|
Sono nato a Mongibello... Così Ivan Ivanovic (o Salvatore), il protagonista (o l’autore), si presenta nella prime dieci pagine del libro
(...) «Sono nato a Mongibello e sono cresciuto sulle pendici dell'Etna, sopra il fuoco, sotto il sole. E al di là c'era il mare. I miei antenati erano pastori dell'Aràchova, un paesino della Grecia arroccato sulle pendici settentrionali del Monte Parnaso, vicino a Delfi.
L'Etna, 'a Muntagna, i Mongibellesi la amano, ne sono orgogliosi. ’A Muntagna è sacra, è preziosa. Fertile. Offre la linfa vitale per il pistacchio, il vero tesoro di queste terre. Quando ero bambino, ogni mattina, appena alzato, salivo in terrazza. Mi facevo largo tra i panni stesi con le braccia in avanti, come un cieco, e arrivavo alla balaustra. Quasi a cercare oltre il sipario di uno spettacolo atteso. Sul cratere era sospesa ’a cuntisa, la nube bianca, tutto bene. Ma se non c’era, entro sera tuoni e lampi. Il cuore di Mongibello è ’a chiazza, il corso Umberto - pavimentato di balati, basole squadrate di pietra lavica, che taglia in due il paese serpeggiando dallo Scialandro, dove anticamente veniva innalzata la forca, sino alla piazza intitolata a Nicola Spedalieri. Dal corso si dirama una fitta ragnatela di stradine strette e tortuose, scalinate e vicoli angusti che si aprono spesso su ampi cortili – rigagnoli lastricati che sfociano al l'improvviso in piazze assolate. Ai palazzi dalle linee armoniose, ornati da portali e architravi arricciolati in pietra lavica, si stringono grappoli di casette alte e affastellate di colore rosa, a cui si accede dal catoiu, un sottopasso che risale alla dominazione araba. Nel mio peregrinare infantile mi piaceva soffermarmi davanti ai cunnicelli, le edicole con immagini sacre che quasi in ogni via punteggiavano i muri. Ma la fama di Mongibello non è dovuta alla Muntagna, né ai suoi vicoli. Nel 1799, trasformato in ducea, era stato donato da Ferdinando IV di Borbone all’ammiraglio Horatio Nelson, il quale aveva salvato la vita al re Lazzarone e alla consorte Maria Antonietta – frutto dei lombi regali e illuminati di Maria Teresa d'Austria – sottraendoli alle grinfie dei repubblicani fanatici della Repubblica Partenopea. La fama si trasformò in vergogna quando Nino Bixio , su ordine di Garibaldi, uccise centinaia di contadini. Fra i mille c’erano anche una cinquantina di picciotti russi. “Non c’è libertà senza terra,” dicevano. I miei nonni materni avevano poche pecore si levavano il pane di bocca per sfamare i numerosi figli. Come leggende risuonano le storie di zio Nino e zio Giuseppe. Nino era stato costretto a lasciare Mongibello in fretta e furia per rifugiarsi a Buenos Aires, in calle Pinto: ufficialmente per cercare lavoro, in realtà per sfuggire ad un ergastolo. In una torrida giornata di luglio mentre portava al pascolo le pecore al Casale Placa Baiana, Nino aveva trovato il cadavere di una giovane di una giovane donna abbandonato sul greto del fiume Simeto. Era la bella Teresina, figlia di Cristoforo Malaponte, soprannominato Cantalanotti, ’u lampiunaru del paese. Qualche giorno prima, dopo che il padre aveva tentato di uccidere don Filippo Fernandez - la cui famiglia possedeva da generazioni salme e salme di frastucara - scaricandogli addosso le cartucce del suo fucile da caccia, era scomparsa. In paese si mormorava che Don Filippo Fernandez si futtiva l'ingenua l’ingenua Teresina quando e come voleva. Nonostante il corpo fosse imbrattato si fango Nino la riconobbe subito. Cacciò la paura e denunciò la scoperta ai Carabinieri, i quali ignorarono deliberatamente tutte le prove che portavano sulle tracce di un sodale di Don Filippo e incastrarono lui. Mio nonno si indebitò per pagare le spese del tribunale e dell'avvocato, che tuttavia non riuscì a provare l'innocenza del suo assistito. Nino non tornò più in Sicilia nemmeno quando –trentacinque anni dopo la sua forzata emigrazione - morì la madre. L'altro zio materno, Giuseppe – omaccione buono ed esuberante, incapace di far male a una mosca – era analfabeta. Imparò a leggere soltanto verso i vent’anni incuriosito da certi libri che criticavano Mussolini. Si mise in testa di aprire a Mongibello una sezione del Partito Comunista : contestava apertamente il regime e spesso veniva alle mani con gli squadristi. Regolarmente soccombeva. Fu infine processato e condannato e tradotto nel carcere di massima sicurezza dell’Isola di Pianosa. Dopo qualche mese riuscì a scappare riparando in un convento femminile del sud della Francia. Ma le monache non se la sentirono di tenerlo nascosto e lo consegnarono alla giustizia. La famiglia di mio padre era benestante, aveva più di duemila bestie tra pecore, maiali e cavalli; inoltre, possedeva molti ettari di terra che utilizzava prevalentemente a pascolo e una decina di salme di pistacchieto. Mio padre era un bell'uomo: capelli castano chiaro, fronte larga, occhi azzurri, naso aquilino, labbra sottili, carnagione accesa. Era generoso, mite ed estroverso. Si fidava di tutti. Al primo incontro poteva confidarti i fatti più intimi o al contrario chiederteli - in entrambi i casi, con assoluta semplicità. Cominciò a custodire il gregge e a coltivare i terreni della famiglia a otto anni. A trenta aveva accumulato abbastanza esperienza, beni in natura e risparmi da considerarsi un buon partito al quale non sarebbe stato difficile trovare una ragazza da sposare. Per non disubbidire alla madre, frequentava malvolentieri una vicina della ruga e lontana parente. Lei era una giovane con tanto sale in zucca e sarebbe stata sicuramente un’ottima amministratrice, ma, come dicevano in paese, pareva “un pesce senza sangue”. Per andare ’nta chiazza mio padre percorreva la strada dove abitava la famiglia di mia madre. E quando incrociò lo sguardo triste di una ragazza dal viso luminoso, capelli e occhi neri, figura piccola e armoniosa, decise che la vicina della ruga poteva essere congedata. La radio gracchiava la notizia dell’invasione della Polonia e un famoso sensale di talami bussò alla porta dei miei nonni materni. Era alto, grasso e zoppo. In paese lo chiamavano Luminatu Panza. Mia nonna lo fece entrare e si appartò con lui in cucina. Lui le propose di maritare la figlia più giovane, ancora coccolata dagli altri sei fratelli, al primo dei nove figli di Nunziato, soprannominato 'u Cissarutanu. Mia nonna dopo aver adeguatamente informato il marito e gli altri figli dello zitaggio portato da Luminatu Panza, diede avvio alle trattative plenarie con la famiglia di mio padre. Alla conclusione di queste laboriose mediazioni furono ammessi i diretti interessati. Dato che ancora non si conoscevano se non di vista, ne avevano approfittato per sedersi vicini e parlottare garbatamente davanti alla corte dei testimoni, il che venne considerato un atto di riprovevole scostumatezza. il futuro sposo fu invitato senza tante cerimonie a sedersi dal lato opposto della stanza. Dopo il matrimonio, i novelli sposi fecero un viaggio di nozze ai Marini, dove pascolavano e scorazzavano gli armenti tanto familiari a mio padre da quando aveva otto anni. Mia madre, invece, non amava le mandrie e i pascoli: convinse persino il marito a farsi liquidare la sua parte di eredità per investirla altrove. La casa in cui sono nato era stretta e alta – quattro stanze in tutto: il pianterreno, adibito a cucina, era stato l’ovile delle pecore di mio nonno materno. Con il danaro ricevuto in eredità mio padre avviò insieme ad altri parenti un pastificio, che all’inizio produceva tre tipi di pasta secca in confezioni da cinque chili. Era la che andavo a spiare la pasta che sgorgava dalla pressa. Il giro d'affari crebbe rapidamente ed io accompagnavo mio padre a sìggiri i soldi dai clienti, ormai numerosi tra i bottegai di Mongibello e Cesarò e al fondaco di Maniace. Lunedì era il giorno della riscossione, mio padre posava sulla cascia di rovere della cucina il contenuto della sua borsa: tante banconote da diecimila lire. “Turiddu,” diceva, “aiutami…”. E io lo aiutavo a contare quella montagna di soldi fino a quando mi si chiudevano gli occhi: allora crollavo a faccia in giù e le banconote si sparpagliavano sul tavolo. Mio padre doveva ricominciare a contare. Al pastificio lavoravano due fratelli di mio padre, un nipote di mia madre e i gemelli Mirenda, Giuseppe e Carmelo. I gemelli Mirenda erano stati compagni d'arme di mio padre, con loro andavo regolarmente al borgo antico di Maniace per consegnare la pasta. Conoscevo ormai alla perfezione ogni ingranaggio dell'impastatrice; sapevo quanti giri al minuto faceva il miscelatore; controllavo l'impasto mentre si addensava nella pressa e poi quando veniva spinto contro la trafila. Durante il lento processo di essiccazione, che avrebbe potuto compromettere l'esito di tanta fatica, trepidavo. Spesso mi sostituivo a mio padre nel pesare e vendere la pasta, ma continuavo a mangiare il pastazzo, incollato e incrostato alla pressa, che era riservato alle galline. (...)»
Il libro di Antonio Fallico di
Vincenzo Pappalardo
Mi
sia consentito iniziare questo intervento esprimendo la sensazione personale che
mi è presa leggendo questo libro: io appartengo ad una generazione successiva a
quella di Antonio Fallico, una generazione certo più confusa, a cui i grandi
miti degli anni ’70 apparivano ormai sbiaditi e contaminati, ma una generazione
che forse perché cresciuta nella periferia del paese, riusciva ancora a
conservare il fascino e la speranza di tante idee e di tanti sogni. Ecco perché
mi sono ritrovato e commosso leggendo, nella filigrana letteraria di questo
libro, un po’ anche della mia vicenda. Non di quello che ho vissuto, ma di
quello che ho sognato di vivere. La storia di un ragazzo di paese, cresciuto
interiorizzando in maniera viscerale una cultura umanistica fatta di utopie e
ideali, che ha vissuto combattuto tra la voglia di uscire e di scappare dalla
piccola realtà locale e l’inguaribile nostalgia che prende alla gola ogni
siciliano e gli impedisce di andare via davvero; un ragazzo che non voleva
uscire perché, banalmente, “cu nesci, rinesci”, ma perché sognava di
andare là dove era possibile trovare una dimensione nella quale si respiravano
grandi idee, perché sognava di partecipare in prima persona ai grandi processi
dai quali la storia degli uomini sarebbe uscita definitivamente cambiata e
migliorata.
Idealisti, ci chiamavano allora. Magari con un po’ di scherno, perché non
riuscivamo del tutto a vedere quando questi ideali si stavano frantumando sotto
i nostri occhi. E non riuscivamo ancora a credere al mondo vedovo di utopie e
grandi speranze che ci sarebbe toccato in eredità.
Certo, io fui
vinto dalla nostalgia delle radici e non riuscii ad uscire; così ho dovuto
assistere impotente alla fine dei sogni nel margine periferico di questa piccola
realtà, inghiottendo con indolenza e disillusione il materializzarsi di questo
mondo privo di sogni e grandi idee nel quale mi è toccato vivere.
Ma, se leggo bene il senso del libro, anche quella di Antonio Fallico è la
storia di una doppia amarezza: quella del siciliano andato via e che si condanna
a vivere il dolore lancinante della nostalgia delle radici; e quella del giovane
studente e umanista entusiasta, che si è fatto invadere nella sua interezza
dall’Idea, in questo caso l’idea comunista, fino al costruirsi la fortuna
di entrare a vivere in quel mondo, che ha voluto partecipare in prima persona
alla difesa e al rafforzamento di quell’idea, e che poi se l’è vista
sbriciolare in mano con una forza irresistibile, travolta da un destino
ineluttabile che rendeva inutili ogni sforzo e sacrificio personale.
Un libro
strano questo, perché difficile da ridurre in una categoria letteraria
definita. Un po’ thriller, un po’ spy story, un po’ memoria storica, un po’
autobiografia, un po’ romanzo. Io direi, un libro scritto soprattutto con una
dedica particolare al lettore brontese, perché solo lui può apprezzarne il
senso appieno, riconoscendo non solo i grandi nomi della storia contemporanea
che entrano con naturalezza nel racconto– gli Andropov, i Gorbaciov, i Wolf, i
Marcinkus - ma anche le piccole identità del vissuto cittadino locale – il
maresciallo Carbone, il mister King, il gesuita Messineo. E allora questo
libro è un’autobiografia romanzata. O, forse è più giusto dire, un romanzo
autobiografato, dove la trama prende a raccolta ricordi e suggestioni
molteplici di una vita intensamente vissuta, riportandole però sempre nel
tronco dei convincimenti personali più profondi e trasfigurandole
nell’intimità di una coscienza che sembra voler tornare al conforto delle sue
origini, parlando ai volti conosciuti nel mondo perduto della prima
giovinezza: come il guardare insieme un vecchio album di cartoline color
seppia ormai rose dalle tarme. Ecco perché c’è una speciale dedica a questa
città, da parte di un uomo che è andato via, ha percorso strade di successo e
di prestigio e tuttavia, ad un certo punto della sua vita, come nel finale del
suo libro, è costretto a porsi una domanda retorica – Ti mancherà la
Sicilia? – e a darsi una risposta obbligata – Sì. Mi mancherà! -. E ancora, una concessione nostalgica al passato è, mi sia consentito dirlo,
anche la scelta letteraria di questo libro. Io devo dire ho provato una
certa meraviglia a leggerlo: sapevo degli studi letterari all’Università
dell’autore ma pensavo che tanti anni di business, di affari, avessero formato
una scorza dura; e mi aspettavo perciò un libro asciutto, analitico, se non
addirittura tecnico. E invece no: questo libro è una bellissima prova
letteraria. L’uso sicuro delle tecnica, che spezza in due le vicende giovanili
e siciliane del personaggio con quelle adulte e sovietiche; lo scavo nella
psicologia e nei sentimenti dei soggetti; lo svolgimento di una trama
complessa, spesso – come nella parte finale – mozzafiato, e tuttavia sempre
elevata rispetto al clichè letterario dalla ricchezza di considerazioni
storiche e politiche di altissimo livello, perché hanno avuto la fortuna di
essere colte di prima mano da una intelligenza che è stata dentro tante cose,
vivendole in prima persona e in ruoli spesso protagonisti. Un libro che è
anche una sceneggiatura, perché sembra scritto apposta per una facile
trasposizione cinematografica. E allora, anche qui mi è parso di cogliere
un elemento di nostalgia, un recupero dell’iniziale vocazione letteraria
giovanile, il piacere di tornare indietro alle radici, che è così siciliano ma
che è anche profondamente russo.
Andiamo allora a vedere il libro. Cosa dire?
Dico subito che rinuncio al mio istinto professionale, evitando di parlare
della storia e della politica contemporanea. Il mio sarà più che altro un
invito alla lettura del libro, con l’indicazione di alcuni temi che possano
rendere più attraente la ricerca di tutte le suggestioni nascoste: che è poi
la scoperta vera di un libro come questo.
Mi limito ad indicare i temi più
generali: |
|
 LENINSKIJ PROSPEKT
Prospettiva Lenin, Leninskij Prospekt in russo, è il nome di una strada a Mosca, una delle grandi arterie della capitale della Russia. “Prospettiva Lenin” è anche il titolo di un romanzo uomo d’affari italiano che ha lavorato a lungo in Unione Sovietica e poi nella Russia post-sovietica, pubblicato qualche settimana fa dalla Feltrinelli (e già uscito, a quanto pare, in Russia). L’autore si chiama Anton Antonov. E’ lo pseudonimo di un uomo d’affari italiano che ha lavorato a lungo in Unione Sovietica e poi nella Russia post-sovietica avverte una nota nella seconda di copertina. E’ un libro originale. Narra due storie parallele. Da un lato quella di un siciliano che impara perfettamente il russo e diventa comunista: non è chiaro quale delle due cosa abbia la precedenza, ma entrambe gli servono a trovare lavoro a Mosca per un’azienda informatica italiana e a diventare, successivamente, una spia, un agente del Kgb. Dall’altro il romanzo racconta la storia del disfacimento dell’Urss, tra il caos della perestrojka, il conflitto tra Gorbaciov e Eltsin, la corruzione, la miseria di massa. Il protagonista, l’italiano in procinto di diventare una spia, vive in una casa dell’Updk, l’agenzia sovietica incaricata di amministrare la vita dei cittadini stranieri a Mosca, sull’ulitza Dobrynina. E’ l’edificio in cui ho abitato anch’io, per lunga parte dei molti anni che ho trascorso a Mosca come corrispondente di “Repubblica”. Mi è sembrato, in effetti, di ritrovarmi come un osservatore privilegiato, o forse un comprimario, una comparsa sullo sfondo, tra le pagine di questo libro. Molti luoghi, come l’Arlecchino e il Pescatore, primi ristoranti italiani aperti a Mosca, mi erano familiari. E molti degli eventi descritti, come il golpe contro Gorbaciov, li ho vissuti anch’io in quei giorni in cui crollava l’impero dei Soviet. Non so chi si nasconda dietro lo pseudonimo Anton Antonov, nè quanto parte della vita dell’autore possa identificarsi con quella del suo personaggio principale, l’agente del Kgb Ivan Ivanovic (Salvatore, nella prima parte della sua vita).
Ma anche costui mi è familiare: c’era a Mosca sul finire della perestrojka un sottobosco di italiani che avevano creduto nel comunismo e nell’Urss. E non ci vuole la fantasia di un narratore per immaginare che altri, fra i molti italiani che ebbero rapporti d’affari o culturali con la Russia, fossero pronti ad assistere in qualunque modo il “paradiso dei lavoratori”. La tesi del libro, o perlomeno la visione espressa dal protagonista, dalla voce del narratore, è che Gorbaciov fosse un pavido pasticcione di scarso ingegno, e che l’Occidente, in particolare l’America, ne approfittò per facilitare il collasso dell’Urss e per vincere di fatto la Guerra Fredda. E’ una tesi bene articolata, e bene riflette le impressioni di molti russi a quell’epoca o ancora oggi. Il modo in cui l’autore racconta l’umiliazione dei sovietici per il crollo del loro paese aiuta a comprendere perchè Gorbaciov non sia mai stato amato dai suoi compatrioti e anche a capire quello che è successo dopo la fine dell’era Eltsin, con la sterzata autoritaria data da Putin in nome di un ritrovato orgoglio nazionale. Personalmente, tuttavia, non condivido questa ricostruzione, che non tiene conto a mio avviso di un fattore importante, la nascita e il genuino rafforzamento di un ampio movimento democratico in Russia (le cui speranze sono in seguito state disilluse, ma questo è un altro discorso); e che assegna un potere sproporzionato all’America e ai nemici dell’Urss. A mio parere l’Unione Sovietica non cadde perchè la Trilateral Commission decise di sobillare le repubbliche indipendentiste del Baltico o del Caucaso, e di usare Eltsin contro Gorbaciov. Come insegna Tolstoj in “Guerra e pace”, fu piuttosto una lunga serie di eventi, apparentemente scollegati fra loro, a portare gradualmente all’esito finale: una sequela di scelte, errori, casualità, piccole e grandi tragedie, alcune forse evitabili, altre inevitabili. Quanto a Gorbaciov, autorevoli storici e commentatori lo hanno chiamato “riformatore inconsapevole”, ossia un leader che ha cambiato il proprio paese senza rendersi ben conto di quello che faceva. Pasticcione, certo, ma due vecchie volpi come Andropov e Gromiko vedevano in lui anche molti pregi: possibile che sbagliassero completamente? Come che sia, “Prospettiva Lenin” è lo stesso un romanzo appassionante, molto ben scritto, capace di rendere con efficacia tanti aspetti della vita di quel periodo: dalla povertà delle kommunalke, gli appartamenti in coabitazione, ai lussi della nomenklatura, ai riti del Cremlino. E’ un libro pervaso da una persistente malinconia e da un evidente amore per la Russia e per i russi, sentimento più importante delle convinzioni ideologiche, giuste o sbagliate, che lo accompagnano. Lo ha scritto un italiano, non un russo, ma un italiano con un cuore innamorato di quello straordinario paese: le cui sofferenze, purtroppo, non sono ancora finite ed è probabile che continueranno, anzi, ancora per un pezzo.
(Dario Franceschini, da La Repubblica.it, 22 luglio 2010) | |
 IL NOSTRO AGENTE A MOSCA È a Mosca da oltre trent’anni: un punto di riferimento obbligato per chi vuole fare affari. Antonio Fallico, ex consulente Fininvest e ora numero uno della filiale di Banca Intesa, ha un ruolo centrale in molti degli accordi economici siglati da Berlusconi e Putin. A partire dal business più grande, quello del gasdotto South Stream. Per questa operazione Intesa nell’aprile 2008 ha annunciato la costituzione di una banca italo-russa insieme con Gazprombank, l’istituto finanziario del colosso Gazprom, “per finanziare le grandi opere nei due paesi”. Tra gli sponsor del professore siciliano a Mosca c’è Serghej Jastrzhembskij, ex consigliere di Putin, nonché uomo chiave delle relazioni Europa-Russia e del progetto della banca di investimenti italo-russa. Fallico nel 2008 ha pubblicato un libro sotto lo pseudonimo di Anton Antonov, dal titolo “Leninsky Prospekt”, ovvero “Prospettiva Lenin”. Il protagonista è un italiano arruolato dal Kgb. Alle domande dei giornalisti russi dopo l’uscita del volume, il manager ha risposto che la sua opera è ispirata a una storia vera: quella di un’ex spia, ridotta a fare il mendicante per strada. Ma lo stesso Fallico ha raccontato ai reporter moscoviti di aver conosciuto gente del calibro di Kim Philby e George Blake, due famosi agenti segreti doppiogiochisti al servizio del Kgb: «Li ho incontrati durante una visita a Bruno Pontecorvo», il celebre fisico nucleare che collaborava con Enrico Fermi e fuggì in Urss». (…)
[Stefania Maurizi, L’Espresso, 6 maggio 2010] | |
 URSS – L’ITALIANO SOTTO PSEUDONIMO L’AGENTE DEL KGB NELLA «CATASTROFE» DELLA PERESTRJKA
Vladimir Putin ha bollato lo scioglimento dell'Urss come una delle più grandi catastrofi del XX secolo: per milioni di cittadini sovietici crollò un mondo di stipendi sicuri, vacanze pagate dallo Stato, case calde e gratuite, servizi sociali decenti. Il tutto sostituito dal degrado, dall'incertezza e dalla povertà del «dopo». Certo, nel 1991 arrivava anche la libertà, ma con la pancia vuota a volte certe cose si apprezzano poco. Per alcuni, più uguali degli altri, quella «catastrofe» portò anche un'enorme ricchezza e un futuro da nuovi russi, come all'epoca venivano chiamati i nouveau riche. Loro erano quelli della nomenclatura, del partito, i dirigenti delle aziende sovietiche. Credevano di perdere tutti i loro privilegi e invece in poco tempo riuscirono a impadronirsi dei beni statali che erano affidati alla loro gestione: alberghi, ristoranti, negozi, fabbriche di alluminio, pozzi di petrolio, tutto. Naturalmente quando Gorbaciov iniziò a tentare di riformare il pachiderma malato, gli apparatchik, gli uomini dell'apparato, non potevano sapere che per alcuni di loro le cose sarebbero andate bene e così mentre tutta l'Unione Sovietica sognava con la Perestrojka, loro si lamentavano e vedevano le cose da un altro punto di vista. Ecco le cose viste all'incontrario sono forse uno degli aspetti più interessanti del romanzo Prospettiva Lenin (Feltrinelli) scritto da un dirigente d'azienda italiano che abita a Mosca da molti anni e che firma con lo pseudonimo di Anton Antonov. Le caute aperture di Gorbaciov quando Boris Eltsin cavalca le riforme democratiche vengono bollate dal protagonista del libro come ignobili cedimenti. Il tentato golpe del 1991 con il quale alcuni dirigenti volevano fermare la trasformazione sono viste come un giusto sforzo tradito dal solito Gorbaciov che all'ultimo momento ha paura e si tira indietro.
Si, perché il protagonista è un certo Ivan Ivanovich Ivanov, agente del Kgb che, come Vladimir Putin allora, si vede crollare addosso il mondo nel quale ha creduto per tutta una vita. I valori del patriottismo, della lotta contro l'Occidente che vuole abbattere la Grande Patria del proletariato. Tutti i miti che i giovani sovietici avevano vissuto attraverso film come «Lo scudo e la spada» (simboli del KGB) su un eroico 007 sovietico in lotta contro i cattivi. Ivan, in realtà, altri non è che Salvatore, un italiano che da anni vive tra i due paesi lavorando per il Centro. Salvatore ha oramai quasi dimenticato le sue origini siciliane, salvo ritrovarle proprio nel momento del Grande Crollo. Per lui che e un puro, non ci saranno però arricchimenti e carriera nella Russia democratica. Solo il grande vuoto di cui parlava Putin. [Fabbrizio Dragosei, Corriere della Sera, 12 settembre 2010] | |
 PROSPETTIVA LENIN
Oggi Antonio Fallico continua a mietere consensi. Appena nominato console onorario della Federazione Russa a Verona, ha presentato e firmato il suo primo romanzo “Leninsky Prospekt” (Prospettiva Lenin), pubblicato in Russia con lo pseudonimo “Anton Antonov”. Il protagonista è un italiano che va a Mosca a lavorare per il Kgb e l'Urss, di cui condivide gli ideali. L'italiano entra in contatto con funzionari comunisti e riesce a relazionarsi con il “cerchio interno” dell'apparato. Lui dice che si tratta di una storia vera, basata sulla conoscenza di un ex spia, che ha incontrato un giorno in una strada di Mosca, mentre chiedeva l'elemosina. “So che è stato consegnato alle autorità italiane e ha trascorso dieci anni in prigione”, spiega ai giornalisti russi. Ma in molti pensano che l'ex uomo del KGB sia proprio lui. Il brontese, amico di Putin e del Cavaliere, che ha studiato filologia ma si è convertito presto agli affari. Perché “il cibo spirituale, purtroppo, non sfama”.
(Marco Atella, Il Fatto Quotidiano, 23 ottobre 2009) | |
 TAORMINA. OGGI LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI ANTONIO FALLICO
La scalata del liceale di Bronte che conquistò la finanza russa
Taormina. Si rafforzano i rapporti culturali tra la capitale del turismo
siciliano e la Russia. Oggi alle 18, nei locali dell’archivio storico della
biblioteca comunale di piazza IX aprile, sarà presentato uno dei casi letterari
più interessanti dell’ultimo anno: “Prospettiva Lenin” di Anton Antonov,
pubblicato da Feltrinelli. Dietro questo pseudonimo si cela un uomo della
finanza internazionale, Antonio Fallico, presidente di Banca Intesa a Mosca, in
Russia dal 1974, agli inizi semplicemente come dirigente bancario, divenuto
personaggio centrale dei rapporti finanziari ed economici Roma-Mosca.
Nato a Bronte nel 1945 Fallico ha studiato assieme all’amico Marcello Dell’Utri
al liceo classico Capizzi. Conseguita la laurea in filologia, insegnò
all’Università di Verona dove, grazie alla conoscenza della lingua russa, un
dirigente bancario gli propose una consulenza per l’apertura della filiale di un
grande istituto italiano a Mosca. Fallico cominciò così la sua avventura di
emigrante di lusso. Più di una volta ha avuto la possibilità di andare altrove,
ma lui, cavaliere dell’Ordine dell’Amicizia, massima onorificenza russa per uno
straniero, li si sentiva a suo agio: “C’e’ qualcosa di profondo che ci unisce” e
appunto per questo si adopera per rintracciare nuovi punti di contatto fra i due
paesi, nel business e nella cultura.
“Prospettiva Lenin”, il nome di una celebre grande strada di Mosca è il suo
primo romanzo, già pubblicato in Russia. Oggi a Taormina accanto a Fallico
saranno presenti il nuovo ambasciatore russo in Italia, Alexey Meshkov, il nuovo
console generale a Palermo, Vladimir Korotkov, i rappresentanti dell’Istituto
Gorgky e dell’Istituto Italiano di Cultura e del Bolscioi. Al tavolo dei
relatori: Giuseppe Amoroso, Sebastiano Grasso e Dino Papale.
“Prospettiva Lenin” è la storia di due personalità di uno stesso essere. Ivan -
brillante agente segreto al servizio del Kgb, orgoglioso difensore del
socialismo, raffinato estimatore del bello - assiste sgomento al disfacimento
dell’Unione Sovietica. A Mosca le code fuori dai negozi si allungano, gli ideali
cadono come inutili orpelli di un mondo in via di disgregazione, gli amici si
trasformano in nemici. Ivan è costretto a ricostruirsi una vita in uno squallido
condominio moscovita, lontano dalle luci della ribalta della nomenclatura, fra
alcolizzati e residui di un passato che si allontana.
Salvatore - cresciuto in una Sicilia che avvampa di moti rivoluzionari - è
vitale, colto e intraprendente. Impara il russo,studia a Leningrado e infine si
trasferisce a Mosca, dove lo aspetta un ruolo di prestigio per conto della più
accreditata azienda italiana di prodotti informatici. Fa carriera, accumula
esperienze, allaccia relazioni, crea consenso e infine non può rifiutare la
proposta di lavorare anche per il Kgb. Il suo compito è procurare informazioni
sull’ago della bilancia geopolitica della Guerra fredda: l’Italia. Salvatore
torna a casa per carpirne i segreti: Comiso, Sigonella, gli affari del Vaticano.
Il prezzo da pagare è alto. Salvatore ha un futuro da inseguire. Ivan, un
passato da dimenticare. Ivan e Salvatore sono, però, la stessa persona.
Evidenti i riferimenti autobiografici della Fallico-story, ma il potente
banchiere di Bronte evidentemente non vuole confondere il suo ruolo
“istituzionale” con quello dello scrittore già famosissimo al suo debutto. E si
nasconde dietro l’identità di questo Anton Antonov, un siciliano che vive a
Mosca e si trasforma in un russo doc. Che, però, guarda sempre alla Sicilia.
(Gazzetta del Sud, 3 Settembre 2011)
Vedi anche
"Memorie a cavallo fra Russia e Sicilia" di S. Grasso
|
|
|
La Sicilia
La Sicilia di Fallico è mitica, è quella del topos narrativo di Tornatore e
del “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa e Visconti: bella perché lontana e
passata, filtrata con gli occhi del ricordo di chi è uscito e vi ritorna con
la vista malinconica di chi sa di non poter tagliare la sua radice. Il
filtro per capire questa Sicilia è la psicoanalisi e la poesia. E’ il
Thanatos, che rende attraente e desiderabile ciò che è irreparabilmente
morto, e che rende così particolare e poetico il nostro sentire: è il
brivido della rovina di Angelica e Tancredi che conoscono l’amore più
travolgente solo tra le fuliggini e le ragnatele degli appartamenti
abbandonati e polverosi di Donnafugata; è la commozione del maturo
protagonista di “Nuovo Cinema Paradiso” che si aggira tra le pareti diroccate
e le assi divelte del tetto del vecchio cinema dove era cresciuto e che poi
guarda, nella bellissima e toccantissima scena finale, vecchi spezzoni usurati
dal tempo di film in bianco e nero che non ci sono più. E’ la Sicilia da
cui si scappa, del “cu nesci rinesci”, - a proposito anche in “Nuovo
Cinema Paradiso”, un vecchio Philippe Noiret raccomanda al giovane pupillo di
non girarsi e di non tornare – “chista è terra maligna”! Non ti fare
“futtiri” dalla malinconia. Ma è anche la Sicilia di “Baaria”, a
cui non puoi non tornare! E quando torni non puoi non tornare, come nel
flashback finale, ritornando all’ingenuo entusiasmo del bambino che si muove
stupefatto, con addosso gli abiti antichi, nel traffico sconosciuto dell’oggi.
La Russia La Russia di Fallico è anch’essa mitica: è quella di
Pietro il Grande e di Caterina; della grande contaminazione culturale tra
Oriente e Occidente che dette vita a san Pietroburgo e alla straordinaria
emigrazione di intellettuali e liberi pensatori europei verso le rive della
Neva: come quell’abate Casti, intrigante figura della cultura più libera e
spregiudicata del ‘700, alla cui ricerca si dedica il protagonista del libro.
Ma è soprattutto la terra della grande utopia sociale, di quello straordinario
esperimento storico che è stato il comunismo. Che badate non è stato solo la
tragedia che poi abbiamo imparato a conoscere e, in questi anni di
banalizzazione mediatica, un po’ macchiettisticamente a rappresentare; è stato
soprattutto una grande speranza di liberazione dell’uomo, forse il più grande
tentativo che la storia abbia conosciuto di realizzare il sogno di giustizia e
libertà che l’umanità ha sempre inseguito. Un esperimento fallito,
tragicamente fallito. Così se l’approccio alla Sicilia è segnato dal
sentimento della “nostalgia”, - che è la poesia che nasce dal brivido di un
mondo che è irrimediabilmente morto, che mai abbiamo conosciuto come vivo, e
che commuove perché si sente che nulla, se non il ricordo, può riportare in
vita - l’approccio alla Russia è segnato invece dal sentimento della
“delusione” – che è la rabbia del veder morire ciò che è stato vivo e che
si è sperato potesse dare vita ai giorni che sarebbero venuti e agli uomini
che li avrebbero vissuti. Una delusione che percorre tutta la parabola:
dall’entusiasmo delle notti passate a studiare il cirillico e le declinazioni
russe; dalla speranza del primo arrivare nel freddo glaciale dell’inverno
russo; dal piacere umano dei primi rapporti cordiali con la gente russa, dei
primi amori, delle lunghe chiacchierate colte nella biblioteca di Leningrado,
della condivisione politica con gli attivisti politici del posto; fino alla
fortunata occasione della vita, all’occasione imprenditoriale che porta il
protagonista a lavorare per una grande multinazionale in Russia, e così
entrare dentro le stanze del potere economico e politico che in quel grande
paese coincidono. In questa veste la crisi e la fine del comunismo vengono
vissute da dentro, con la rabbia dell’impotenza e con la percezione interna
della mediocrità degli uomini che stavano conducendo al fallimento non solo un
grande paese ma anche l’immensa speranza per cui s’era vissuti. Nel baratro
dell’Unione Sovietica sprofonda così tutta una generazione, che aveva creduto,
aveva lottato e finisce malinconicamente nella miseria di un turno di ronda,
per difendere una fatiscente kommunalka, in compagnia e davanti allo
specchio di una indomita e disillusa novantenne. E intanto, la bellezza
appassisce e si getta dal balcone, prendendo le spoglie tristi di quella che
una volta era stata la bella Natalia. Mentre sul tavolo spoglio della cucina
compare, come un’ illuminante madeleine proustiana, un limone che fa
sentire l’odore e tutti i sensi di una Sicilia che, nel vuoto rimasto, chiama
dal fondo della coscienza.
Sicilia e Russia In fine, faccio una breve considerazione
letteraria che viene da sé, quando ci si avvicina a un libro come questo con
il filtro delle memorie e delle suggestioni letterarie: la Sicilia e la
Russia, due terre che paiono così lontane e che pure sono così simili.
Due terre di letteratura. Forse, mi sia consentita l’esagerazione, le
terre che più hanno dato all’immaginario letterario con cui l’uomo moderno ha
pensato se stesso, diventando due paradigmi, due luoghi dell’anima capaci di
descrivere in maniera astorica, perciò davvero universale, la tragedia della
vita. La Russia, con l’immensità dei suoi spazi, che è diventata immensità
delle prospettive, delle speranze, delle illusioni, la terra che più di tutte
si perde nei confini estremi del sognare; e perciò anche la terra dove la
solitudine del singolo si fa angosciante quando si coglie nella pochezza della
sua umanità e nella tragedia del suo fallire. Una splendida adolescente, la
Russia, da poco affacciata alla storia, che diventa adulta e sperimenta il
deludente infrangersi dei suoi magnifici sogni nel contatto brusco con la
realtà di questo mondo. E accanto alla Russia la Sicilia, con
l’immensità cronologica della sua storia e delle infinite esperienze che le è
toccato vivere, con le tante speranze ogni volta nate e ogni volta deluse, con
la voglia di uscire fuori da se stessa, e di nascere al mondo; per poi
ritornare in se stessa, nel grembo materno dove la realtà è bella perché ne
restiamo fuori , e la guardiamo scorrere dietro il protettivo e rassicurante
filtro magico di un ricordo, di una nostalgia, di una pagina scritta e
ingiallita di grande letteratura, di un fotogramma in bianco e nero, di una
pietra antica che sostiene il muro scrostato di quella che una volta fu una
superba cattedrale. Una vecchietta sulla sedia a rotelle, la Sicilia,
portata a spasso nel circo della modernità, che ogni volta fa finta di
meravigliarsi e appassionarsi e che in realtà desidera solo essere lasciata in
pace e dormire. Così Sicilia e Russia si incontrano, due culture dello
spirito: con la difficoltà a vivere la dimensione moderna del presente e della
concretezza e con la necessità di fissare la vita nello specchio poetico ed
onirico del sogno, dell’utopia, dell’illusione, della disillusione e della
malinconia. Là dove c’è la voglia di andare avanti e anche la fatica e la
stanchezza del vivere. Vincenzo Pappalardo
(Relazione letta il 3 Ottobre 2010 nel corso della presentazione a Bronte del
libro “Prospettiva Lenin” del prof. Antonio Fallico) |