|
H

Havi (dal lat. habet ) = ha. La “ h “ del verbo latino
è rimasta anche in alcune forme italiane, come questa.
Hiummi = fiume. La “f” di fiummi (fiume), seguita dal dittongo “iu”, diventa muta e quindi va sostituita dalla “h” e perciò deve scriversi
hiummi. In altre parole con
la “f” ho visto, invece, che essa rimane foneticamente tale e quale, esempi: fammi
= fame, fetu = puzza, fìmmina = donna, focu = fuoco,
fumeri = letame; invece in “fiummi”, “fiuri”, “fiàvuru”,
ecc. la “f” scompare e diventa appena una aspirazione che io indicherei con la
“h” per cui foneticamente scriverei “hiummi”, “hiuri”, “hiàvuru”.
I

I = art. det. m. e f. pl.
I’ = io
‘I = di
Iazzu = (da “addiaccio”): letto rudimentale costruito con rami, frasche e
foglie (M. R.)
Illa, illu, illi: (dal lat. illa, illu(m), illi ) = essa,
egli, essi.
Inestrasàtta = (Locuzione latina pervenutaci storpiata “in extra acta”): fuori dalle cose, all’improvviso, inaspettatamente (M. R.)
Ínchiri (dal latino implere) = riempire.
Intra (dal latino intra ) = dentro.
Isàri (dal francese hisser) = alzare.
Iu = io
Iuszu (?) = sotto (S. P.)
J

Jamunìndi = andiamocene.
Jàzzu (dal latino jacere) = giaciglio.
Jèmbitu (dal latino gelima) = mannello di spighe.
Jencu (da giovenco) = vitello. (A. F.)
Jmbu o jumbu (dal latino medievale “gumbus”= gobba).
Jmènta = giumenta.
Jri (dal latino ire ) = andare.
Ĵritu (dal latino digitus e per metastasi “giditu”) = dito
delle mani o dei piedi (plur. ĵrita). (L'ho scritto con la “j” per rispetto dell'etimo in cui compare la g.).
Jttàri = gettare.
Jocu = gioco. Jocufòcu = fuochi artificiali.
Jonnu = giorno.
Jucaròru (da jucàri = giocare ) = l'osso rotondeggiante della
caviglia (A. F.); anche quello dell’agnello che da bambini usavamo
appunto per giocare. (nl)
Juncu = giunco.
Junnàta = giornata.
Jvu = andò.
Jva (dal lat. iba(t) = andava.
L

L’ = la, lo.
Laccarìszi = nativo di Lercara Frìddi (PA) o di Lercara Li
Fusi in prov. di Messina. |
|
|
Laddaròru = derivato da “laddu = lardo”; = sta per carnevale.
“U laddaroru”, vestito di stracci e con il
volto annerito dal carbone, il giovedì prima della festa di
Carnevale (giovedì grasso o, appunto, nella tradizione brontese "gioveddì
laddaroru") girava per le stradine del paese con un lungo spiedo in
mano dove infilzava pane, pezzi di carne, di lardo, od altro avuti in regalo.
Laddu (dal latino “laidus”, italiano “laido”)= lardo.
Lagnùszu = lamentoso. (A. C.)
Llambicàrisi (?) = desiderare inutilmente. Frase: "U longu cogghj
'i fica e u cuttu si llambìca".
Lamiàri (dal greco làmia) = desiderare ardentemente.
Lamma (da lacrima) = nella frase ‘na lamma = un poco.
Lancella = Brocca di terracotta dalla larga imboccatura (M.
R.). Deriva dal latino lagena o lagoena (nl).
Làndia o lànda (da lamina ) = lamiera stagnata.
Lapàzza (?) = asse di legno usata dai muratori (A. F.).
Ricordo il termine ma non ne ricordo esattamente l’uso, forse serviva per dare
il sottofondo dell’intonaco fatto di malta (nl).
Llappàiu (?) = l’immediata intensificazione della pioggia.
Gironzolando per casa e
guardando in giardino ora dal lato est, ora dal lato ovest o dal nord, dopo
mezzogiorno, vedevo prima una pioggerellina e dopo poco un acquazzone e mi è
venuto subito di pensare in brontese: «ci llappàiu!»
Llappàzzu (dal greco lapazi) = lapazio o ròmice (è una erba).
Lappùszu = Di sapore acidulo, aspro (M. R.). Deriva dal greco lape o lapi
(nl)
Làriu (?) = brutto. A Catania, credo all’inizio del secolo
scorso, si pubblicava un giornale umoristico-satirico intitolato
“Lei è lariu e vali un soddu!” perchè costava proprio un soldo,
che suscitava risentimento in chi lo sentiva proporre dallo
strillone per la prima volta. (vedi anche
Peculiarità del dialetto brontese)
Llattàri = allattare, ma anche poppare. La frase “Llatta e
ciangi” si riferisce a chi sta bene finanziariamente, ma si lamenta per non
farsi invidiare. |

U laddaròru: "O mi fa u laddaròru o ti ziccu stu cagnòru!"
|
|
Llattariarìsi (?) = vantarsi in maniera esagerata. (A. F.)
Lascu (dal latino laxus) = rado o rallentato.
Làstima = Dal latino medievale: forte tedio. Ma anche:
sofferenza, afflizione
(M. R.). Significa anche piagnistèo e deriva dal greco blasfimìa (nl).
Laszagnaturi = Matterello (M. R.)
Laszu (?) = un merito (o anche un demerito ) che si
attribuisce ad una persona. (A. F.)
Latti = latte.
Lavànca (dal provenzale lavanca) = dirupo.
Lavùru = (figurato: la fatica del lavoro). Grano seminato ancora in erba. (M.
R.)
Lavìzzu (dal latino lavatio o lavacrum) = grande
recipiente di rame per lavare i panni, bollire o altro, e anche per
farsi il bagno.
Lavùri (dal latino labor) = seminato, cioè biada in erba. I nostri vecchi contadini
chiamavano così anche il frumento in erba (frutto del loro duro lavoro e
speranza per il loro futuro prossimo). A proposito c'era
il detto: Non
guaddari né erba né lavuri per significare non rispettare né le
regole civili né quelle morali.
Lazzarùni (dallo spagnolo labaro) = scaltro
Lazzu = Cordicella adibita a legaccio (scarpe, calze, ecc.). (M. R.)
Llèllira = edera. (M. R.)
Lesu, lesa (dal lat. laesus = danneggiato) = demente.
Lettu = letto.
Libru = libro.
Lliccàrisi a sadda = detto di povero che vive
di stenti o di avaro. (A. F.)
Lliccu = Da “leccare”: ghiotto, golosone. (M. R.)
Lìffia (dal greco “alipho”, lisciare) = ricopertura, spennellata. E’ la crosta di zucchero con albume che si stende sui dolci.
Liffiàrisi = lisciasi, pettinarsi.
Lifìsza (dal latino defensa) = difesa. Indica anche una nostra
località alle falde dell’Etna.
Ligàmmi (dal lat. ligamen ) = legame.
Ligùmmi = legumi.
Lìmbitu = zona di confine tra terreni adiacenti (A. F.)
Limùni = limoni.
Lintìcchia (dal latino lenticula) = lenticchia.
Linzòru (dal latino “limteum”, fatto con il lino, diminutivo
“linteolum”) = lenzuolo. Plur. Linzora. “Sutta u linzoru
c’è u babbu ‘i to’ soru”. Indovinello per indicare lo scaldino.
Liòtru (corruzione di Eliodoro, mago al quale si attribuisce quella
statua che rappresenta un liafànti = elefante che si trova in Piazza
Duomo a Catania.
Lippu = Muschio. Erba che cresce nella parte bassa ed umida delle piante e dei
terreni. (M. R.)
Littirìnu (dal latino lecterinum) = cantorìa. Era l’ ingiuria di
un uno che si chiamava Tanu e faceva, se ricordo bene, il panettiere.
Liùni = leone. Questo nome, che non
è strano, mi ricorda una persona che si chiamava Leone, ma in
brontese Liuni, e che guidava la carrozza che espletava il
servizio postale dalla Posta alla stazione della Circumetnea e
viceversa e, all’occorrenza fungeva da servizio pubblico, benché
quasi nessuno se ne servisse. Egli era fratello e cognato di altri
due impiegati postali, ma a differenza di loro, era un simpatico
ubriacone che beveva fin dal mattino. Allora la direzione
dell’ufficio postale era quasi ereditaria: infatti prima c’era la
signora Longhitano sposata Di Bella, a lei successe il fratello
Attilio, che fu per tanti anni segretario del Fascio, e in seguito
passò al figlio Avv. Gaetano Di Bella. E Liuni era quasi al
servizio di quella famiglia e, in estate, accompagnava il gerarca
a una sua villetta situata sul costone di Salice. |

U lavìzzu cu i pummaramùri è miszu supra u tripperi |
|
|
|
Locu (dal latino locus) = dal termine generico “luogo”, è divenuto nel tempo “fondo, proprietà”. Terreno coltivato a pistacchio. (M. R.). "Rumàni 'ndi jmmu o locu a cògghjri i frastùchi".
Llòccu = (dal latino: illuc): lì, colà, costì. (M. R.)
Lluccùtu = da “allocchito”: stordito, stupefatto, senza spirito.
(M. R.)
Llugàri = locare, affittare. Si usava riferito anche a garzoni che lavoravano in affitto, presso pastori. (M. R.)
Llumàri = accendere.
Llunariatu = (da luna) = con la testa tra le nuvole. (A. F.)
Longu = Lungo (longu e babbu, vedi
l'aforisma U longu cogghj 'i fica e u cuttu si lambìca).
Lu = il.
Luci: al femm. “‘a luci” = luce; al mas. “u luci”
= fuoco.
Lumèra (dal francese lumière ) = lucerna (ad olio di
oliva).
Lumirìcchia (diminutivo di lumèra) = piccola
lucerna ad olio ed anche ùgola. (A. F.)
Lungurùtu (dal provenzale loungaru) = bislungo.
Lupàmmi = la casata Lupo quando si voleva indicare con spirito
critico specialmente da parenti ed amici. Nello stesso senso esisteva il termine Iszruràmmi = famiglia Isola, imparentata con i Lupo. Per questi
veniva usata anche la frase: mara razza = cattiva razza.
Luppinàru = venditore di lupini. C’era una volta a Bronte
anche “u luppinàru”: un forestiero corpulento e guercio che nelle serate
invernali, andando su e giù “pa’ chiazza”, vendeva i suoi lupini,
contenuti in una “biszàzza “che portava a tracolla, reclamizzandoli con
un grido strascicato e lugubre: “u luppinaaaru!”, cercando inutilmente di
fare concorrenza “o vecchiu Laccarisri”.
(vedi Fantasmi, "Voci
di Bronte")
Luppìni = lupini.
Lupupinaru = lupo mannaro, licantropo (M. R.) |
|
|