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“Baruneddu, baruneddu, n’autra fimmina!”. La levatrice,
Nunziatina, una donna sulla quarantina d’anni, alta, bene in
carne, che aveva fatto nascere le altre tre figlie a Donna
Geronima, non volle perdere altro tempo e spiattellò subito la
notizia al marito che stava aspettando con ansia che la moglie
sgravasse.
L’U. J. Dr. Don Lorenzo Castiglione Pace, primo barone di Pietra
Bianca, non riuscì a dissimulare il suo disappunto.
“Diavuluni! - disse - Sulu fimmini iè capaci di fari!”.
Dopo la primogenita Agata, che portava il nome della madre, erano
nate Dorotea e Rosalia ed ora nasceva Giustina.
Bonaventura, il nome di suo padre, quella buona nuova tanto
aspettata ed agognata, quel figlio maschio che avrebbe continuato
la sua stirpe, non arrivava e chissà se sarebbe mai arrivato.
E ricordava che dopo la nascita della terzogenita Rosalia, sua
moglie Donna Geronima Spitaleri, figlia dell’affittuario dello
Stato di Bronte Don Francesco, si era recata di buon mattino
presso la sacramentale Chiesa della Santissima Annunziata. Si era
fatta accompagnare dalla sorella Francesca che alcuni anni prima
aveva sposato l’U. J. Dr. Don Antonino Reale di Adernò.
Entrarono
in chiesa; fecero visita dapprima alla vetusta cappella del Cristo
alla Colonna, o cappella della Disciplina perché i devoti nei
giorni di venerdì si flagellavano a sangue. Sull’altare maggiore
troneggiava la bellissima statua dell’Annunziata, patrona di
Bronte, con a lato l’angelo, fine opera di Antonello Gagini.
Donna Geronima si inginocchiò e rivolse alla Madonna questa
preghiera:
“Madunnuzza, sicuramenti sugnu sfacciata, non sugnu digna di li
grazi chi m’aviti fattu dànnumi tri figghi, una cchiù bedda di l’autra;
iù vi ringraziu a facci ‘nterra di li vostri favuri, non è ppi
mmia, Vi lu giuru, ma ppi mè maritu, non lu pozzu sentiri cchiù,
voli un màsculu chi porti avanti la sò razza, diciticillu Vui a
Vostru Figghiu si lu pò accuntintari”.
“Donna Geronima aviti na priera in particolari da rivolgeri a
Maronna?”
Il sacerdote Don Biagio Saitta, alto, ieratico, con gli occhi
dolci, velati di malinconia uscì dalla sacrestia e si rivolse a
lei con queste parole.
“Patruzzu - disse Donna Geronima - Vui lu cunusciti a mè
maritu, cu lu teni cchiù s’avisissi a nàsciri n’atra fìmmina!”.
“Fiat Voluntas Dei” disse il sacerdote e si avviò celermente al
confessionale perché c’erano dei fedeli che aspettavano
pazientemente la sua opera.
Era passato poco più di un anno, Donna Geronima aveva portato a
termine la sua quarta gravidanza, ma anche questa volta era nata
una femmina e con l’aggravante che il medico di casa, l’Artis
Medicinae Doctor Don Giuseppe Ortale, aveva detto al barone che un
nuovo parto sarebbe stato molto pericoloso per la salute della
puerpera.
La speranza di far continuare la famiglia si era ridotta al
lumicino; i Castiglione si erano innalzati al titolo baronale con
lui e quasi sicuramente con lui sarebbero finiti! Correva l’anno del Signore milleseicentosettantanove. Eravamo nel
mese di ottobre, mese della vendemmia. Gli aspri odori dei mosti
si spandevano di palmento in palmento; era stata una buona annata
e sicuramente un vino di buona qualità avrebbe allietato
quell’anno le tavole.
Nel palazzo del barone di Pietra bianca fervevano grandi
preparativi.
Donna Giustina, l’ultima figlia di Don Lorenzo Castiglione, tra
una ventina di giorni, il 23 ottobre, avrebbe sposato Don Filippo
Romeo e Gioieni di Randazzo, figlio di Don Ruggero Romeo e di
Donna Isabella Gioieni.
Anche le altre tre figlie avevano fatto dei buoni matrimoni: la
primogenita Agata aveva sposato l’U.J. Dr. Don Michelangelo
Mendola, Dorotea il cugino l’U.J. Dr. Don Filippo Spitaleri e
Rosalia l’altro U.J. Dr. Don Pietro Sottosanti.
Quattro buone doti
aveva dovuto sborsare Don Lorenzo, ma a lui che era succeduto al
suocero Don Francesco Spitaleri come Governatore e arrendatario
dello Stato di Bronte non mancavano certo i mezzi.
Un unico cruccio gli restava, che quel feudo di Pietra Bianca che
aveva acquistato dai Moncada all’ingente prezzo di onze
tremilatrecentosessanta, sarebbe stato alla sua morte smembrato e
diviso in quattro parti. I quattro generi sarebbero divenuti,
maritali nomine, baroni di un quarto di Pietra Bianca!
I preparativi per quel quarto matrimonio erano stati febbrili. Il
barone Don Lorenzo aveva voluto fare le cose in grande, come sua
abitudine; le famiglie più importanti, non soltanto di Bronte ma
anche delle terre vicine, Adernò, Randazzo, Biancavilla, Paternò
erano state invitate e le dame sfoggiavano i loro abiti più belli
e le loro gemme più preziose.
Tutto era riuscito a puntino; a
tarda sera quando i giovani sposi si erano ritirati nelle loro
stanze, Don Lorenzo aveva detto alla moglie che voleva prendere
una boccata d’aria prima di andare a letto ed era sceso nel
giardino che circondava il suo palazzo.
Poteva dirsi soddisfatto, Giustina aveva sposato un esponente
della vecchia nobiltà randazzese, quel matrimonio che aveva
preparato con tanto sfarzo e con tanti invitati era un’ulteriore
prova della sua ricchezza e potenza, ma perché aveva allora un
sapore amaro nella bocca, perché si sentiva cosi stanco?
“Chiù, chiù, chiù!”. Un cuculo, nascosto nella folta chioma di un
castagno centenario, fece sentire la sua triste e lamentosa
cantilena. “Malirittu aceddu du malauriu, t’à rumpiri u coddu!”.
Don Lorenzo si chinò, raccattò una pietra e gliela lanciò
violentemente contro. L’uccello spaventato si levò dall’albero e
scomparve nella notte. E gli venne in mente quella fredda mattina
del sei di febbraio di due anni prima.
Erano finiti i festeggiamenti in onore del Santo Patrono, San
Biagio Vescovo e Martire ed ora tutta la comunità era raccolta
nella chiesa del Rosario, l’antica chiesa di Santa Maria della
Resistenza dove, venticinque anni prima, il 6 febbraio 1652, era
stata costituita la compagnia dei Bianchi che aveva lo scopo di
assistere i condannati a morte e di promuovere la devozione al
Santissimo Rosario.
Nei giorni precedenti era caduta un’abbondante nevicata ed ora,
dopo un breve intervallo, il cielo si era nuovamente coperto e
prometteva altra neve.
In quell’anno Don Lorenzo era governatore della Compagnia.
All’uscita della chiesa una vecchia con poveri stracci addosso,
claudicante si avvicinò al barone.
“Ccillenza, ccillenza, fativi leggiri a manu”, disse,
guardando con gli occhi spiritati Don Lorenzo.
Prima ancora che il barone le potesse rispondere aveva preso la
sua mano e ora la stava esaminando attentamente.
“Ccillenza - gli disse - assai vvi nnavi fattu favuri ‘u
Signuri, ma stati accura a chiddu chi vi ricu. Prima chi passinu
tri anni u Vostru cori avrà na gioia ranni, ma Vi raccumannu u
misi di nuvembri. vi raccumannu...”.
E il mese di ottobre era agli sgoccioli, egli aveva sposato la sua
ultima figlia e ora si stava avvicinando pericolosamente il temuto
mese di novembre. L’aria si era fatta più fredda, il cielo
incominciava a minacciare la neve; Don Lorenzo rientrò nelle sue
stanze; senza fare rumore per timore di svegliare la moglie, si
avvicinò al letto, fissò i suoi occhi sullo splendido crocifisso
d’avorio che era appeso al capezzale e “Fiat Voluntas Tua” disse
ed entrò dentro le coperte. [Tratto, per gentile concessione dell'Autore,
da Novelle ai piedi del Vulcano,
di Filippo Marotta Rizzo, Giuseppe Maimone Editore, Catania 2010] |
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Lorenzo Castiglione
Pace, barone di Pietrabianca (il feudo si trovava
in territorio di Adernò), ereditò parte della sua fortuna dallo
zio sac. D. Giuseppe Pace, per testamento del 25 Aprile 1645.
Diventò anche Barone di S. Luigi quando per
aiutare il Comune a pagare le rate disposte dal Parlamento “pel
donativo a sua Maestà il Re” comprò con il privilegio del 14
luglio 1650 anche quest'altro titolo baronale.
Sua Maestà, infatti, - scrive B. Radice - “bisognoso di denaro
per la difesa contro l’armata turca” vendeva onori, cariche,
titoli nobiliari, tonnare e gabelle e “qualunque villan rifatto
poteva divenire barone, conte, marchese”.
Don Lorenzo Castiglione lo fece “per fare cosa
grata al Comune, chè animo generoso egli ebbe, e rendergli men
disagevole il pagamento, comprò la rata delle onze ottantotto,
tarì ventinove, grana 22 che doveva Bronte; e sborsando alla Regia
Corte il capitale in onze ottocentottantotto, tarì ventiquattro fu
investito del titolo di barone di S. Luigi…”.
“Gli altri cosidetti baroni di Bronte Papotto, Meli, Minissale,
Mancani, D. Francesco Cangemi, D. Placido Artale credo avessero
comprato pure il titolo onorifico di barone, ma non se ne trova
traccia alcuna negli atti, in Palermo, e forse abusivamente si
gabellavano per tali”.
Uomo colto, dall’animo generoso ed altruista don Lorenzo aiutava
tutti: il 2 febbraio 1652 fu fra i fondatori della locale
Compagnia dei Bianchi che, sotto il titolo di Maria SS. del
Rosario, aveva il doloroso e pietoso compito di assistere i
condannati a morte; “trasferì un fondaco di sua proprietà,
esistente in paese (il fondaco detto Lupo) e terre in contrada
Gollìa” alla stessa Compagnia, e, prima di morire con testamento
del 1 Ottobre 1679 presso notar Antonino Spedalieri, “per lenire
la miseria e i mali dei poveri”, il dottor don Lorenzo
Castiglione, Barone di Pietra Bianca e di S. Luigi dotò con metà
del suo patrimonio un piccolo ospedale, cadente e privo di rendite
sito nei pressi della Chiesa del Rosario (il Nosocomio dei poveri,
nei primi anni del 1900 trasferito e trasformato nell’odierno
Ospedale Castiglione-Prestianni).
Come piacevolmente scrive Filippo Marotta Rizzo nella sua novella, il Barone D. Lorenzo Castiglione
non vide esaurire il suo desiderio di "quel figlio maschio che
avrebbe continuato la sua stirpe". Nello scrivere il suo testamento potè
menzionare solo femmine, nominando - come scrive un altro storico brontese, padre Gesualdo De Luca
- «sue
eredi universali le sue figlie viventi D.a Rosolia e D.a Giustina;
e per le defunte sue figlie D.a Agata la di lui figlia sua nipote
D.a Giustina, e per la defunta D.a Dorotea le figlie di lei sue
nipoti D.a Beatrice e D.a Girolama. Divise in quattro parti il
feudo Pietra Bianca, e ne investi di una parte D.a Rosolia, di
un'altra D.a Giustina, della terza la nipote D.a Giustina, della
quarta le nipoti D.a Beatrice e D.a Girolama». Pensando ai poveri,
però, mise una condizione che «avvenendo l'estinzione totale ed assoluta di una o più generazioni
di queste sue eredi universali, cosicchè non vi fosse nè maschio,
nè femmina: delle porzioni del feudo di Pietra Bianca appartenenti
all'estinte generazioni, ne addivenisse erede universale la sua
cappella esistente nella Chiesa di Maria SS. del Rosario; come da
lui allora per quel tempo istituita, ed alle spente generazioni
sostituita per fedecommesso.»
Ed in esecuzione del testamento «nominò
per suoi fedecommissarii, esecutori testamentarii, e generali
amministratori dell'eredità universale da lui lasciata alla sua
Cappella, i Governatori e Rettori della V. Congregazione del
Rosario, fondata nella medesima Chiesa del Rosario, con assoluta e
generale potestà di ingabellare i fondi e fare quel che stimassero
più opportuno intorno all'ospedale pubblico, che doveva fondarsi e
mantenersi coi beni ereditarii della medesima Cappella, alla
stessa da lui legati sul feudo Pietra Bianca».
Erede del feudo, investita della Baronia, fu la figlia Rosolia
Versa Sottosanti.
Scrive il Radice che don Lorenzo Castiglione per il suo impegno
civile subì anche un processo criminale ad istanza dell’Ospedale
Grande e Nuovo di Palermo (al quale apparteneva Bronte con tutto
il suo territorio). Maestri nelle “novelle estorsioni, le
sevizie e le torture, per carpire confessioni e false
testimonianze”, i “pii rettori”, “per disfarsi delle
persone che non li secondavano nelle loro mire di usurpazioni”
processavano “giudici, giurati, capitani e, fra gli altri, il
grande benefattore dei poveri, il barone Don Lorenzo Castiglione”.
La casa del barone Castiglione era nel quartiere di S. Rocco (dove
in seguito il Ven. Ignazio Capizzi costruì il prestigioso Collegio
che porta il suo nome) e confinava con un vicolo, ove era un tempo
la Locanda Cesare.
Il Castiglione morì il 27 ottobre 1679 e fu sepolto in una sua cappella
(dell’Assunta), nella chiesa del Rosario, ma, trasformata la
cappella in sacrestia è scomparsa ogni traccia della sua tomba.
Sotto un suo ritratto che un tempo si conservava all’ospedale
(dipinto da Agostino Attinà nel 1864; oggi, non si sa come è
diventato proprietà privata) leggesi questa epigrafe del prof. sac.
Vincenzo Leanza: «Utriusque Juris Doctor D. Laurentius
Castiglione, splendor atque glaria huius Brontis, civitatis
nobilis parlamentarius, Baro Petrae Albae, qui ut patris pauperum
nomen non solum quoad vixit, sed etiam post mortem sibi merito
vindicaret, xenodochium hoc a fundamentis propriis redditibus pari
cum magnificentia ac liberaritate erigi mandavit, in quo infirmi
omnes tam cives, quam exteri, quasi in probatica ed corporum et
animarum amissam recìperent sanitatem; temporali vita functus anno
1679 a Virginis Puerperio, mense octobris, die 27, per universam
vero aeternitatem, quia Deo vixit mercedem elemosinariis promissam
percepturus in caelo.
Utriusque Juris Doctoris D. Nicolai Leanza, praedicti xenonodocbii
praesidis jussu Augustinus Attinà refecit 1864.»
Lo stesso pittore Agostino Attinà lo ha dipinto fra gli
Uomini illustri di Bronte
nell'omonimo quadro conservato nella scalinata d'ingresso del Real
Collegio Capizzi. (aL) |
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