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T

Tabaccàru = tabaccaio
Tabacchèra = tabacchiera.
Tabacchìnu = tabaccheria.
Tabbarè = dal francese cabaret: vassoio, guantiera (M. R.)
Tabùtu: (dal greco “tafos”, sepolcro) = bara.
Tacchiàri = macchiare; correre via (alzare i tacchi). (M. R.)
Tacci [Dallo spagnolo “tacha” = chiodo. (M. R.)] = chiodi.
Taddu = Tardi.
Tagghiàri = tagliare
Tagghiarìni = pasta fresca fatta in casa con farina di grano duro e
acqua, tagliata a mano; tagliatelle.
Tàju (dall’ebraico tajat) = luto, fango, che indurito
serve per le costruzioni. Noi lo interpretavamo come “ pietra”, infatti si
diceva “testa di taju”= testa dura.
Talli (dal greco “tallos ”) = parti tenere delle verdure (es. “i cimmi ‘i cucuzza”).
Tandu (dal latino ante annum) = allora.
Tantiàri (dal latino tentare) = brancolare.
Tantìcchia (dal latino “tantillum”) = un poco.
Tappìna (dal catalano tapì) = pianella, ciabatta. (A. F.)
Taràllu (dal greco thyra + alos) = anello. Noi indichiamo un
biscotto ad anello.
Tarì = moneta (coniata dagli Arabi in Sicilia e poi adottata da Svevi e Normanni). Valeva 8,50 soldi e nel 1906 con 4 tarì si compravano 18 kg. di
grano, o 17 bottiglie di vino.
Tariàri = guardare.
Tascappàni = tascapane (sacca in tela, da portare a tracolla, usata dai militari per contenervi cibo e munizioni).
Taschéttu = Berretto con visiera, tipico dei brontesi (M. R.). Sinonimo di “còppura” (nl)
Tastàri (dal latino taxitare) = gustare per sentire il sapore o la cottura.
Tavacca = spalliera e pediera del letto ('a tavacca ru lettu).
(LC)
Tavèlla (dal latino tabella) = tavoletta. I nostri muratori usavano l’accrescitivo tavilluni.
Tavurìnu = tavolino.
Tàvuri = tavole. “I tavuri ru lettu” (“le tavole del letto”): in genere sei tavole poste su tre trespoli (“i trispiti”) modellate in modo da lasciare fra l’una e l’altra uno spazio che serviva ad arieggiare i materassi.
Tàvuru = tavolo
Tia (dal latino "tibi") = è pronome personale indiretto; per esempio si dice: a tia =
a te; e altrettanto Mia: a mia = a te.
Timpa = luogo elevato, scosceso e disagevole (M. R.). Deriva dal greco tymbos = pendice. Frase: “jri pi li timpi
timpi”= andare per i monti. |

Un tàvuru ri petra |
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Timpagnu = doga, es. "un coppu o ciccu e un
coppu o timpagnu" = un colpo al cerchio e un colpo alla doga (della botte).
Tinàgghia = tenaglia
Tinghitè (a) (dal catalano à tingut tè) = in quantità spropositata,
a bizzeffe o a volontà ("Oggi mi ricriavu,
mangiavu a tinghitè").
Tintu (da tingiri ) = letteralmente “tinto”, in senso figurato
“malvagio”. (vedi
Peculiarità del dialetto brontese)
Tira = tela
Tirafùmmi = tiraforme. Attrezzo per calzolai che serviva a tirare fuori
la forma dalla scarpa finita. A proposito nei miei “Fantasmi” ho raccontato un
aneddoto su “I Botta”.
Tiszu = dritto. “Ingiuria” di un prete che suonava bene l’organo.
To’ = tuo, tua, tuoi, tue.
Tocca = tocchi, rubi.
Tòmu (dal latino tomu) = letteralmente “volume” di un’opera, in senso figurato “riservato“. Esiste raddoppiato “tomu-tomu” che corrisponderebbe
al nostro “fesso-fesso” o al detto di Totò “cacchio cacchio”.
Toppi = trucioli.
Tòtimu = (gioco del): sorta di cubetto di legno, che si lanciava.
Costruito sul proprio asse, recava su ciascuna delle facce particolari simboli:
T = tutto; M = mettà; 1 = una parte; N = niente. (M. R.)
Trabbughiàrisi = dispiacersi. (O. C.)
Tracullàri (dal provenzale tremula) = tramontare. Frase per indicare luna piena: “Tandu è ‘a vera quinta quandu u suri colla e ‘a luna
spunta”.
Trainèllu = voce palermitana: tranello, inganno.
(M. R.)
Trànturu (dal greco trantàzo) = tremito. |
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Trappìtu (dal latino trapetum) = trappeto o frantoio. Il vecchio trappìtu a Bronte è scomparso dopo il 1930, quando furono fatti quelli moderni, il primo dei quali fu quello denominato Oleificio S. Giuseppe, sito in
via Cardinale De Luca, fondato dal maestro V. Franchina, fratelli Isola, E. Interdonato e A. G. Lupo (mio padre).
L’ultimo trappitu che ricordo io si
trovava in Corso Umberto tra via A. Corelli e Piazza Piave. C’era la macina girata da un mulo munito di paraocchi, una pressa a mano, una vasca in cui
scolava l’olio, che poi veniva raccolto col famoso piattu dal
trappitaru esperto. In un angolo, vicino al fuoco che serviva anche per riscaldare l’acqua per pulire le sporte che contenevano la pasta delle
olive macinate, stazionava spesso fra Savvaturi il monaco questuante che attendeva l’elemosina dai vari clienti. Egli, grande e grosso, con un faccione
bonario, coperto da una folta barba cacio e pepe, si presentava con un Pace e Bene e ‘a tabacchera aperta per una presa di tabacco, di cui
era sempre sporca la sua vecchia tonica.
Trapurèru (da trappola?) = imbroglione.
Traszìri = entrare.
Trazzèra (da “traccia”, viottolo di campagna): termine usato in Sicilia e in Calabria per indicare il tratturo.
Trigghiùni = grossa triglia (?). Era l’ingiuria-soprannome di un aiuto fuggiaru di don Francesco Paolo Benvegna, il quale la sera faceva
l’operatore al cinema (gestito dai f.lli Benvegna ) e diventava il bersaglio della marmaglia quando la pellicola si rompeva (il che accadeva molto spesso) o
quando molti non riuscivano a leggere per intero le didascalie perchè allora non c’era ancora il sonoro.
Trìnguri-mìnguri: nome di un personaggio fantastico di una
filastrocca. “Trìnguri-mìnguri jva fujèndu, Tentazioni ci jva r’arretu, ssi non era ppi’ Coscistotti,
Trìnguri-mìnguri jva a la motti”. Una filastrocca, di origine popolare e dal riferimento
incerto.
Triporu = trespolo per appoggiare il paiolo nel caminetto. (N. S.)
Trippàri (dal francese triper) = saltellare, e in senso figurato “darsi alla pazza gioia”.
Trippèri (tre piedi) = trespolo per appoggiare la bacinella per lavarsi ('u
bacìri).
Tririntùni = forcone (a tre punte) per paglia o fieno. (V. S.)
Trisòru (dal latino thesaurus) = tesoro.
Trìspiti = trespoli. Frase: “trispiti e tavuri” era il modo di
dire del popolino per indicare i mobili indispensabili per il matrimonio e cioè
il letto, la cui base era formata da due trespoli fatti da un fabbro su modello
standard e sei tavole modellate in modo da lasciare fra l’una e l’altra uno
spazio che serviva ad arieggiare i materassi. I quali erano quattro: due di
crine per l’ estate e due di lana per l’inverno. I più poveri usavano, invece,
foglie di granturco o paglia di segale, che facevano gran rumore al minimo
movimento. Il letto risultava alto, tanto che le donne bassine e corpulente
usavano uno sgabello per salirvi. Per i piccoli, che dormivano fra i genitori,
si usava una pelle di pecora per non far bagnare e sporcare i materassi.
Trizziàri (dal latino tricae) = beffare. Perciò, giocando a carte,
si diceva “staiu trizziandu” per significare “sto vedendo”.
Tròccura = (raganèlla) tipo di strumento musicale totalmente di legno con
una lamina ed ruota dentata che girando attorno un perno produce appunto un
suono "legnoso". Era usato durante la Settimana Santa nelle chiese e nella processione del
Venerdì, quando in segno di lutto le campane non suonano
perchè legate il giovedì. (A. F.)
Troffa = ciuffo d’erba, mazzetto; (nà troffa ´i cicòina” = un
mazzetto di cicoria (M. R.). Può avere anche il significato di "donna obesa" (A. F.)
Truccu (dal tedesco troc) = inganno. “U truccu c’è ma non si viri!”
Truccuriàri = mettere le mani dappertutto senza
concludere nulla. (A. F.)
Trumò (dal francese trumeau) = specchio con mensola, generalmente posto fra due finestre.
Trùscia (dal francese “trousse”, fardello) = pacco confezionato con un
grande fazzoletto.
Truzzàri (dal latino trusare) = urtare.
Truvàiu = trovò.
Tturràta = tostata. Si diceva della mollica di pane tostata, che
sostituiva spesso il formaggio.
Tugànu =Pentola di terracotta, munita di un solo manico. (M. R.)
Tumàzzu: (da “toma”) = formaggio. Riporto il motto volgarotto ma colorito
dei nostri (brontesi) anarchici: “Pani e tumazzu e libertà ri cazzu!”
Tumbarella = girino (M. R.)
Tumma (dal francese tomme) = toma, formaggio fresco.
Tùmmunu (?) = unità di misura per cereali equivalente a Kg. …? – ma anche
di superficie equivalente a mq. 2.200. Sottomultipli erano «u dumundella»
e «'a garozza», multiplo «'a samma» (vedi).
Tumpuràta (?) = schiaffo. A mio avviso la parola “Tumpurata”
o “Tumpuruni” che dir si voglia è onomatopeico e cioè nella parola si
ripete il suono (tump) causato proprio dallo schiaffo. (A. C.)
Tuppu (dal normanno toupin o dal francese toupet ) = treccia di capelli sulla nuca,
crocchia.
Tturràri (dal latino torrere) = tostare.Turi e Turìllu = dim. e vezz. di Salvatore.
Tuvàgghia = tovaglia. Si usa lo stesso termine specificandone l’ uso come
per l’asciugamano.
Tuvàgghia ‘i faccia = asciugamano.
Tuzzuriàri (dal latino titio) = attizzare il fuoco, ma, in senso
figurato, stizzire.
U

U = art. det. m. s., ma anche prep. art. = al, allo. Modo di
dire: “U jonnu vaiu undi vogghiu e a’ sira spaddu l’ogghiu”.
Ucchiàta (dal lat. oculata) = pesce occhiata ma anche sguardo.
Ucchiùzzi = dim. vezzeggiativo di occhi.
Ùcuru (dal latino “lucrum”) = utile, vantaggio (M. R.)
Ugghiaròru = bollicina che si forma tra le
palpebre, orzaiolo. (M. R.)
Undi: dal latino unde = dove. |

U triporu e a pignata 'i rammu

I trìspiti e, supra 'a
maìlla, i crivi e 'u scannatùri

'A tròccura

'U tumazzu cu ì spezzi

Ci vòruno ddu dumundèlla ppi fari un tùmmunu. |
|
V

Vaiu: ind. Pres. 1^ sing. del verbo jri; irr. P.r. jvu = vado
Vampa = (voce latina medievale): fiamma. (M. R.)
Vanèlla (dal latino vanella) = vicolo o stradina secondaria. "A vanella o Culleggiu"
(via Capizzi).
Vara = bara. Nel senso di lettiga speciale per portare in processione
statue o reliquie di Santi.
Varìa (dallo spagnolo valia) = forza. “Caruszu senza
varìa” = ragazzo debole.
Varòra (dal francese vireule) = ghiera.
Vavà (dal greco vavvào) = voce infantile per significare
“dormire”. Ma noi lo usiamo per significare “bambino” in senso critico:
“S’i ancora un vavà!”.
Vavarèlla = La parte dell’occhio con la quale si vede, pupilla. (M.
R.)
Vebbu = parola, nel senso del termine cristiano che traduce il greco Logos. In merito il prof.
Nunzio
Longhitano ci segnala una filastrocca brontese contro il cattivo tempo:
«Quando
il cielo si inscuriva e i tuoni e i fulmini si facevano cominciare a sentire,
mia nonna Nunziata Salvì Barbaria, riuniva in cucina tutti i nipoti presenti ed
iniziava a recitare “U vebbu”.
«Vebbu sàcciu e vebbu vògghiu riri, chistu e lu vebbu ri Nostru Signuri, chi a chista valli vinni a murìri cun brazzìttu ’nterra e natru 'ncruci. ’Nti la valli
di Giosafà, picciuri e randi ammu a èssiri ’lla; San Giuvannùzzu ri ’ncelu
ffaccià, cun librìttu a manu e diciva “Maistru! Maistru piddunati a sti
figghiòri”. “Giuvànni non li pozzu piddunàri ca lu vènniri di marzu non vòsunu 'ddiunàri”.
Cu lu rici tri voti 'ncampu è scanzàtu di trona e lampi, cu lu rici ppi la via è
scanzàtu da morti ria, cu lu sapi e non lu rici avi a patiri cappàti ri pici, cu
non lu sapi e si lu fa 'nsignàri peni ri 'nfernu non nni viri mai.»
Quindi ci faceva recitare tre volte il credo e così tutto era risolto e,
tranquillizzati, tornavamo ai nostri giuochi.» (N. L.)
Viggànti = Lunga pertica per scuotere rami al momento del raccolto
(mandorle, ulive) (M. R.)
Vìgghia = veglia
Vicìnu = vicino: sia avv. che sostantivo.
Vinìsti = sei venuto
Vintìna (modo lasciatoci dai Normanni, perché così si
contava, e si conta ancora, in francese treis vinz = tre ventine) = ventina.
Vinucòttu = succo di fichidindia concentrato, da consumare da solo o per
fare mustadda e mastazzora.
Viòru (dall'arabo yolu) = viottolo di campagna.
Viri = vile; ma è anche verbo = vedi.
Virinùszu = velenoso.
Vistìrisi = vestirsi.
Vistìtu = vestito, abito.
Vistùtu = vestito (part. pass. di vestire). "Oggi mi pari vistùtu ri
canni 'nfunnata" (Oggi sei vestito proprio bene, come la carne al forno).
Vo’ = vuoi.
Vògghiu = ind. pres. 1^ sing. di vurìri = volere.
Vòpa (dal greco bopa) = boga (piccolo pesce).
Vori = vuole.
Voscènza = vostra eccellenza (si usava con le autorità e con le persone
molto superiori).
Vossìa = vostra signoria (si usava per rivolgersi ai più anziani di
rispetto).
Vota = volta; ma anche verbo.
Vù = pronome pers.: voi (M. R.)
Z

Z’a = zia
Zafattiàri = Leccare disordinatamente, servendosi delle mani (M. R.)
Zamàtturi = ciabatte (A. C.). (Non lo
conoscevo, ma sapevo “Tappìni”) (n. l.).
Zambàra = Filamento vegetale che serve a fare cordicelle. Solitamente usata per
realizzare il sedile della sedia. (M. R.)
Zzaùddu (dallo spagnolo “zurdo”, sciocco) = zotico, rozzo.
Zzàbbu (dallo spagnolo “zabojar”, zarbo) = silos (dallo sp. Silos).
Graticcio fatto di canne o contenitore in muratura con uno sportellino in basso,
per l’accumulo delle olive prima della molitura.
Zzappa = zappa (sia sostantivo che 1 pers. sing. ind. pres. di zzappàri.)
“Cu zzappa bivi acqua e cu non zzappa bivi a’ butti”. Così si esprimevano
i nostri vecchi contadini per dire che ci sono stati sempre gli sfruttati e gli
sfruttatori.
Zzappùlla = zappetta. |
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Zzibbu (Mi chiedo da una vita quale sia o possa essere
l'etimologia del vocabolo "zzibbu". A parte sapere che aveva a che fare
con il mondo dell'agricoltura essendo forse una specie di
pagliaio, non so altro. Che derivi dall'arabo? G.D.B.). Zzibbu o
Zimbu (deriva forse dall’arabo) = spazzatura. Zicurìzza = Liquirizia (V. S.).
Zichi-zachi = Andamento ad angoli di un percorso, di una linea. Camminare non
dirittamente ma di qua e di là. (M. R.)
Zzilla = diarrea (A. F.). Io ricordo scirra (nl).
Zzimba = Termine arabo: disordine e sporcizia diffusa (M. R.)
Zzìmbaru (dal greco chimaros) = caprone, il maschio della
"crapa" (capra).
Zimbìriu (?) = recipienti di paglia a forma triangolare uniti in modo da
poterli caricare sul dorso di una bestia da soma per il trasporto di concime o
altro.
Zziti = Gli sposi novelli. Ma anche: fidanzati (M. R.)
Zzivìttura = civetta; civettuola, poco seria (M. R.)
Zzo, zzo! = forse equivale allo “sciò, sciò!” che si usa per allontanare
galline o altri animali domestici. L’ho preso dalla frase “zò,zò! Ognunu cu’i
so’!” che potrebbe equivalere a quella italiana: “mogli e buoi dei paesi
tuoi”.
Zzocchè = cos'è od anche qualche cosa (Tav'a ddiri zocchè, ma mu
scuddavu).
Zzòccu (dal francese coque) = ciò che.
Zzocchegghiè = qualsiasi cosa.
Zzocchererè = espressione usata per dire: "qualunque cosa è" (G. D. B.).
Zzoccuvò = qualunque cosa tu voglia. (S.
P.)
Zopìru (?) = villano in senso dispregiativo.
Zzotta = Sta ad indicare un avvallamento, una
sorta di conca naturale esistente nelle nostre campagne (od anche la frusta del
carrettiere!) (A.P.). Secondo me indica la conca che il contadino fa nel
terreno per piantare qualcosa: es. “fari i zzotti pi chiantari i favi”
(nl).
Zzù = zio ("u zzu Gioszuvè").
Zzubbaru = Mangiatore di zubbi (o di minchi).
Zzubbi: = indica una pianta di poco conto, mangiata una volta dai
Malettesi, i quali perciò venivano chiamati zubbàri, soprannome da loro
non gradito e motivo, quindi, di zuffe.
I tempi sono cambiati, ma l’atavico campanilismo, per usare un eufemismo, tra i
Malettesi e i Brontesi, non è affatto cambiato. Ed io cercherò di darne una
spiegazione non solo sociologica, ma addirittura linguistica, come era nelle
mie intenzioni, partendo da una scoperta che ho fatto solo in questi giorni
e che mi obbliga a rivedere qualche mio etimo, come quello di zubbu
(dall’arabo zubb) = membro virile, e quindi zubbaru
= mangiatore di minchi (alla brontese).
Fino ad oggi io non davo
una etimologia, pensando che fosse una pianta o qualcosa di simile, perché
questa mia convinzione scaturiva dalla consuetudine, comune sia a Bronte che
a Maletto, di rispondere all’abituale domanda: chi mangiasti? con
risposte come: pani e pitrulli, di un ragazzino, o cazzi,
cucuzzelli e ova, di un adulto, brontesi; mentre i Malettesi
rispondevano: zubbi. Queste risposte, secondo me, erano date o per
nascondere una dignitosa povertà, allora molto diffusa, o per nascondere una
certa e relativa agiatezza, per non farsi invidiare.
Sennonché i Malettesi, che usavano la parola zubbi per non dare
conto dei fatti loro, se venivano poi chiamati, di conseguenza, zubbari,
conoscendone il significato effettivo di mangia minchi, si
arrabbiavano e spesso menavano le mani, ma molte volte si vendicavano a
sassate, approfittando del pietrisco sparso per le strade e che in estate
diventava polvere.
Questi fatti dimostrano che in due Comuni limitrofi, Bronte e Maletto, si
presentano due civiltà diverse: nel primo quella greco-romana e nel secondo
quella araba, evidenziate dallo stesso vocabolo, origine della vita, che
deriva nell’una dal latino mentula, e nell’altra dall’arabo zubb.
Come si evince dalle suesposte considerazioni, la sociologia si sposa bene con la
linguistica per confermare un fenomeno comportamentale che stenta a
scomparire, sebbene le condizioni economico-sociali siano cambiate.
Per concludere zubbu
deriva dall’arabo zubb (= membro virile), e quindi zubbaru
= mangiatore di minchi, con buona pace degli
amici Malettesi. (nl)
«Ho letto la Sua etimologia e la trovo abbastanza aderente alla verità,
in quanto nelle zone desertiche dell'Arabia Saudita, ho trovato una pianta
che prima di fiorire aveva un “turione” simile ad un cazzo con dei rigonfiamenti
alla base che chiamavano “Zubb al …” ovvero Cazzo d'Asino. I “Zubbi marittara”
corrispondono alla specie botanica Asfodeline Lutea, (vedi foto) e della quale
anche i brontesi ne mangiavano i teneri germogli con il nome di “Bambuscitti”.»
(Prof. Nunzio Longhitano)
Zzuccu (dall’arabo suk) = ceppo tagliato, base del tronco di un albero. (M. R.) |

Zzubbi marittara, corrispondono alla specie botanica Asfodeline Lutea.

Run bellu àbburu lassànu suru
'u zuccu.
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