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Antico vocabolario popolare brontese
ARCHEOLOGIA LESSICALE
di Nicola Lupo

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O


O = al
Ocilliàri = uccellare. Perdere tempo in chiacchiere. Io l’ho sempre sentito da donne su altre donne: “Chilla va ocilliandu”. Chissà che incoscientemente non si alludesse alla ricerca naturale e istintiva del sesso?
Oggellànnu = l'anno scorso (V. S.).
Ògghiu = olio.
Oggu = orzo.
Olè (dal portoghese olè!) = grido di allegria o derisione.
Ommu (dal lat. homo ) = uomo. “L’ommu p’a parora e u bo’ p’i conna!” = L’uomo (si distingue) per la parola e il bue per le corna”. E in Sicilia questo senso della “parola” è stato esasperato tanto che essa è diventata l’emblema dei mafiosi, che si definiscono uomini d’onore. Altra frase: “Ommu viri!”.
Orìvi = olive.
Ovu, ova = uovo, uova. C’era una filastrocca che faceva: “Ah! Donna Camme’, e sucativi sti du ova, non viriti chi fracca siti, chi cchiù russa vi faciti!”.


P


P’a
= per la.
Pa’ = vocativo di padre per il popolino; ma anche “per”.
Pacchiàna (dal greco pachys = pingue) = donna grassa e poco elegante.
Pàgghia = paglia. Frase: “vori pagghia pi centu cavalli.” Per indicare uno o una che non si accontenta.
Pagghiàru = rustica casupola fatta con rami e frasche od anche con pietre, adatta a ripari temporanei (M. R.)
Pagghiàzza = “Ingiuria” di una famiglia che abitava in via Marconi.
Pagghiàzzu (?) = straccio per pulire.
Pagghièra = deposito di paglia.
Pagghiùni = materasso di paglia. Il detto “brusgiàri u pagghiùni” significava non pagare una prestazione sessuale.
Pala (nome venuto dalla Spagna assieme alla pianta ) = foglia del fico d’India.
Pammèntu = palmento. Nel meridione indicava il locale dove si pigiava l’uva. Io ricordo quello che si trovava o Sciarandru, tra ‘a Santa Cruci e u tundu. Lì pigiavano anche le donne, che diventavano troppo allegre forse anche per gli effluvi del mosto, forse perché si pensava che avessero i piedi più puliti degli uomini.
Pammu = palmo. Misura di lunghezza.
Pampèra = voce di derivazione spagnola: parte del berretto che copre la fronte. (M. R.)
Pani = pane.
Pannìzzu = panno, pannolino, o anche straccio.
Papacèca = Sonnolenza, dal greco “pappos”, nonno, e ”ceimai”, dormire. Quindi: sonnolenza degli anziani. (M. R.)





U pagghiaru


U pagghiaru 'n petra

Papafìnu (?) “Ingiuria” di un reduce dall’America, sarto, soggetto di un mio “Fantasma”.
Paparàzza = (dal latino:papula): pustola;vescichetta da scottatura. (M. R.)
Papìti (part. pass. di patire = patito, che subiva stenti, privazioni) = zoccoli di legno usati un tempo dal popolino.
Pappagghiùni: (dal francese papillon ) = farfalla. Elegante allusione al sesso femminile.
Pappalèccu
[dal greco “pappaz” = papà + “lego”. Il primo termine vuole indicare i primi balbettii dei bimbi che non sanno ancora parlare, “lego” (con l’omega al posto dell’òmicron) = parlare come i bimbi che imparano a dire “pa-pà, pa-pà “, quindi balbettano. (M. R.)] = balbuziente.
Un simpatico balbuziente era Eduardo Cannata, amico di mio padre e zio del mio caro compagno di scuola Antonino. U zu Luaddu aveva un amico e collega di ufficio, perché entrambi erano impiegati del Comune: l’uno all’anagrafe e l’altro segretario, che si chiamava Salvatore Castiglione, detto Suggi, il quale, quando l’amico, specie in presenza di estranei e specialmente di donne, non riusciva a spiccicare le parole e restava quasi a bocca aperta, interveniva garbatamente e lo toglieva d’impaccio.
Pàpuru
(dal greco apalòs) = pieno fino all’orlo.
Papùzza
= insetto che rode i legumi. Coccinella. (M. R.)
Paràrisi (infantile) = poliomielite. I più ignoranti usavano solo il primo termine; i più istruiti aggiungevano l’aggettivo italiano.
Paràte = puntate. Giocare “‘e parati” voleva dire giocare con i bottoni, per cui spesso qualcuno tornava a casa con i pantaloni legati con lo spago perché aveva perso anche i bottoni di quell'indumento. Ma si giocava anche con piccole palline fatte col cotone sfilato dalle calze vecchie.
Parèlla (dal lat. patula) = padella.
Parillàru = pentolaio.
Parittùni = Accrescitivo di paletta: attrezzo usato per raccogliere (spazzatura, brace, ecc.) (M. R.)
Paròra = parola.
Parràri = parlare.
Parràstra (dal latino pater) = matrigna, assimilato a “parrastru” = patrigno.
Parrìnu (dal lat. Pater ) = prete, ma anche padrino.
Paru = paio
Paru paru = pari pari, uniformemente. Come nella frase: “Chiovi paru paru” = Piove uniformemente.
Parùmba = palomba, colomba. Usanza: Le partorienti, poco prima di affrontare il travaglio del parto, usavano mangiare una o due colombe per mettersi in forze; e dopo il parto ne bevevano il brodo.
Passièttu = luogo dove si passa o si “passìa” – terrazzino. (M. R.)
Passu guarìri (?) = passaggio obbligatorio, molto angusto, delle pecore che dovevano essere munte. (A. F.)
Pasta cu i saddi = timballo con finocchio selvatico, filetti di sarde fresche e pangrattato fritto.
Pasta cu i sicci o cu sucu nìvuru = con le seppie o col sugo nero.
Pasta ‘ncascìata = timballo di maccheroni conditi con i finocchietti selvatici, mollica fritta, sarde, tuma e sugo. Uno vera delizia fra i piatti tipici brontesi.
Pastisecchi = dolcetti secchi o biscotti in genere. (V. S.)
Patìnchia (?) “Ingiuria” di una famiglia che aveva una cantina in via Santi, angolo Corso Umberto. Vedi miei “Fantasmi”.
Pàtri (dal latino pater, patris, patri.) = padre.
Pavurìnu (?) = forse dim di Paolo (?) “Ingiuria” dei fratelli Arcidiacono, falegnami con bottega vicino alla chiesa Madonna della Catena, e nipoti di P. Salanitri, parroco della stessa chiesa. Vedi il mio “Benedetto Radice”.
Peccenfìra = (da picciàri = bucare, e ‘nfiràri = infilare): faccendiere, maneggione. (M. R.)
Pecciavanèlla = Ingiuria di un contadino della mia ruga, famoso cantore dello “Stabat Mater” alla processione del Venerdì Santo.
Pècura = pecora il cui maschio è “crastu”. “Crastatu” ha invece il significato di agnello castrato.
Pèndura (da pendere) = Un insieme di frutti (pere o sorbe od uva) legati in modo da essere appesi per la maturazione.
Peri = piede. Essere “cu peri a’ fossa” significava essere “sul punto di morire”. “Jri peri peri” = andare a zonzo.
Périna = detto di filo utilizzato per imbastire. (A. C.)
Pèssichi = pesche.
Petra = pietra. Avere “u mari a’ petra” significava “avere i calcoli renali o biliari”.
Pettu = petto.
Pezza = straccio, o anche la confezione della stoffa venduta a metro, oppure ancora: toppa. Frase: “Truvaiu ‘a pezza a curùri.” Per dire che “ha trovato la scusa giusta”. Indica pure una forma di formaggio: “Mi cattavu 'na pezza 'i tumazzu”.
P’i = per i
Pi’ = per. “Pi’ non fari piaceri a la motti, vurissi mòriri cu’ l’ ucchiuzzi avetti”. Poetico desiderio a mo’ di strambotto.
Piacìri = piacere.
Picca (dal lat. mica) = poco.
Picchì = perché.
Picciàri (?) = pietrisco, breccia; come verbo = bucare.
Picciòttu (dal provenzale pichot) = giovanotto, ragazzo che si tiene in bottega per piccoli servizi, apprendista. (M. R.). Picciotta = giovane ragazza nubile.
Piccirìllu
o Piccirillittu (da picciolo, cioè moneta un tempo di piccolissimo valore) = bambino o ragazzino.
Pìcciu = lagna.
Picciùni
= piccione. Questo sostantivo a Bronte era usato quasi esclusivamente per indicare la vulva, come nella frase scherzosa od offensiva “u picciuni ‘i to’ soru!”
Picciùszu = piagnucoloso.
Picì = (un) poco
Piddìvu = perdetti.
Pignàta
= pentola.
Pillirìna: (abito da viaggio indossato dai pellegrini ) = pellegrina: piccola mantella di lana o cotone, lavorata ai ferri, che le donne portavano in casa o anche fuori e che copriva le spalle e il petto, ma senza alcuna chiusura.
Pillizzùni (dal latino Pullix) = Pidocchio dei polli (in italiano Pollino). "Guadda chi ti scutùru 'u pillizzuni" (stai attento che ti bastono) / "Mi trimàiu 'u pillizzùni" (ho avuto paura).
Pillu
o anche Pullu = diminutivo di Giuseppe. C’era una volta un Pillu Liuzzo, farmacista, e un Pullu Trumbetta, custode del cimitero.
Pillùnchia = Pellicola; pelle sottile. "Ti scippu a pillunchia!" (M. R.)
Pinna = penna.
Pinnàiu = strappò; “pinnari” letteralmente vuol dire “spennare”.
Pinnicùni (dal lat. pendere) = sonnellino. A Bronte si usava come ingiuria di un macellaio il quale in realtà si chiamava Pernicone.
Pipi (dal latino “piper”) = peperoni.
Pipìta = dal verbo latino “pipito, as”= pigolare. Filamento nervoso della lingua dei polli. Tipica malattia della lingua dei polli. “Pipita gallinara”: zitto!! Che ti venga la pipita!! Altro significato: tipo di ancia degli zufoli vegetali, di canna. (M. R.)
Pipitùni = Torretta rudimentale costruita con pietre per lasciare un segnale (es. al bivio di strade rurali) (M. R.) Deriva dal latino upupa = ùpupa. Da noi c’era la frase: “Pipituni u vo o re?” e l’uccello ripungeva con il suo verso “bu, bu, bu!” (nl).
Pìpu = dal greco “pepon”, dolce, molle. Tipo di roccia friabile. (M. R.)
Pira = può voler dire “pera” oppure recipiente di legno o pietra con un piano inclinato e sagomato con piccole ondulazioni, per lavare i panni.
Piràinu = Pianta di pero selvatico. (M. R.)
Piràra (dal lat. pirarius) = pero.
Piricullùszu = meticoloso. (A. C.)
Pirìcuru
= pericolo.
Piricurùszu = pericoloso.

 



Pasta con le sarde
'A pasta cu i saddi


'A pasta 'ncasciata


'Na pezza 'i tumazzu



'A pignata 'i crita

Piripìcchiu (dim. del nome spagnolo Pedro) = ometto in senso scherzoso oppure apice, punta.
Pìritu, pl. pìrita (dal lat. peditum ) = peto.
Piritùppiti = voce onomatopeica che si usava quando un bambino cadeva per terra e lo si aiutava senza farlo piangere e spaventare (E... piritùppiti cu curu 'n terra). (L. P.)
Pirriatùri
= Lavoratore addetto alle cave di pietra. (M. R.)
Pirùszu = peloso. Era l’ingiuria di quel Radice, suocero del dott. Guglielmo Grisley, che era molto peloso. E un po’ della sua peluria l’aveva ereditata anche la bella figlia.
Pirùzzu = dim. di piede. Era l’ingiuria di un calzolaio che aveva casa e bottega nell’attuale via Aida. Fu per molti anni il nostro calzolaio. Aveva due figli maschi: il più grande laureatosi sposò la figlia di Nicola Benvegna, commerciante di pellame e articoli per calzolai, e andò fuori intraprendendo la carriera prefettizia. Il fratello piccolo era sarto e morì giovane di infarto a Milano.
Pisciacòzza
(dal lat. piscis + cozz) = tartaruga. Detto: “‘A pisciacòzza in menzu a la via non si guaddava la jumba ch’aviva”. Monito a guardare prima i difetti propri e poi quelli degli altri.
Pisciatùri = vaso da notte.
Piscistòccu = stoccafisso. Piscistoccu alla ghiotta o alla messinese = a zuppa con patate, cipolle, sedano e pomodoro.
Piscu (dal lat. piscio) = grossa pozza d'acqua o bagnato (come sostantivo, "Ma chi'è stu piscu?") (L. C.)
Piszàri: ha due significati: pesare e trebbiare.
Pissuna = persona.
Pistàri = pestare.
Piszàgghia = cinghia con corda che teneva legato il basto. (A. F.)
Piszòru (dallo spagnolo piso) = trattasi di un ripiano su cui si saliva per montare in groppa ai cavalli o anche panchina o muretto fatto a sedile. (A. F.)
Pitìllu (?) = Era l’ingiuria della famiglia Catania che abitava nella vanella ora denominata Via Guerrazzi. Si diceva: “Piri pitìllu!” alzando l’indice della destra, quando si giocava “a’ tumpurata ru suddatu”.
Pitròriu = petrolio.
Pitrussìnu = prezzemolo. (O. C.)
Pitturìna = seno.
Pittùszu [dal latino “pertusus”, che è participio di pertundo, is = bucare, forare, trafiggere. (M. R.)] = buco.
In primavera in campagna si strappavano fili di fieno e dalla parte più grossa si realizzava una piccola zampogna, ma prima di provare a suonarla bisognava recitare la seguente frase: “Gro, gro; to mamma a Cissarò, ti cattàiu ‘na vistinèlla,’a miszi ‘ndo pittùszu, s’a mangiàiu u gutturùszu: sona cca, spèccia cca.” Se poi, malgrado la formula magica, la zampogna non suonava, era una grande delusione! L'aforisma "savva ‘a pezza pi quandu cc'è 'u pittùszu" ci consiglia poi ad essere previdenti.
Pitrussìnu (dal greco petroselinon ) = prezzemolo.
Pizzicùni = Morso. L’atto di stringere con le dita la carne (del braccio, della coscia, ecc.). "Ti rugnu un pizzicuni chi fazzu bramari!" (M. R.)
Pocci = porci; sing. poccu.
Pòju = poggio o collina (u poju 'a Praca), ma anche cumulo (diminutivo pujttu o pujarellu).
Polàcca (?) = scarpe a gambaletto allacciato o abbottonato per donna.
Pòpitu: (dall’arabo ?) = l’atto sessuale, coito. (vedi Peculiarità del dialetto brontese)
Potta = porta (sia sostantivo che verbo). Frase: “ndo battiri a potta”, si diceva per indicare che una donna stava per partorire.
Potti = ho potuto.
Ppù! = Suono (onomatopeico da sputo) che indica una cosa disgustosa, ripugnante. (M. R.)
Prèju (dal lat. pretium) = allegria.
Prena = (dal latino plena ) = incinta – letteralmente “piena”.
Prevenùtu (dal provenzale Prevengudo) = presuntuoso.
Prìcchiu (da pirchio) = uomo rozzo e avaro.
Pricipitùrru (dallo spagnolo pico + pedorro) = arrogante.


'A pira e, sotto, 'a pira ppi lavari, misza vicinu 'a giustenna



a pisciacozza
'A pisciacòzza


'U piszòru

Pricòcu (dal lat. praecoquus) = albicocca.
Prighirèlla = che prega sempre. “Ingiuria” di uno dei fratelli Isola, detti anche “masticabroru”.
Primmittì = Storpiatura di latinismo: prima del tempo, prematuramente. "'St'annu chugghìvu 'i pira primmittì" (M. R.)
Priszàgghia (dallo spagnolo presilla) = funicella per legare le bisacce.
Pròiri = porgere.
Pròscimu
= prossimo.
Pruna = prugne. (Sempre valida la raccomandazione dei nostri anziani: "Pruna, màngini una, a ddù non ci rivàri, a tri ti fa cacàri").
Prùru = prò. “Bon pruru!” = buon prò vi faccia! (M. R.)
Puccarìa (mandria per porci, al sing. in brontese = poccu) = sporcizia.
Pullitru = puledro.
Pumma (dal latino pomum ) = mela.
Pummaramùri (dal francese pomme d’amour) = pomodoro.
Pungimentu (?) = Bronco-polmonite. Si curava empiricamente e, se il malato superava il settimo giorno, era salvo.
Si può riferire sia alla broncopolmonite, sia, più propriamente, alla pleurite, che dava dolore puntorio toracico (da qui il termine). Veniva curata, prima dell'avvento degli antibiotici, con impacchi caldi e i famosi "bicchirati". (A. F.)
Pupitiàri (dall’arabo?) = fare sesso.
Puràina (dallo spagnolo polàina) = stivale.

Purrazzòru = sorta di erba (asfodelo, in dialetto chiamato “purrazzu”) oppure “topolino di campagna”. Questo fu il nomignolo che l’amico della nostra famiglia Nunzio Saitta Camuto diede a mio fratello Elio, che in questi giorni compie 80 anni e al quale faccio tantissimi auguri, perché era minuto ma vispo. Egli da piccolo seguiva il nostro amico nelle sue battute di caccia alla Difesa e dintorni, ma spesso non trovavano la sospirata pernice o la succulenta lepre e, quindi, tornavano con il carniere pieno del profumato origano.
Purunèttu = calza. Si usava nella frase: “Fari u purunèttu” = fare la calza ai ferri.
Pusèlla e pusèlla pasta = fagiolo e tipo di fagiolo con semi piccolissimi che si mangia con tutto il baccello carnoso. Curiosa confusione verbale tra piselli detti fagioli e viceversa i fagioli chiamati piselli.
Putru (dal latino pulletrus) = puledro; cavallo non domato. (M. R.)
Puvviràzzu = Terriccio polveroso sollevato dal vento. (M. R.)
Puzèri = per indicare un pugno di qualcosa (A. C.). (Non conosco il vocabolo, ma sarà il “purèri” di cui parla N. Caruso?) (n. l.)


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Questo vocabolario è aperto a tutti: chiunque, a conoscenza di altre antiche parole o detti brontesi, può comunicarli a “Bronte Insieme” che provvederà a inserirli. Potrai intervenire inserendo nuovi etimi o altri vocaboli o frasi interessanti. Anche i «?» sono stati volutamente lasciati in attesa di una tua integrazione.

Tradizioni popolari a Bronte Powered by Ass. Bronte Insieme - Ultimo agg. settembre 2011