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Plinio il Vecchio, autore dell’Historia Naturalis, cap. X-XIII, datato
attorno al 77 d.C., morto nel 79° seguito della famosa eruzione che
distrusse la città di Pompei, Ercolano e Stabia, ci parla di Lucio
Vitellio (Pretore o Governatore romano in Siria) il quale attorno al 20-30
dopo Cristo introdusse in Spagna e Italia, a seguito le conquiste romane,
la pianta.
Sempre in quel periodo le coltivazioni si diffusero in Liguria, Puglia,
Campania e Sicilia.
Nelle regioni italiche, non trovando la pianta
condizioni climatiche favorevoli, bel presto inselvatichì passando da
fruttifera a legna usata per usi domestici.
Ancora i Romani chiamarono “frastuchera locus” lo spazio, il luogo o posto dove si produceva il pistacchio.
A questo punto bisognerà fare un salto di circa otto secoli ed arrivare,
attorno al 900 dopo Cristo, alla presenza araba nell’isola.
Questi, gli
Arabi, erano sbarcati in Sicilia e più precisamente a Marsala
(letteralmente porto d’Alì) nell’827 e divenuti padroni dell’intera
isola attorno al 902, in quegli anni ne iniziarono la coltivazione “inestando
li salvatichi cò la coltivazione diventano domestichi”, per via di
marze.
Di questi ultimi, ancor oggi, nella parlata dialettale conserviamo i
termini “frastuca e frastucara” che stanno ad indicare rispettivamente
il frutto e la pianta.
Termini corrotti derivanti dall’arabo “fristach”
e “frastuch”.
Naturalmente trattasi di traslitterazione dal momento
che il suono della “p” mancando in lingua araba viene reso con la “f”
o la “b”.
Nel dialetto brontese dei nostri nonni il termine “frastucata”
indicava un dolce a base di pistacchio e “frastuchino” il colore verde
pistacchio.
Furono gli Arabi, dunque, strappando la Sicilia ai Bizantini, ad
incrementare ed a indirizzarsi nella coltivazione del pistacchio che
nell'Isola, particolarmente alle pendici dell'Etna, trovò l’habitat
naturale per uno sviluppo rigoglioso e peculiare.
Nelle sciare del territorio di Bronte si realizzò uno straordinario
connubio tra la pianta ed il terreno lavico che, concimato continuamente
dalle ceneri vulcaniche, favorì la produzione di un frutto che dal punto
di vista del gusto e dell’aroma, supera come qualità la restante
produzione mondiale.
Qui, in un terreno sciaroso e impervio (i "lochi", così sono
chiamati ancora i pistacchieti), il contadino brontese ha bonificato e
trasformato le colate laviche dell’Etna in un insolito Eden, realizzando
il prodigio di una pianta nata dalla roccia per produrre piccoli, saporiti
frutti della più pregiata qualità, di un bel colore verde smeraldo,
ricercati ed usati in pasticceria e gastronomia per le loro elevate
proprietà organolettiche.
Oggi, del vasto territorio brontese (25.000 ettari), sono coltivati a
pistacchieti quasi 4.000 ettari di terreno lavico, con limitatissimo
strato arabile e con pendenze scoscese ed accidentate, poco sfruttabile
per altre colture specializzate.
A tutela dei consumatori, come pure per una commercializzazione al passo
con i tempi e, soprattutto, per ottenere un prodotto esente da residui
tossici, auspichiamo si continui sulla strada della coltivazione
biologica; come pure evidenziamo che, sempre a Bronte, manchi un campo
sperimentale per studi specifici e ricerche.
A titolo d’esempio, si
potrebbero introdurre nuovi portainnesti quali “l’atlantica” e “l’integerrinia”
molto più vigorose per sviluppo e rapidità di produzione; la messa a
dimora di piante, coltivate in fitocelle e già innestate come pure la
clonazione in vitro.
Le citazioni
del passato
di Franco Cimbali
Avicenna,
filosofo-medico d’origine iraniana, considerato l’Ippocrate e l’Aristotile
dell’oriente mussulmano, nel libro a titolo “Il canone della medicina” stampato
per la prima volta a Roma nel 1593, ma già ben noto nel medioevo, prescriveva il
pistacchio contro le malattie del fegato e lo definiva afrodisiaco.
Fra Jacopo d’Acqui, contemporaneo e biografo di Marco Polo
(1254-1324), descrive le stupefacenti pietanze al pistacchio assaggiate dal
giovane viaggiatore veneziano nel suo avventuroso viaggio verso la lontana Cina.
"Riferisce di cosce di cammello giovane farcite con un'anatra a sua volta
farcita con carne di porco tritata, pistacchi, uva passa, pinoli e spezie.
Di una crema soffice e tremolante, chiamata balesh, fatta con farina, panna e
miele, delicatamente in saporita di olio di pistacchi o di un prezioso pasticcio
di Sheriye, vale a dire una sorta di pasta a nastri, simile alle nostre
fettuccine, ma cotta nella panna con pistacchi e minuscoli pezzettini d'oro e
d'argento, talmente sottili e piccoli che dovevano essere mangiati col resto del
dolce."
(Irene Faro, Il pistacchio tra storia e cucina, Centro Studi Europa 2000,
1991) |
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La fortuna di Bronte ha un nome: terebinto
Senza di esso il
pistacchio non crescerebbe sulla sciara |
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Una specie arborea fondamentale per l’esistenza dell’industria pistacchicola brontese
è il terebinto (Pistacia terebintus), arbusto molto
ramificato con corteccia bruno-rossastra, di odore
resinoso-aromatico, più raramente piccolo albero alto sino a 5
m., dal legno duro, compatto e pesante.
La fruttificazione del
terebinto è rappresentata da numerose drupe rosse o
verde-grigio, aspetto che lo rende molto caratteristico e
attraente, e per questo usato a scopi ornamentali nei parchi,
giardini, ville e per siepi.
In natura, alla propagazione del
terebinto contribuiscono anche gli uccelli che si cibano dei
suoi semi e ingerendoli, sottopongono il duro tegumento ad una
vera e propria scarificazione con gli acidi gastrici e,
successivamente espellendoli con gli escrementi, sono più
facilmente germinabili.
Come portinnesto consente al pistacchio
(P. vera), di vivere anche in terreni poco profondi, ciottolosi,
e perfino tra le fessure delle rocce.
Oltre che da alcuni pregi
quali la frugalità e l’arido-resistenza il terebinto è
contrassegnato da alcune caratteristiche indesiderate quali la
lenta crescita in vivaio, le difficoltà d’innesto, la parziale disaffinità d’innesto col pistacchio, la scarsa attitudine alla
radicazione in vivo ed in vitro, l’eterogeneità dei semenzali,
il lungo periodo improduttivo che induce nel gentile e
l’attività pollonifera.
(Fonte
Following Pistachio Footprints) |
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