
Si usa però anche per dire “pettinare” di capelli arruffati o ricci.
Spiccicàtu = proprio identico, uguale.
Spìcciuri = soldi di piccolo taglio.
Spicuni ’i làssini (?) = cime con inflorescenza
gialla di una pianticella spontanea della famiglia dei broccoli, commestibile
(A. F.).
Carissimi, chi la dura (o se preferite, l’ha dura) la vince! Infatti sono riuscito a trovare l'etimo di làssani che è specie di cavolo
selvatico: erysimum barbarea, latino lapsana, pianta esculenta citata da Plinio XIX, 41, (greco lapsani) e… buona frittata! (nl)
Spillòngu (dal francese berlong) = bislungo. Da noi erano i piatti da portata. Ricordo che un nostro parente mangiava la pasta asciutta in uno di
questi piatti, mangiando “religiosamente” e senza rigirarla, dall’inizio alla fine, in senso longitudinale.
Spìngura (dal latino spinula) = spillo. Spingura francese,
invece, è la spilla da balia.
Spira = spera. Nella frase citata: “Mi spira u cori” =
desidero.
Spirigghiatùri = pettine fitto, generalmente di legno, per
stirare i capelli molto ricci, ma anche per cercare eventuali pidocchi.
Spisza = spesa. Questo termine indicava l’acquisto di generi
alimentari.
Spitàri = ospedale, anche in senso figurato per “angustia”.
Spittuszàtu = bucato.
Spitu = Lunga asta di metallo usata per ravvivare il fuoco del forno (A. F.).
Spiziàri (?) = il farmacista di una volta che nel
suo piccolo laboratorio preparava le varie misture (ad esempio «‘u condìtu»
…l'antico sciroppo per la tosse). (N. S.)
Sporte = fiscoli. Nei vecchi trappiti erano di paglia, negli oleifici moderni erano di corda di cocco.
Spuntatùri = la parte vuota delle costolette di agnellone o di maiale.
Sràgura (?) = carro a slitta, tirato da buoni o muli, che serviva per spostare materiali, in genere grano, paglia o simili,
nell'ambito di una estesa proprietà terriera. Questo vocabolo ricorre spesso in Bolo dei miei Fantasmi.
Ssagghiàri = restare secco per la paura; rabbrividire "Mmi sagghiaiu 'a pelli!" (M. R.)
Ssèttitu = sedere.
Ssiccari = Essiccare. (frase: Ssiccari u cori = restare deluso per un desiderio non realizzato (M. R.).
Ssicutàri (da “seguitare”) = Rincorrere, inseguire qualcuno per raggiungerlo (M. R.)
Ssimpicàri = deformazione di “sincopare”: restare senza fiato. (M.
R.)
Ssuricchiàri = mettere al sole per asciugare. "Cu 'sta bella
iunnàta mi ssurìcchiu i fica".
‘sta = questa
sta’ o statti = stai
Stagghiàri = cessare di versare; fare stagnare, interrompere (M. R.)
Stagnàri (dal lat. sanguinare) = salassare. Da questo
verbo deriva il sostantivo “sagnìa” che da noi si usa per indicare
l’acqua di risulta della spremitura delle olive, che sono rossastre. Ma viene
usato anche per indicare “rivestire di stagno” una pentola o il fermarsi di una
piccola emorragia ('U sangu mi stagnà").
Statìa (dal latino statèra) = bilancia a
bracci di leva disuguali con un solo piatto e un peso costante che scorre sul
braccio più lungo graduato. (N. S.)
Stazzùni (da “stazzonare” = maneggiare, palpeggiare: lavorare con
le mani) = fabbrica di mattoni, tegole o di altri oggetti fittili (M. R.).
Deriva dal latino statio, - onis (nl). |

«Oggi mi fici ottu belli mazzi 'i
sparacògni! A faccia i cu
non vori!»

Spicuni (su bboni friùti cull'ova)
|
Stèndiri = stendere o sciorinare (i panni).
Stèrica (dal greco histera = utero)
= isteria o nervosismo. Una volta si diceva: chi c’iavi l’ovu vutatu?
Stèrru (dal greco sterròs) = sterile, quindi da noi terra battuta.
Sti = questi.
Sticchiàri = essere al verde (A. F.). Questo
vocabolo non lo ricordo, ma ricordo sticchiu come il sesso femminile.
(nl)
Stìcchiu = dal greco “stegein”=
nascondere, celare; da cui: ciò che si tiene nascosto. Ma anche: orifizio,
apertura. Si usa per indicare i genitali femminili.
(M. R.)
Stigghiòra (dal francese esteil = palo) = involtino lungo di
interiora di agnello.
Stìgghiu (dal francese ostil, ustil) = strumenti di ciascuna arte,
compresa la culinaria.
Stigghiurèlla = involtino di interiora. “Ingiuria” di un
calzolaio di via Catania (Mastr'Antunìnu
Stigghiurèlla), soggetto di un mio “Fantasma”.
Stindicchiàtu = disteso, sdraiato.
Stippa (dal latino ex stirpe) = senza generazione, quindi,
sterile, riferito agli animali, ma da noi anche alle donne, es. fimmina stippa = donna sterile.
Stipu = (da “stipare”) armadietto per stoviglie e cibarie (M. R.)
Stiricùsza = Nervosa.
Stizza (dal greco stixis) = stilla, goccia d'acqua, o per indicare che si vuole una poca quantità di qualcosa.
“Ma rù 'na stizza 'i pani?” (Mi dai un po di pane?)
(L. Z.)
Strafuttènti = strafottente
Stràgura (dal latino tragula) = treggia, rudimentale slitta per trasporto di foraggio o altro.
Strallucènti = luccicante
Strata = Strada
Stratunàru = chi esercita controlli o lavori nelle pubbliche strade. (O.
C.)
Stratùni = stradone («'u stratùni novu», la via Card. De Luca).
Stricari (dallo spagnolo estregar ) = fregare.
Strittu = stretto. |
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Strògghiri = allentare, dipanare o anche liberare (es: “Srògghiri ‘i gruppa” sta per allentare i nodi;
“Srògghiri i cani” sta per liberare i cani). Ci sono poi i detti: “Va srògghiri sti
nnummira” (difficilmente si può venire a capo di questa
situazione), “Mi Srugghì ‘u stòmmacu” (ho la diarrea, in quanto si è allentato lo stomaco). (A. F.)
Strollorìri = Svenire o vaneggiare.
Stròricu = persona che vaneggia.
Strùmbura (dal greco “strobulos”)
= trottola. “Girìa commu ‘na strùmbura”
Struppiari = Fare male (A. F.)
Strurùszu (?) = ironico e satirico.
Stujàri = detergere, asciugare (M. R.)
Stunàri (dal latino extonare) = stordire.
Stuppabuttìgghi (termine composto) = apri bottiglie o anche cavatappi. (V. S.)
Stuppàgghiu = tappo, turacciolo.
Stutafòcu = letteralmente spegnifuoco. Contenitore cilindrico adatto ad
accogliere la brace che, spentasi, diveniva carbone (M. R.)
Stutàri [Antica voce italiana che si trova in Dante: “ …E la cui
vita a più a più si stuta.” = spegnere(M. R.)]. Nel Rimario dello Scartazzini riveduto da Vandelli non esiste questo verso. Può dare qualche indicazione più precisa?
Su o sur = signor (es. su Nonziu, sur Antuninu)
S’u = se lo
Subbamòccu = ragazzino (L. P.).
Sùbbia (dal lat. subula) = sgorbia, scalpello per lavorare la pietra (M. R.)
Sucanghiòstru = letteralmente “succhia inchiostro”,
impiegatuccio (in senso dispregiativo).
Sucaròra = (da sucari = succhiare ) biberon. (A. F.)
Sucàrru = sigaro.
Sucàtivi = succhiatevi. Si diceva, per esempio, quando si beveva un uovo praticando due forellini di spillo, uno sopra e uno sotto, e l’uovo
veniva giù con un semplice succhio per effetto della pressione dell’aria che entrava dall’altro lato.
Sucu = sugo. Era generalmente quello fatto con estratto di pomodoro e con la carne. Quando questa non c’era, ed era il più delle volte
nelle famiglie povere, si chiamava “sucu fintu”.
Suddàtu = soldato.
Suddu = sordo.
Suggèttu = epilessia. (M. R.) “Nicòra,
puvirèllu, cciàvi ‘u suggèttu”.
Suggi = topo, topi. Era anche l’ingiuria della famiglia
Castiglione il cui esponente era Salvatore, Segretario al Comune di Bronte. Vedi
i miei “Fantasmi”: Itinerari brontesi.
Suggiaròru = trappola per topi (M. R.)
Suppìru (dal greco siopilòs) = deliquio. “Mòriri
suppiru-suppiru” = morire lentamente.
Suriàca (dallo spagnolo zuriaga) = corda per vari usi. Ma da noi
non significa una qualità di fagioli?
Sùrra (dall’arabo sorra) = la pancia del tonno.
Suru = solo
Sùsta (dal latino substare) = molestia, fastidio.
Suszìrisi = alzarsi.
Suszu = sopra (S. P.)
Sutta = sotto
Sùzu = gelatina di maiale (M. R.). Deriva dal provenzale solz (nl). |

Na vota 'nde vanelli tutti i piccirilli jucàvanu ca strùmbura

U parittùni, u rastillùzzu e u stutafòcu

I lumi a petròliu, u suggiaròru e u macinacafè |
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