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I pistacchieti (per i brontesi, i "lochi") si coltivano
prevalentemente su quasi 3.000 ettari di terreno lavico,
con
limitatissimo strato arabile, frammisto a siti addirittura rocciosi, di
scarso valore agronomico, con pendenze scoscese
ed accidentate e non
facilmente accessibili.
Su tale tipo di terreno cresce spontanea e riesce ad adattarsi una specie
arborea, il terebinto ("pistacia terebinthus"), pianta dalla
grande rusticità e resistenza alla siccità.
Il P. terebinthus è presente in tutte le regioni meridionali sulle montagne
e nelle pianure alluvionali. In Sicilia ed in Sardegna è presente un po’
ovunque dalle zone costiere a quelle montane interne ove si spinge fino a
900 m di altitudine; sebbene più raro, cresce anche nell’Italia
Settentrionale in un areale che va dai Colli Euganei e Berici ai laghi di
Garda ed Iseo.
E' una specie eliofila, termofila e frugale, cioè
si adatta a qualsiasi substrato, anche se predilige terreni calcarei.
A Bronte ed in genere nella Sicilia, è conosciuto anche col nome volgare di “Spaccasassi” (per il suo
apparato radicale sviluppato e profondo che ben si adatta a terreni
rocciosi) o di “Scornabeccu” (per le galle, a forma di corna di capra, che si
sviluppano sulle sue foglie, e vale la pena ricordare che deriva dallo
spagnolo
cornicabra, corno di capra, con lo stesso significato) od anche col nome
di “Cornucopia” (per la durezza del suo legno
superiore al corno del becco).
Questa specie arborea, il terebinto, è stata la fortuna di Bronte: senza di esso il pistacchio non
crescerebbe sulla sciara.
Con un apparato radicale molto profondo è, infatti, capace di farsi strada fra le
fessure della roccia lavica, crescendo agevolmente su terreni sciarosi e
difficilmente coltivabili ed anche sulle fessure della roccia dove si fa
largo fino a spaccarla.
Viene utilizzata dagli agricoltori brontesi fin dall'antichità come portainnesto della pianta di pistacchio ("pistacia
vera"). Il pistacchio si propaga innestando a gemma
vegetante nel mese di giugno semenzali di P. terebinthus, in vivaio, in vaso
o a dimora, con gemme prelevate da rami di due-tre anni di età.
Ed il terebinto a buon ragione è ritenuto quello che fornisce le migliori produzioni,
resistente alla siccità e con la quale si ottengono piante che producono un
minor numero di frutti vuoti.
Una trasformazione arborea che deve considerarsi frutto
del lavoro di generazioni di brontesi, attuata con pazienza e con
tecniche tramandate da padre in figlio, costretti a coltivare
autentiche pietraie di lava per sopravvivere.
Privo di terre fertili – la maggior parte delle quali erano di proprietà
della Ducea e di pochi altri – il contadino brontese in quasi due secoli di
laboriosa opera, riuscì con questa tecnica a trasformare molte colate laviche
in aree coltivate a pistacchio, producendo frutti di alta qualità,
immediatamente apprezzati nei mercati europei.
La pianta trovò il clima ideale, quello predominante della zona etnea,
altitudine di circa 500-700 metri sul livello del mare, temperature
primaverili medie di circa 12° ed infine, per la maturazione, circa 27°
a luglio-agosto, con qualche pioggia temporalesca che favoriva il pieno
sviluppo del frutto.
Purtroppo però la tipologia del terreno lavico ha sempre impedito
l’introduzione di qualsivoglia tipo di meccanizzazione, di sesti
ordinati o di tecniche colturali o di raccolta razionali, non
consentendo di conseguenza l'abbassamento degli elevati costi di
produzione.
Ancora oggi, le uniche macchine utilizzate
in qualche azienda sono il decespugliatore, la motozappa e qualche
motopompa di ridotta potenza. |
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La fortuna di Bronte ha un nome: terebinto.
Senza di esso il
pistacchio non crescerebbe sulla sciara.
Il genere Pistacia comprende una decina di specie arboree ed arbustive, tutte
caratterizzate da dioicismo e dalla presenza di sostanze
resinose.
In Italia crescono il pistacchio (Pistacia vera L.)
unica specie che produce frutti eduli, il terebinto (P.
terebinthus L.) utilizzato come portinnesto del P. vera
e il P. lentiscus L., pianta sempreverde molto apprezzata
ai fini ornamentali e paesaggistici.
Il P. vera cresce in Sicilia per lo più sui terreni
lavici del versante sud-occidentale delle pendici dell’Etna
(Adrano, Belpasso, Biancavilla, Bronte, Ragalna) e in aree
ristrette delle province di Agrigento, Caltanissetta e Palermo.
Oltre il 90% della produzione di pistacchio, in Italia è
costituita dalla cv Bianca (sin.: “Napoletana”) coltivata
nell’area di Bronte, per la quale è stata riconosciuta a livello
europeo la Denominazione di Origine Protetta “Pistacchio Verde
di Bronte”. Impianti di modesta estensione esistono in Calabria,
Basilicata, Puglia, Lazio e Sardegna.
Il pistacchio merita più attenzione di
quanto finora sia avvenuto perché, oltre a essere un frutto che
non ha problemi di mercato (il primo parametro da considerare
nelle scelte aziendali), è anche una pianta capace di vivere e
produrre in condizioni pedoclimatiche difficili come nelle
foreste dell’Afghanistan, in alcune aree dell’Iran o nei terreni
lavici attorno all’Etna, in Sicilia.
Proprio in quest’ultima
regione, a parte le peculiari caratteristiche del pistacchio di
Bronte che, per i suoi verdi cotiledoni, sul mercato mondiale
registra un prezzo quasi doppio rispetto agli altri pistacchi,
la pistacchicoltura Etnea è la prova della capacità di questa
specie di colonizzare aree (le “sciare”) che, altrimenti,
sarebbero state abbandonate. Tale specie dunque fornisce anche
un contributo sociale e ambientale nel frenare l’abbandono delle
terre.
Certo, il mondo è in evoluzione, la globalizzazione non
lascia spazio a colture non in grado di competere dal punto di
vista economico, tuttavia il profitto non può essere sempre e
soltanto l’unica finalità dell’investimento.
Ciò è tanto più
vero per quelle aree dove anche fattori come la “tradizione” e
la “cultura” possono divenire importanti elementi di sviluppo
endogeno.
(Fonte
Following Pistachio Footprints) |
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Per il resto prevale sempre la fatica del contadino,
l’opera della zappa,
di rastrelli, falce e pompa d’irrorazione a spalla.
Prevalentemente nei pistacchieti brontesi è la cultivar "Napoletana"
(chiamata anche Bianca, o Nostrale) a fare la parte del
leone, con una percentuale di circa il 5-8% di altre varietà (es. "Natarola",
"Agostara" o "Larnaka"), innestate su piante di terebinto
spontanee.
Oltre alla notevole produttività, alla grossezza delle drupe ed
all'elevata resa, la Napoletana dà un frutto con un mallo
bianco-rosato, una tignosella di color biancoperla con un un gheriglio
verde biancastro con cotiledoni verde smeraldo.
Il pistacchio è una pianta
unisessuale o diòica, con fiori solo maschili o
femminili: quelli femminili sono raccolti in pannocchie sui germogli
dell'annata; quelli maschili hanno un calice con cinque sepali, sono
privi di corolla e hanno cinque brevi stami.
L'impollinazione
è anemofila (avviene attraverso il vento).
Un solo esemplare maschile è in grado di produrre enormi quantità di
polline sufficiente a fecondare un numero elevatissimo di fiori. In
genere gli agricoltori brontesi innestano (in posizione "strategica") un maschio ogni 15/20 piante femminili.
La qualità delle piante impollinatrici, se non ha decisiva importanza
sulla qualità del prodotto, ne ha invece moltissima sulla produttività
dell'impianto.
Anche uno sfasamento temporale tra la fioritura del maschio e quella delle
piante femminili può comportare una scarsa impollinazione con riflessi
negativi sulla quantità dei frutti e quindi sul rendimento globale del
pistacchieto.
Nell'ambiente brontese la
fioritura avviene tra Marzo e Aprile (la
Napoletana
inizia a germogliare agli inizi di aprile con una fioritura che dura
circa 10 gg.), con fiori, color porpora, sottilissimi senza
profumo, riuniti in infiorescenze a pannocchia.
La
fioritura del maschio inizia qualche giorno prima delle
piante femminili per cui, in caso di ritorno del freddo, il ritardo di
fioritura di quest'ultime diventa un fatto estremamente negativo.
L'inizio del riempimento del frutto avviene circa due mesi dopo (metà
giugno) per essere pronto
alla raccolta agli inizi di settembre.
La pianta di pistacchio brontese ha un ampio e profondo
apparato radicale, un tronco solitamente breve e contorto, lunghi rami
resinosi, e una chioma non molto espansa, rada, con foglie coriacee e
vellutate, pelose sul margine e sul picciolo, caduche.
Si presenta con
più fusti, tipo vaso a cespuglio, procombente o addirittura strisciante sulla
viva roccia e con l'assenza di un segno regolare come nel caso di tutte le
altre culture arboree, determinando una forte caratterizzazione paesaggistica
ed ambientale.
La potatura avviene tra dicembre e febbraio.
Si può
dividere in potatura di allevamento (si limita a togliere qualche succhione e ad accorciare le branche) ed in potatura di produzione che
elimina i rami secchi, quando questi si indeboliscono per la produzione
eccessiva di frutti, e qualche branca deperita con presenza di gomma,
avendo cura di distribuire i rami nello spazio per facilitare il lavoro
di raccolta.
Negli anni pari, di scarica, quando non è prevista
la raccolta, si procede anche alla cosiddetta potatura verde: le
gemme in fiore dei prolungamenti (talli dell'anno precedente) vengono
tolte a mano.
Una forzatura nella pianta che sviluppa solo attività vegetativa, mentre
immagazzina sostanze di riserva per l'anno a venire.
«Difficilmente - scrive Francesco Calabrese in Frutticoltura moderna per
la Sicilia (Siracusa, 1988) - con la potatura, o con altre tecniche
colturali, si riesce ad annullare, od attenuare di molto, l'alternanza
della produzione.
Ciò perchè il fenomeno non è tanto dovuto alla scarsa differenziazione
delle gemme a fiore, quanto al distacco delle gemme che si ha durante il
periodo estivo (fase di riempimento del frutto) dell'annata di carica.»
Ricerca e innovazione a misura di
produttore
Ecco i dettagli del progetto dell'assessorato Agricoltura
della Regione siciliana
Risale al 2004 il primo consistente finanziamento dell'assessorato
regionale Agricoltura finalizzato a creare sinergie operative tra
ricerca e assistenza tecnica nell'ambito della frutticoltura etnea.
Ciò ha permesso di realizzare un progetto mirato, ove una parte molto
rilevante riguarda proprio la coltura del pistacchio.
La peculiarità
di tale progetto consiste in una cosiddetta visione dal basso: si è
partiti, infatti, con l'ascoltare le esigenze degli imprenditori
agricoli, poi si è avviato un confronto con i tecnici di base
territoriali, e solo dopo sono state elaborate e concordate le linee
di ricerca con il mondo universitario.
Si è quindi costituito uno
specifico nucleo operativo del Servizio XI per la frutticoltura del
Distretto Etna, coordinato da Giuseppe Pulvirenti e che ha operato e
interagito con gli enti di ricerca in convenzione. Relativamente al
pistacchio i dipartimenti responsabili delle linee di ricerca sono il
Dca dell'Università di Palermo e il Dia, il Dofata e il Diseae
dell'Università di Catania.
Il progetto ha fornito numerosi risultati, molti dei quali davvero
innovativi e suscettibili di ulteriore prosieguo, soprattutto nei
seguenti campi di interesse: interventi agronomici e biologia della
fruttificazione; indagini sulla presenza di polline nei pistacchieti
in concomitanza con la fioritura delle piante di “Bianca di Bronte”;
scelta di genotipi maschili di Pistacia vera nella zona etnea;
prove di impollinazione artificiale; acquisto e modifica sperimentale
di essiccatoi per frutti a guscio legnoso; caratterizzazione della
composizione fisico e chimica dei frutti di Bianca di Bronte in
rapporto alla tecnica di essiccazione e osservazioni comparative sulle
caratteristiche dei frutti; gestione della chioma e alternanza di
produzione: nuove tecniche di potatura; aspetti nutrizionali e
concimazione fogliare; prove di potatura agevolata; cantieri di
raccolta agevolata; controllo di malerbe tramite pirodiserbo;
caratterizzazione chimico-fisica del pistacchio.
Le analisi economiche della pistacchicoltura sono state organizzate in
quattro filoni di indagini: organizzazione, gestione e risultati
economici delle aziende pistacchicole; grado di applicazione
dell'aiuto comunitario per la pistacchicoltura della zona; analisi del
mercato del pistacchio nelle zone di produzione del territorio etneo,
in relazione ai prezzi realizzati per le diverse tipologie di prodotto
e alle corrispondenti evoluzioni; valutazione delle funzioni
paesaggistiche della pistacchicoltura etnea, nel quadro della
multifunzionalità dell'agricoltura.
I risultati dei tre anni di progetto, al quale hanno anche aderito e
collaborato imprenditori agricoli brontesi, imprese di trasformazione,
il Comune di Bronte e il Consorzio di tutela del pistacchio verde,
sono stati ampiamente divulgati e sono tuttora disponibili presso i
tecnici del gruppo di frutticoltura del Distretto Etna.
(Per
saperne di più: Giuseppe Pulvirenti, Uot 46 di Paternò
soat19@regione.sicilia.it)
(tratto da Terra, periodico edito dall’Assessorato agricoltura e foreste della Regione
siciliana, n. 3/4 di settembre/dicembre 2007) |
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La bacca del terebinto ("pistacia terebinthus"). A Bronte è denominata "scornabecco" o anche "spaccasassi"
e vale la pena ricordare che deriva dallo spagnolo
cornicabra (corno di capra), con lo stesso significato. |
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Nelle quattro foto sopra, le gemme
dell'albero di pistacchio (dormiente, a dicembre, ed in fase di
rottura, inizi di aprile) e (sotto) l'infiorescenza maschile
(a sinistra) e quella femminile. |
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Le drupe del
Terebinto e quella del Pistacchio (il frutto nel mese di maggio).
La pianta di pistacia terebinthus, localmente chiamato
scornabecco o anche spaccasassi, viene utilizzata dai
contadini brontesi come portainnesto della pianta di pistacchio
(pistacia vera)
A destra un innesto di un anno. Non tutte le piante di terebinto
sono adatte all'innesto. |
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«Alcune - scrive
S. Martelli - presentano
una disaffinità in quanto dopo due, tre anni formano un callo di
saldatura ipertrofico (volgarmente detto maddanaro) e
l'innesto muore. Apparentemente le piante di terebinto sono
identiche alle altre, può essere che il fenomeno sia dovuto
presenze di virus o microplasmi ma fino ad oggi non sembra sia stato
studiato il fenomeno sul pistacchio.» |
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Generalmente nei
lochi di Bronte non esistono coltivazioni a filare, o su
terreni pianeggianti.
Le piante sono disposte senza un ordine preciso sfruttando ogni
angolo del terreno.
I migliori frutti si producono nei terreni sciarosi dove il tenace e
forte albero di pistacchio innestato sullo scornabecco o
spaccasassi vive e vegeta.
Non è raro incontrare alberi cresciuti in una spaccatura della
roccia, come nelle due foto a destra, dove una pianta di pistacchio
riesce a vivere e fruttificare in un grosso masso lavico che con gli
anni ha letteralmente spaccato. |
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