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D

Damuszu (?) = soffitto (A.F.)
Ddèra =legno di radice selvatica, o di albero
resinoso, utilizzato per accendere legna o carbone. (M. R.)
Ddommi = dorme.
Ddòmmiri o dummìri = dormire.
Ddoppu = dopo.
Ddubbàri (corrotto da “addobbare”) = saziare. (“i dubbasti i gallini?”).
Ddummùta = dormita.
Ddummiscìrisi (dal latino dormiscere) = pigliar sonno.
Ddunàrisi (dal catalano adonarse) = accoggersi
Diavulùni = diavolone. “Santu diavulùni!” = Santo
diavolone! Bestemmia scritta in italiano da Benedetto Radice nel
racconto “Il mio caporale”. A proposito della bestemmia io, diverse
volte, ho esposto la mia tesi, secondo la quale, essa rappresenta, in
negativo sia in senso morale che comportamentale, un aspetto della
nostra religiosità. Infatti la quasi scomparsa della bestemmia, se
indica un progresso di bon ton e di rispetto, è anche la spia di un
certo agnosticismo cioè l’indifferenza per Dio e la religione. Questa mia tesi ha trovato, per caso, conferma nella trasmissione televisiva
“Domenica in…” del 6 novembre 2005, nella terza parte diretta da Pippo Baudo, quando il cantautore, nonché professore, Roberto Vecchioni, ha
detto che un autore, credo francese, di cui non ho memorizzato il nome, ha esposto a proposito della bestemmia, una teoria simile alla mia; cosa
che lì per lì ho fatto notare a mia moglie. Mi piacerebbe, però, risalire al nome dell’autore e poter leggere la tesi esposta nei suoi
termini esatti.
Diminàgghia = indovinello. (M. R.)
Dimuràri = Indugiare in un luogo, ritardare (mettere “dimora”). (M. R.)
Diszìu = dèsio (poetico); desiderio, voglia. (M. R.)
Diu = Dio.
Doccu (?) = tessuto ruvido di cotone per pantaloni da fatica: il progenitore
dei jeans!
Donna (dal latino domina = padrona). Si dava alle signore
della classe superiore nel senso proprio di “padrona”.
Du’ = due.
Dumandèra = mendicante (in senso dispregiativo).
Dumundèlla = unità di misura di superficie e/o di capacità
(in quest'ultimo caso un cilindro di legno della capacità di circa otto litri e
mezzo).
Sottomultipli era «'a garozza», multiplo «'u tùmmunu» e «'a samma»
(vedi)
Dunnìszi = abitante di Adernò, oggi Adrano. “Ingiuria” del
sig. Pantò, adornese, che aveva sposato una brontese e aveva aperto una
bottega per le riparazioni di biciclette; essendo stato da giovane un
ciclista lo chiamavano anche “u ciclista”.
«Morte al Dornese!»
è il titolo di un curioso episodio accaduto nel 1848, raccontato da Antonino Cimbali
in Ricordi e lettere ai figli (Roma, Fratelli Bocca Editori 1903).
E

‘e = della.
Èbbica = Epoca, tempi. (M. R.)
Efòra = antichissimo lemma greco: fuori. Usato per dire “in
campagna, fuori paese”. (M. R.)
Érunu = erano.
Est: 3 sing. pres. ind. del verbo: essiri: sugnu, si, est, simmu,
siti, sunu.
F

Facìsti = hai fatto e facesti.
Facìti = fate, diventate.
Fallàcca (dal latino “phalanga”) = (grossa tavola
rettangolare utilizzata una volta dai muratori, in genere nei
ponteggi).
Fasòru = pisello.
Fasci = fasce (che i soldati avvolgevano attorno alle gambe
dalla caviglia al ginocchio).
Favajana = fava fresca (da fava e dalla radice latina
di juvenis, quindi fava giovane, quindi fresca).
Favòccia (da fava) = fava piccola e non cottoia da usare come biada per
animali.
Favurìri = fare favori, giovare. Ma anche: Accettare una cosa
offerta (M. R.). Si usava nella forma “favurìti” per invitare
qualcuno a partecipare al pasto o alla bevuta che si stava consumando. (n. l.)
Fazzurittùni = grande “fazzoletto” di cotone nero, che, piegato a triangolo,
le donne portavano poggiato sul capo o sulle spalle.
Fella = fetta. Mi ricorda una frase che alcuni ragazzi rivolgevano a un
falegname: “Zu mastru Giuva’, m’a basa ‘na fella ‘i curu?”
Ferra: (dal latino fèrula) = ferula.
Ferru = Ferro ma anche ferro da stiro.
Fessu = Piccone (M. R.). Deriva dal greco di-fyés
(biforme) = arnese di ferro per picconare e per tagliare.
Ffarari (dal lat.) = affumicare o
bruciacchiare (A. F.)
Ffittàri (dal latino fixus) = guardare fisso
Fiàvuru (dal latino fragare) = odore, olezzo. |
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'U dumundèlla è miszu supra 'u furrìzzu

Favajàni

'U ferru 'i stiràri
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Fica = fico o fichi (i frutti). «U longu cogghj 'i fica e u cuttu si
lambìca» (chi è all'altezza della situazione ne coglie sempre tutte le
opportunità).
Fici = feci o ho fatto.
Ficara = fico (albero di f.).
Fìgghia = figlia.
Figghiàri = partorire.
Fìgghiu = figlio.
Filarisìlla (dal francese filer) = svignarsela.
Fillètta (plur. Filletti) (?) Al sing. è femminile e al
plurale masch. = dolce tipico di Bronte, molto simile al pan di spagna: confezionato con farina, zucchero e uova frullati, e cotto
in padella unta con poco calore sotto e molto sopra.
Filùsi (dall’arabo aflus, folus) = denari (termine gergale e di
scherzo).
Fìmmini = femmine, donne.
Finimenti (?) = gli attrezzi per appaiare i cavalli o il
cavallo alla carrozza. Al singolare (finimentu) indica il buco del culo (finimentu
'i coppu).
Fintu = finto.
Firi = fili.
Fìrici = felce (?) (A. F.)
Firrètti = forcine per fermare la crocchia.
Firriàri (dal latino “feriari”, far festa, oziare) = andare
in giro.
Firriòru = mantello a ruota, che si girava attorno al corpo.
“Porto il mantello a ruota e fo’ il notaio” è un verso
dell’antica canzone “Signorinella”.
Firu = filo.
Fissiàrisi = ostentare con sussieguo. (M. R.)
Fitinzìa = Termine onomatopeico (da “fetu”): schifezza,
laidezza. (M. R.)
Fiummi = fiume (vedi
Hiummi) |

'I fica nìvuri e (sutta) 'a filletta
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Focu = fuoco.
Fògghia = foglia.
Fògghiu = foglio.
Fòggia = forgia, ma anche fucina.
Fracca (è un corrotto dell’italiano “fiacco”) = debole e
magra.
Fora = fuori.
Forètta (è un corrotto dall’italiano “fadetta”, sottana) =
gonna lunga.
Fòvvici = forbici. Quando ero ragazzo veniva in paese un
vecchio venditore ambulante che, visto da liceale, mi sembrava un
personaggio dantesco “dagli occhi di brace”, perché erano
sempre molto arrossati. Egli, portando la sua mercanzia in una
cassetta con vari scompartimenti, appesa con una cinghia al collo,
gridava: “Cipria, cuddella, elasticu; haiu spirugghiaturi e
pettini!” al che i calzolai che col bel tempo lavoravano fuori,
rispondevano con sonorissime pernacchie, senza riguardo alcuno per
un vecchio che cercava di guadagnarsi il pane con un lavoro duro e
poco gratificante. Ma egli, affatto intimidito da quella sconcia
“musica”, rispondeva mandando a quel paese non solo i suoi
molestatori, ma anche i loro padri, le madri e le sorelle con frasi
adeguate alla “musica”.
Fragàgghia (dal francese fraye, frai) = pesciolini di molte
specie.
Frallòcchiu (?) = strabico.
Frascàturi (?) = polenta (in genere fatta con farina di ceci).
Frastùca (dall’arabo “fustaq” o “fustuq”) = pistacchio.
Frati = fratello, fratelli; usato anche per indicare i
“monaci”.
Frattìni (?) = erba rinsecchita o cose sparpagliate
disordinatamente (A. F.)
Frattu = (dal latino: frangere) crema, passato di fave (M.
R.)
Frevi = febbre.
Fricàri = Fregare, strofinare. (M. R.)
Frijri = friggere (A. F.)
Frimmatùra = lucchetto.
Frìnza (dal latino fimbria) = frange.
Friscarèttu = fischietto (A. F.)
Fritturi = Avanzi di pezzettini di lardo, ciccioli.
(M. R.)
Frummèntu (dal lat. frumentum ) = grano.
Frummenturìndia = granoturco.
Ffruntàrisi (dallo spagnolo frentarse) = vergognarsi.
Ffruntàtu = E’ l’opposto di “sfruntatu” (“senza fronte, senza
faccia”, per indicare “senza vergogna”). Per cui il termine, privato della S,
diventa “con la faccia, con pudore, con vergogna” e per estensione: offeso.
(M. R.) |

I frascàturi cu finòcchiu rizzu

'A frastùca: 'a
babbalucèlla (pistacchiu ca scoccia) e 'u garìgghiu (pistacchiu
scacciatu)

'A frimmatùra |
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Fujèndu = correndo.
Fujri = fuggire.
Fujùta = fuga (d’amore, quando questo era contrastato da
qualche genitore) o anche aggettivo.
Fuggiàru = fabbroferraio. Una volta quella del fabbro era una
attività multiforme, perché egli faceva dalle chiavi di diversa, ma
sempre consistente, grandezza, e quindi alle serrature adeguate, a
tutti gli accessori in ferro per portoni, porte e finestre, alla
ferratura di asini, muli e cavalli, che erano i mezzi di trasporto
dell’epoca.
Voglio ricordare qual era il sistema per tenere la contabilità in questo settore
per coloro che andavano a ferrare le bestie di cui sopra: si prendeva un pezzo
dritto di “ferra” di circa 30 cm., si divideva in due longitudinalmente
per circa 25 cm. e se ne staccava una parte; sui restanti 5 cm. si metteva il
nome del cliente e si praticava un foro che serviva per infilare questo
originale documento in un lungo filo di ferro che costituiva l’altrettanto
originale raccoglitore; avvenuta la ferratura della bestia, si prendevano le due
metà della ferra e, accostatele, con una specie di coltello infuocato, si
incideva su entrambe le parti una tacca e si consegnava la parte mobile al
cliente, che l’avrebbe esibita alle prossime ferrature o all’epoca del raccolto
per pagare in natura il suo debito.
Fumèri (dal francese “fumier” o dall'albanese "fumèr", letame) = concime, di
escrementi animali che una volta si raccoglievano con la spazzatura.
Fumma = forma. La forma di scarpa in legno che serviva ai
calzolai per fare scarpe nuove.
Fungazza = Nel senso di spiraglio (ad esempio nel caso di uscio socchiuso “Chiuri mègghiu ‘a potta, ca lassasti a fungazza”)
(A. F.)
Furìjna (dal latino filum) = fuliggine o ragnatela.
Furriàri = girare attorno, girovagare a vuoto (A. F.). Io ricordo
il vocabolo con la “I” cioè Firriari. “Va firriandu comm’un tuppettu” (nl).
Furrìzzu = sgabello confezionato con la “ferra”=
ferula.
Fuscella = dal latino fiscella: piccolo paniere. Contenitore di giunco, ora
di plastica, usato per la ricotta. (M. R.)
Fùttiri = fottere. Detto: “A un pammu ru me’ curu cu futti
futti.” Indirettamente bolla l’egoismo umano e la relativa indifferenza,
indicata, quest’ultima dall’altra frase: “mi ‘ndi futtu” = me ne frego. |

U furrìzzu

I fuscelli pa ricotta ora sunu ri plàstica |
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G

Gàggia (dal francese “cage”) = gabbia o guancia. (“‘a gaggia ri
gallini”).
Gaggiàta = schiaffo sulle guance.
Galliàri (dallo spagnolo gallear) = spadroneggiare.
Gallìna = gallina. Frase: “‘a gallina chi camina potta ‘a
bozza china.” Questa frase mette in evidenza l’attività dell’uomo
che porta sempre dei benefici.
Gallinazza = escremento di gallina.
Gallu = gallo. Frase: “U gallu futti e s’u scodda”. In
questa frase, che è una constatazione, c’è la stigmatizzazione del
comportamento umano basato sulla mancanza di responsabilità e sulla
indifferenza. Ogni riferimento a uomini politici è puramente casuale.
Gallùni: (corrotto dall’italiano “vallone”) = solco, più o meno
grande, scavato dall’acqua piovana. Ma si usava anche per indicare un
liquido versatosi per caso: “facisti un galluni!”
Gambaragèntu = gamba di argento. “Ingiuria” di una
famiglia che abitava vicino alla Matrice.
Gambàri = gambali (che si usavano al disopra delle scarpe per
proteggere le gambe.)
Ganga (dal greco agcw) = molare o
dente.
Gangàta = botta sui denti.
Garatiszi = detto di abitanti di Galati, paese del
messinese. Soprannome o “ingiuria” attribuito alla famiglia Anastasi. (A. C.)
Garìgghiu = Mandorla (o pistacchio) smallata e sgusciata. (M. R.)
Garòzza (?) = la più piccola unità di misura per grano e altri
cereali. Una “garòzza” equivale a Kg. …? (vedi
samma)
Gastìmma = imprecazione, malaugurio. (M. R.)
Gattigghiàri o gattigghiàrisi (dal francese “ègratigner”, M. R.) = solleticare o eccitarsi.
Gattunèlli = gattini. Fare i “gattunelli” significava
avere la bronchite, perché si sentiva lo stesso ronfare dei gattini.
Gazzana = gazzarra (?).
Gazzuni (dal francese Garcon) = Giovane che aiuta il padrone in
lavori semplici o servizi. A volte può anche capitare che si diventi "da
patruni a gazzuni".
Gèbbia (dall’arabo “gèbbe”, gorgo) = grande vasca d’acqua piovana,
invaso artificiale idrico usato in agricoltura. Ce n’era una
nell’attuale via Milano, quasi di fronte alla via Cavour.
Gènia (diminutivo di Eugenia, dal greco “ben nato”) =
“Ingiuria” di una famiglia Sanfilippo alla quale apparteneva mia
nonna materna.
Gghiòmburu = Palla di filo raccolto ordinatamente. Gomitolo (M.
R.)
Giammillùzzi (?) = tipo di dolce un poco più raffinato del
biscotto: più dolce ed aromatizzato. Giammillùzzi potrebbe
derivare da “ciambelle”, ma il mio ricordo personale lo esclude perché
quelle che faceva mia madre erano rettangolari. E a questo proposito
ricordo che mia madre aveva sempre un problema di forno (perché allora
non c’era il termometro incorporato) e perciò si affidava ai Santi e,
quando infornava il pane, per esempio, diceva, chiudendo la bocca del
forno con l’apposito coperchio, “Santa Rosa e Santa Maggarita, russu
ri crusta e chinu ri mollìca!” E qualche volta le Sante l’aiutavano.
Giànnu (dal latino galbinus) = giallo.
Gìgghiu (dallo spagnolo hijo) = germoglio.
Girèccu = termine spagnolo “chalèco”=
corpetto, panciotto (M. R.). Ma potrebbe derivare anche dal francese
gilet? (n. l.)
Giri = bieta selvatica o segale (dall’arabo “sikla”, bietola).
Girìa = gira, da giriàri.
Gìrimu = Cinema. “Occhi chini e mani vacanti!” (M. R.).
Giszèri = stomaco delle galline (A. F.)
Giufà (dallo spagnolo chufar o jugar = scherzare) = Nome di
racconti popolari, sciocco e burlesco.
Giuggialè (?) = poco vestito. (A. F.)
Giuggiulèna (dall’ arabo giolgiolan) = sesamo. Da noi ricercato a
Catania il pane “ca giuggiulena”.
Giugnèttu (dal francese juinet, juignet, jugnet) = luglio. ("Giugnettu
cuttu e maririttu", così lo definivano i contadini; a giugno invece "a
faci 'n pugnu" mentre agosto è "cap'invennu"). |
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Giùmbu = Fiocco o Fez, ornamento composto da fili o nastri
pendenti (deriva dall’italiano “ciuffo”). “Chilli cu giumbu”, così
erano chiamati, con ironia, i fascisti, nella cui divisa era compreso un
cappello a Fez o con il fiocco nero. Il termine, però, indicava anche
l’infiorescenza interna dei broccoli (“broccuri giummati o giumbati”, è
corrotto da “gemmati”).
Gnegnu (da genio o ingegno?) = intelligenza.
Gnògnu (dal latino nounus) = ignorante, rimbambito.
Giustènna = cisterna, ma anche il nome di una località, sulla
strada per Maletto.
Ggnucchitatura (?) = definizione di articolazione
scapolo-omerale. Articolazione della spalla. (N. C.)
Grànduri = grandine.
Grandurìa = grandina.
Grapìri = aprire.
Grapùtu = aperto.
Grara (dal lat. Cratis ) = grata, inferriata.
Grarìgghia = graticola.
Grasciùra = tipo di concime naturale derivato dallo sterco di animali o stallatico. (M. R.)
Grasciuràru = colui il quale puliva le stalle
(o anche ‘u fummiraru) (N. S.). Indicava anche il luogo dove si depositava il concime (‘ a grasciura) che poi veniva prelevato dai contadini per portarlo nei loro campi. (nl)
Grassìna pl. i (?) = tapparella. Non aveva la guida e si
avvolgeva per mezzo di cordicelle che scorrevano attorno alla stessa.
Grasta (dal greco gastra, panciuto) =
vaso per fiori o per erbette aromatiche.
Grattàri = grattare, grattugiare.
Grattaròra = grattugia. “‘a menu cosza è ‘a grattaròra”.
Per dire che non vale la pena di preoccuparsi delle cose minime.
Gravituni = contenitore in vimini. (N. S.)
Gregna (?) = fascio di mazzzetti (“Iemmiti”) di grano
tagliato a mano, quando si mieteva a mano con la falce (S. P.). Vedi
Bolo nei Fantasmi.
Grìlllu (?) = cavalletta.
Grolla pl. i
= Crosta molle; involucro esterno (noci, mandorle, pistacchi, ecc)
(M. R.)
Gruppa = Parte superiore posteriore di una cavalcatura. (M. R.)
Gruppu = nodo. Mi 'gnruppà: mi è rimasto
sullo stomaco (A. F.). Si usava anche per indicare il gozzo. Al femminile
“gruppa” nella frase “in gruppa” voleva dire a cavallo senza basto o sella, che
si diceva “‘a sbaddossa” (nl).
Guaddarutàru (?) “Ingiuria” dei fratelli Meli, macellai
del Corso Umberto. Per l'etimologia vedi
Ingiurie.
Guaddàva = guardava.
Guaddiùni = striscia di cuoio posta attorno alla base della scarpa (tomaia), a sua protezione (M. R.)
Guàllara (dall’arabo àdara) = ernia.
Guarintìrisi = letteralmente garantirsi, ma
usato dai brontesi nel senso di coprirsi bene per affrontare il maltempo. (A.
F.)
Guastèlla (dal francese gastel, gateau) = pagnotta.
Gùgghia (dal disusato aguglia ) = ago.
Gugghiàta = nella frase: “’na gugghiàta ‘i firu” per
indicare la lunghezza del filo necessario per un determinato lavoro,
come attaccare un bottone.
Guggibbiàri (?) = godersela, andare in brodo di giuggiole. (A. L.)
Guìszina = Leggendario serpente alato e velenoso, dai colori sfavillanti.
(M. R.)
Gùnna (da urna) = pozzanghera.
Guraddìj = Derivazione da gola: golosità. (M. R.)
Guttèra (dal latino “gutta”) = goccia, piccola fessura sul tetto
dalla quale in caso di pioggia entra acqua.
Gùtturu (dal latino “guttur”)= gozzo. Ne erano affette molte
persone, specialmente donne, per l’uso di acqua poco potabile.
Gùtturu (anche gùttaru) = dal latino “guttur”, gozzo. (M. R.)
Gutturùszu = gozzuto. |

'A giustènna

Si rùstunu costi 'nda grarìgghia

'A grattarora pu tumazzu |
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