La Ducea inglese ai piedi dell'Etna

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Cenni storici sulla Città di Bronte

Bronte ed i brontesi

I ricordi degli ospiti del Duca

di Mario Carastro

I ricordi, le impressioni ed i giudizi sui luoghi e sui brontesi di letterati, poeti, musicisti, grandi viaggiatori che, ospiti a Maniace dei discendenti di Horatio Nelson, visitarono Bronte negli anni dal 1801 al 1920:

LA DUCEA INGLESE AI PIEDI DELL'ETNA
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Maniace e Bronte devono molto della loro notorietà all’estero e particolar­mente in Inghilterra anche a ELIZA LYNN LINTON (1822-1898), novelliera, saggista, giornalista famosa anche per il suo antifemminismo. Nel settembre 1883 Maniace le appare, come scrive da Biella dove si annoia in un ambiente a lei molto estraneo, il posto dove finalmente troverà “…gente della mia stessa classe sociale” e potrà essere ben trattata svagandosi(17).

Vi arriva su invito forse interessato dei Bridport, che all’epoca stavano dando inizio ad una campagna di promozione dei loro vini in Inghil­terra, proprio nel periodo della vendemmia e vi si fermerà sino a fine dicembre; in questo periodo, il 7 novembre 1883, accompagnò Alexander Nelson Hood in visita al Real Collegio Capizzi(16), nella cui Deputazione era stato cooptato come Deputato Onorario. Entrambi, si legge in un resoconto giornalistico dell’epoca(16), firmarono il Libro dei Visitatori nella Biblioteca del Collegio.

Durante il suo soggiorno a Maniace Mrs. Lynn Linton scrisse l’articolo Bronte On Mount Etna(18) pubblicato su Temple Bar Magazine nel 1884 e ripreso anche nello stesso anno dal New York Times.
Le impressioni della scrittrice su Bronte sono anche riportate in alcune lettere(17) quando ricorda di trovarsi a “…circa 8 miglia dallo sporco centro di una cittadina, Bronte, che entrò a far parte del titolo di Lord Nelson…”, un posto da raggiungere “…dopo miglia da percor­rere… attraverso la più selvaggia, la più nera regione montagnosa che si può immaginare…”, dove “non vi è casa, eccetto uno o due tuguri, per almeno otto miglia… Torreggia sempre l’Etna… E’ veramente il massimo della desolazione, della grandezza, dell’orrore!”.

Grande impressione destò in lei il condizionamento subito dalla vita nel Ca­stel­lo per effetto del brigantaggio: “…viviamo in uno stato di attesa… Al tramonto i cancelli sono chiusi ed a nessuno è permesso entrare ed uscire… Uomini armati sostano sempre davanti all’ingresso… Se ci allontaniamo da casa abbiamo sempre una scorta armata”.

Nel 1888 arriva a Maniace CHARLES HAMILTON AIDE' (1826-1906), “il piccolo e barbuto” romanziere, musicista e pittore, che ha molto amato la Sicilia soggiornandovi a lungo ospite di Alexander Hood e dei Whitaker. R. Trevelyan osserva(7) che Hood, “anche lui scapolo”, appartiene “al gruppo degli Aidè, Gower e Yorke”, senza precisare che Gower ed Yorke sono omosessuali dichiarati.
Se il primo incontro con la Sicilia è avvenuto nel 1888 il suo profondo spi­rito di osservazione l’ha portato a pubblicare già nell’ottobre 1890 un articolo sui costumi dei siciliani(19), approfondimento psicologico di spes­sore, che spazia dalle differenze con la gente del nord, alla triste condi­zione della donna siciliana, alle superstizioni, al brigan­taggio, alla mafia, ai modi di vivere dei nobili, allo scarso rispetto per la natura e l’ambiente, etc.


Il Console Inglese a Palermo W. STIGAND (1865-1915) visita la Ducea nel 1889 e fu l’occasione per scrivere un rapporto che si premurò ad inoltrare al Foreign Office all’attenzione del Marchese di Salisbury soffermandosi in parti­colare sulla vendemmia e sui canti e le danze durante la pigiatura(22). L’articolo fu poi pubblicato il 16 ottobre 1890 anche dal New York Times ed è un resoconto minuzioso sui vigneti di Boschetto Vigne impiantati su di un suolo alluvionale permeabile e molto fertile dopo approfondite ricerche speri­mentali sui vitigni più adatti alle caratteristiche pedologiche e climatiche del posto.

È ricordato l’impegno di Monsieur Fabre e del suo braccio destro Monsieur Ricard nel reperire viti da Madeira, Bordeaux, Ronsillon, fra le quali le Bor­deaux , Grenache, Hermitage, Palomino e Pedro Ximenes.

Il Console ricorda: “La vendemmia è, come in altri luoghi, proprio un perio­do allegro; da 120 a 150 persone fra uomini, donne e fanciulli ven­gono da ogni parte per partecipare alla vendemmia, e vivono tutti sul posto sino a quando tutto è finito, mangiando all’aria aperta in modo primitivo, prelevando il cibo da un lungo vassoio di legno, e facendo a meno, secondo l’usanza orientale, di posate, ed una certa quantità di grappoli d’uva e lasciata a pendere sulle viti a disposizione dei vendem­miatori dopo la raccolta, secondo una tradizione patriarcale…

I ragazzi, nel dirigersi verso il palmento portando pesanti ceste piene di grappoli, eseguono una sorta di primitiva fantasia, camminando in circolo intorno alla fontana che sta al centro e cantando in coro delle canzoni, che possono sembrare un lontano eco del “Evoè Bacco” della classicità, e, dopo questo tributo a Liber ed alle Grazie, conse­gnano il loro carico uno dopo l’altro alle finestre del palmento…”.


Nel 1891 G. L. BROWNE (1815-1892) pubblica una biografia di Lord Nelson(20) che riporta una descrizione della Ducea attribuita ad Alexander Nelson Hood, molto interessante quando, dopo un po’ di storia del castello e l’esaltazione della fertilità della terra della Ducea e dei suoi prodotti, osserva:

l’Incomprensione fra Inglesi e Brontesi

di Lucy Rial

Fra i segni visibili della separazione fra gli inglesi e la società e il pae­saggio circo­stanti vi era la presenza di guardie armate in uniformi blu e rosse, riguardo alle quali D.H. Lawrence commentò che sembravano «una banda di esausti pastori siciliani con le gambe storte», vestiti co­me le «guardie svizzere vaticane», e le cui smaglianti uniformi erano in netto contrasto con l’estrema miseria in cui vive­va la maggior parte dei contadini (…).

«Vivo in una landa desolata vicino al mon­te Etna», disse Alec (il V duca, ndr) al suo amico Hichens la prima volta che lo incontrò, a Lon­dra. Il clima estremo e i boschi montani di Bronte, i suoi campi di lava neri, il vulcano immenso e la diffu­sa povertà: tutte queste realtà accen­tua­vano la sensazione dei britannici di es­sere dei colonizzatori in una terra incivile e straniera.

La vita in quei luoghi pote­va essere emozio­nante.(…) Quando erano giovani Alec e il suo fratello minore Victor si atteggiavano a esplo­ratori di fron­tiera. Andavano orgogliosi di sfidare la minaccia dei banditi locali, e organizzavano molte «forze di spedi­zio­ne» per com­batterli … Queste esperienze alimenta­rono anche un at­teggia­mento di supe­rio­rità nei confronti della popolazione locale.

Come scrisse lo stesso Alec in una lettera all’ambasciatore britan­nico a Roma, lui e i suoi connazionali si sentivano «inglesi» in lotta per soprav­vivere «in mezzo a un popolo semibarbaro».

Come gli italiani del Nord dopo l’Unità, i britannici si rifacevano a una serie di ste­reotipi per giustificare il proprio dominio nella regione. Per conferire un significa­to alla propria presenza e promuo­vere un sen­so di superiorità venato di patriottismo, attingevano a un’ampia gamma di at­teggiamenti, associando l’im­ma­gine coloniale che raffi­gurava gli indi­geni come gente allo stato selvaggio alla perce­zione tipicamente nor­dica dei meri­dio­nali come esseri infantili.

Alec considerava i poveri con indulgenza, o alla stregua di monelli. «Pos­so dire», scrisse nelle sue memorie, che trattare i contadini «co­me persone adulte e responsabili è un erro­re, perché rara­mente ‘cre­scono’, ma restano bambini nella visione della vita, nei diver­ti­menti e nell’insolenza».

Charles Beek (foto a destra), il più zelante di tutti gli amministrato­ri della ducea, che passò a Bronte più tempo dello stes­so Alec, con­fes­sò di odiare le persone del posto (da lui ritenute «gente ignobile»), che trattava con disprezzo: gli affittuari delle terre della ducea erano «pigri, ignoranti e ostru­zio­ni­sti», i loro tentativi di evitare il pagamento dei ca­noni era­no una prova della «furfan­teria siciliana». I politici locali erano nient’altro che «bruti» e «ladri». (…)

«È un bel paese, ma è una male­dizione dover avere a che fare con alcuni dei na­tivi», scrisse Beek nel 1916, dopo aver passato trent’anni in Sicilia».

A Bronte, numerose diversità, relative ad esempio a nazionalità, clas­se, geo­gra­fica, lingua e, si può supporre, religione (benché a questo tema si accenni rara­mente e la ducea avesse rapporti relati­va­mente buoni con la Chiesa locale), con­tribuivano insieme ad accen­tuare il senso di separatezza culturale e a impedire il conso­lidarsi di una con­suetudine di rapporti fra gli inglesi e la comunità locale.

(…) Così, anche nell’ultimo decennio del secolo, i membri dell’élite lo­cale che soste­nevano politicamente la ducea non intratte­nevano quasi alcuna relazione sociale con i suoi esponenti. Nessuna delle famiglie più in vista della città tentò di adot­tare elementi tratti dalla cultura bri­tannica, né vide nel proprio rapporto con gli inglesi un mezzo di promo­zione sociale o per affermare una propria distinta iden­tità. (…)

Per di più, la popolazione locale poteva essere con gli inglesi altret­tan­to poco cor­diale. L’ostilità si manifestava ad esempio con forme di re­si­stenza passiva che rendevano difficile la vita alla comunità di Mania­ce. Beek si lamenta va che a Bronte vi fosse «una subdola mafia silen­ziosa», che «finge[va] di obbedire agli ordini ma riu­scen­do sempre a capire male o non a fare come veniva detto». Era «troppo per chiun­que», ammetteva.

(Lucy Rial, La rivolta. Bronte 1860, pagg. 230-233)

“La vita nella Ducea scorre abbastanza comodamente. Anche se vi si conserva una sorta di condizione feudale, ed i campieri a cavallo, uniforme in blu e rosso, i colori di Bronte, e con i risvolti e le mostrine argentee, proteggono la proprietà e la nostra famiglia… vi è molta cordialità fra proprietario ed impiegati. I dipendenti trascorrono quasi tutta la loro vita al servizio della Ducea; recentemente ne è morto uno che vi aveva lavorato come lattaio per 80 anni.
La gelosia, che ci si potrebbe attendere nei riguardi dello straniero dalla gente del posto, qui non esiste.
Dipendenti ed affittuari si mostrano fiduciosi e confidano nell’integrità inglese; ed è frequente che un contadino non richieda la ricevuta al momento del versamento della rata di affitto e che chi riceve il pagamento in natura accetti quanto consegnato senza misurazioni. La gente però non ripone analoga fiducia in quelli della loro stessa condizione. E’ impossibile dare un’esatta idea del carattere dei siciliani senza soffermarsi sgradevolmente sui loro difetti.
La media della morale è a livello più basso di quello della gente del nord. Dato che l’affrancamento dalla schiavitù è solo recente, non c’è da aspettarsi una vera idea del concetto di libertà. La gente, affrancatasi solo ieri dal servaggio di una rozza superstizione e da un clero ignorante, ha ancora da conoscere il valore della sincerità e della lealtà.
Onestà e moralità sono considerate virtù ancora da trasferire nella vita pratica. Ma la gente è molto lavoratrice e diligente; e quando gli interessi personali non sono troppo coinvolti, la gente è molto disponibile e affettuosa. Si dice che l’innata perspicacia dei siciliani impedisca persino agli ebrei di vivere alle loro spalle, e, infatti, nessun ebreo vive nell’isola.
L’economia isolana non è florida. La tassazione è pesante e difficile da sopportare. Fallimenti d’imprese commerciali, dovuti sia ai tempi difficili sia a pratiche fraudolente e disoneste, hanno scosso il commercio alle sue fondamenta.
La graduale e costante diminuzione della ricchezza agricola a causa della forzata suddivisione della proprietà non solo determina miseria ma contribuisce ad incrementare le statistiche criminali.
Il brigantaggio sembra essere un retaggio del passato ma ancora oggi si riscontrano d’inverno furti nelle campagne; e recentemente si è verificato un conflitto a fuoco con due morti in prossimità di Bronte.

Questa cittadina è formata da piccole case nella zona centrale ma da abitazioni solo un poco migliori dei pagliai nelle zone più povere. La popolazione ammonta a circa 16.000 abitanti, dei quali settanta sono religiosi. Le strade non sono pulite e nonostante il paese vanti la presenza di un Collegio per 400 ragazzi, un palazzo appartenente alla Ducea di Bronte e tante chiese, al visitatore rimane impressa una melanconia, che neanche il sole ed il cielo blu riescono a dissipare.
Dal 1868, anno nel quale nella proprietà è succeduto l’attuale Duca (Il Generale Visconte Bridport), molto è stato fatto per migliorare le sue condizioni. Sono state realizzate alcune miglia di strade, laddove prima non ne esisteva alcuna; sono stati costruiti masserie e edifici. E’ stata edificata anche una grande cantina capace di contenere molte migliaia di ettolitri di vino.
Dei ponti scavalcano torrenti impetuosi pericolosi per il guado di persone ed animali. Sono stati impiantati vigneti, aranceti, mandorleti che a breve daranno un valido riparo al sole estivo. Sono stati realizzati dei mulini ed introdotte nelle foreste delle segherie a vapore.
Le vecchie generazioni di dipendenti possono ora avere una adeguata pensione; e vengono soddisfatti i bisogni spirituali di tutto il circondario con la celebrazione settimanale della messa nella vecchia chiesa fondata, come già ricordato, dalla Regina Margherita”.


JESSIE WHITE MARIO (1832-1906), scrittrice inglese e vedova del patriota e garibaldino Alberto Mario, anch’essa garibaldina in tutte le campagne del Generale sino al 1870, non fu nel 1892 un’ospite molto gradita a Maniace, dove si era “invitata da sola”(1), per alcune sue non felici espressioni nei riguardi della Regina Vittoria.

Tranne il disappunto del Duchino Alessandro, che la definisce “fastidiosa” e “tizzone ardente”, non ci è rimasto altro della visita di questa donna, sulla quale, ricordando le sue iniziative per migliorare le condizioni di vita nei quartieri popolari di Napoli e quelle dei minatori siciliani nelle zolfatare, appena qualche anno prima Giosuè Carducci ebbe a dire: “La democrazia conta un solo scrittore sociale: la Signora Jessie Mario, che non manca mai dove ci sia da patire o da osare per una nobile causa”.

Francamente non è facile capire la caduta di bon ton del Duca di fronte ad una conterranea molto famosa e d’indubbio valore della quale si doveva andare orgogliosi: prevalse la difesa dell’onore della regina o una sorta di misoginia?

Ma si può essere certi, anche se sinora non si è trovata testimonianza scritta, che la Mario,
“anch’essa socialista”(1), rilevò le penose condizioni di vita dei contadini della Ducea e non perse l’occasione di lamentarsene con il Duca; ci piace pensare, quindi, che a questo sia da attribuire il suo scarso gradimento nel “salotto” del castello. E questo il Duca non poteva proprio ricordarlo nelle sue memorie per gli eredi!


Nello stesso anno 1892 arrivò a Maniace, in compagnia della moglie lady Harriet Sarah e di lady Susan Keppel, R. J. LOYD LINDSAY, Barone Wantage of Lockinge (1832-1901), militare come Lord Bridport, decorato con la Victoria Cross, politico, noto soprattutto perché fondatore della Croce Rossa Inglese. Sulla visita scrive la moglie che “la setti­mana trascorsa sotto l’ospitale tetto dell’Hon. Alec Hood nella romantica fortezza del Castello di Nelson di Bronte… fu considerata sempre fra i più piacevoli ricordi di tutti i viaggi”(21).


Nel 1895 Alexander Hood ebbe graditissimo ospite lo scrittore americano F. MARION CRAWFORD (1854-1909), che aveva già conosciuto a Roma.Il Duca ricorda:”Il risultato della visita fu il suo famoso libro Corleone le cui scene principali sono ambientate nei dintorni. Il punto dal quale, nel libro, i briganti attaccano la casa gli fu indicato da me, quando egli mi chiese casualmente (o di proposito?) quale fosse il punto più debole dell’edificio”(1).
Effettivamente molti sono nel romanzo i riferimenti a Bronte, Maniace ed i paesi vicini(22). Un particolare curioso: i brontesi intervengono nel romanzo come gente dei boschi, taglialegna, carbonai, uomini rudi e decisi. I nostri luoghi sono anche citati nella splendida, ricca e completa storia sulle dominazioni dell’Italia del sud e della Sicilia pubblicato dallo scrittore nel 1900(23). In particolare è evidente come ai colloqui con il Duca si devono le sue valutazioni sulle condizioni dell’agricoltura in Sicilia.

Il Poet Laureate ALFRED AUSTIN (1835-1913) soggiornò con la moglie a Maniace nel 1898 su invito di Lord Bridport provenendo da Taormina. Il poeta nella sua autobio­grafia del 1911(24) scrive: “Lasciata Taormina arrivammo al Castello di Maniace dove siamo stati insieme al Visconte Bridport, che era Duca di Bronte in Sicilia, titolo adesso ereditato da suo figlio, Mr. Alexander Nelson-Hood, …Vi siamo giunti viag­giando sulla ferrovia che gira tutta attorno alle pendici dell’Etna, siamo stati attesi alla stazione di Bronte, siamo stati accompagnati a Maniace, dove abbiamo trascorso un incantevole periodo con le gentilezze dei padroni di casa…”.
Il Duca Alessandro deve avere molto apprezzato la visita tanto che non solo ricorda momenti piacevoli e l’omaggio con dedica dei libri dello scrittore ma chiama, quando sarà completato, il suo giardino alla Falconara, la sua villa a Taormina, “The Garden That I Love”, con il titolo cioè di un romanzo di Austin. L’apprezzamento dello scrit­tore, invece, oltre ad essere riferito alle gentilezze dei Bridport si è rivolto anche al vino della Ducea ed ecco così prendere forma in versi una strana composizione, “Alfredocles on Etna”(25), consistente in un immaginario dialogo sul cratere dell’Etna fra l’autore e Timoleone, una guida del posto.


Dei soggiorni a Maniace di ROBERT HICHENS (1864-1950) ci sono rimasti un inquietante racconto sui fenomeni misteriosi(26) dai quali fu coinvolto in occasione del suo primo soggiorno nel castello nel 1900 ed i molti riferimenti nella corrispondenza con i coniugi Sharp (28).


Noto è l’attaccamento di WILLIAM SHARP (1855-1905) e di sua moglie Elizabeth (1856-1932) a Maniace e di loro ho già avuto occasione di parlare raccontando del Fantasma del Castello.

Questo legame speciale ebbe origine dalla simpatia che suscitarono in Alexander Nelson Hood il 21 gennaio 1901, quando lo incontrarono per la prima volta a Taormina nella Cappella inglese di Santa Caterina. Il Duchino era presente con il padre, Lord Bridport, al servizio funebre organizzato da Mr. Albert Stopford in memoria della Regina Vittoria morta il giorno prima(27 - 28).

 
Eliza Lynn Linton
Eliza Lynn Linton:
 «E’ veramente il massi­mo della desolazione, della grandezza, dell’orrore!»
Jessie White Mario
Jessie White Mario, rilevò le penose condi­zioni di vita dei contadini della Ducea e non perse l’occasione di lamen­tar­sene con il Duca
Il Poet Laureate Alfred Austin
Alfred Austin
«Abbiamo trascorso un incantevole periodo con le gentilezze dei padroni di casa»
R. J. Loyd-Lindsay, Barone Wantage of Lockinge
R. J. Loyd-Lindsay,
Barone Wantage of Lockinge: «fra i più piacevoli ricordi di tutti i viaggi».

 

Il V Duca di Bronte deve avere molto apprezzato la visita di Alfred Austin se ha chiamato il giar­dino della sua villa a Taor­mina (la Falconara), con il titolo di un romanzo di Austin, “The Garden That I Love”.

A destra, lo scrittore americano F. Marion Crawford autore del libro Corleo­ne le cui scene prin­cipali sono ambien­tate nei din­torni della Ducea. I brontesi intervengono nel romanzo come gente dei boschi, taglialegna, carbonai, uomini rudi e decisi.

FRANCIS MARION CRAWFORD

 

WILLIAM SHARP

Illustri ospiti del­la Ducea Nel­son: Robert Hichens e William Sharp. Il poeta scozzese, qui in una foto del Duca Alexander Nelson Hood, è morto a Ma­nia­ce nel 1905 ed è sepolto nel pic­colo cimitero in­glese a poche centinaia di metri dal Castello Nelson.

 

Proprio in quell’inizio del 1901, tra la fine di gennaio ed i primi di febbraio, William ed Elizabeth erano già ospiti a Maniace per la prima delle visite “to that strange beautiful Duchy on Etna, that was to mean so much to us”(27).
Il primo di cinque inverni durante i quali fu coltivato un sodalizio con il castello, il suo proprietario ed i suoi ospiti, che R. Hichens definisce “our intimate little circle”(26) e che il destino volle significativamente interrompere facendo morire proprio a Maniace, il 12 dicembre 1905, il poeta, che come è noto vi è anche sepolto nel piccolo cimitero inglese.Due scritti di Sharp sono stati aggiunti da A. Nelson Hood al suo The Duchy of Bronte: “Attraverso la Ducea Nelson”, articolo del 1903 pubblicato sulla rivista Pall Mall Magazine ed un estratto da “The Sicilian Higlandes” pubblicato nel 1904 su Atlantic Montly; articoli che non hanno nella loro solitaria unicità possibilità di confronto con altri, ma che, tuttavia, possono definirsi un completo compendio di quanto di più romantico, storico, epico, mitologico, sociologico, geografico, pittorico, naturalistico e realistico poteva dire un poeta celtico immerso nella vita di quella rude, selvaggia, genuina e sempre diversa terra ai piedi dell’Etna.

Questo profondo conoscitore ed interprete di una natura, che ama (“He was a profound lover of nature”) e che capisce intimamente (“…he not only loved nature, he seemed to know her secrets”) (29), ci ha lasciato pagine che descrivono paesaggi e miti con una consapevolezza non occasionale ed affrettata, ma piuttosto sempre più profonda. Non ci si stanca mai di leggerle e rileggerle. E’ vero che sono anche un omaggio all’ospite ed ai suoi antenati, ma affascinati dai pensieri, dalle parole e dalle descrizioni del poeta non ce ne accorgiamo immediatamente e comunque non ne intravediamo in questo lo scopo ultimo.
Accettiamo, travolti da questo torrente impetuoso di poesia, quasi con naturalezza e con orgoglio di essere descritti finanche come“selvaggi montanari…”, dai canti e dagli usi primitivi, “indicibilmente alieni e remoti” ma nel frattempo “…gente… straordinariamente combattiva, sia nell’aggredire sia nel difendersi…”, che a prima vista sembra vivere in una “…città semi-barbarica…” tra “…innumerevoli maiali neri…” in un “brulichio di sudici bambini e irrimediabile squallore”.
La condizione dei brontesi, infatti, potrebbe secondo Sharp in un’ultima più attenta analisi essere diversa, tanto da potersi ammettere “…che il luogo gode di una splendida posizione, che la città non è una fortezza di tagliatori di gole… in cui il soggiorno lì potrà non apparire… il più terrificante degli esili forzati…” e trovare addirittura “…un certo fascino in questa cittadina circondata dalla lava, abitata dalla popolazione meno gradevole e trattabile della Sicilia”(1).

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