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Le idee liberate
Politica ed economia tra
consenso, mercato e scelte bloccate
I buoni tassi di affluenza alle urne delle ultime elezioni
politiche (in quelle del 2006 il tasso di affluenza è stato
dell’84% circa), ed il pullulare di liste e di candidati nelle
elezioni amministrative – con la gran cagnara propagandistica
che ne segue – denotano un forte interesse per la politica o
caratterizzano la politica degli interessi?
La questione, a
rischio di sembrare pretestuosa, in realtà sottintende una
differenza non di poco conto che è pari a quella che passa tra
la visione strategica del futuro e l’arte di tirare a campare
giorno dopo giorno.
La tendenza consolidata è quella di
preferire l’uovo oggi piuttosto che la gallina domani.
Perché
questo? Certo, risulta difficile scomodare il futuro, quando
il presente è così carico di incertezze.
E’ proprio la
svalutazione del futuro, quale possibile dimensione temporale
di approdo (complici in tal senso l’esasperata competizione
che investe le imprese e non risparmia nemmeno gli uomini
chiamati a trasformarsi in creature “flessibili”), che ci
rende più inclini alla pratica dell’infeudamento con il
politico di turno in cambio di qualche misera prebenda – che
diventa invece chissà quale privilegio – e favorisce,
soprattutto in un paese di caste e corporazioni come il nostro,
il consolidarsi di interessi costituiti e di rendite di
posizione.
Lungi dal voler formulare facili giudizi moralistici sul
comportamento di chicchessia, liquidando, come spesso accade
in diversi casi (a titolo di esempio vedi tangentopoli e
l’antifascismo), l’intera questione in maniera gretta e
superficiale, mi preme invece rilevare come essendo la
politica il ricettacolo delle ansie e delle fosche aspettative
di tutta una comunità, lo scontro politico, per certi versi
solo fittizio, è così esacerbato dai particolarismi che è
quasi totalmente impermeabile alle idee, alle opinioni
politiche sincere ed al comune sentire di molti cittadini
sempre più disillusi.
Ecco che il terreno dell’azione politica non è più quello
delle decisioni strategiche. L’era della globalizzazione ne ha
consacrato il definitivo trasferimento nell’economia e nei
mercati, entrambi governati da pure valutazioni tecniche.
Ministri e politici si ostinano nel farci credere di potere
incidere realmente sulle sorti dell’economia con le loro tanto
perniciose, quanto spesso inconcludenti, manovre e manovrine
di bilancio, puntualmente riproposte ad ogni finanziaria. Ma
questo giova, soprattutto, a chi gestisce i travasi di risorse
pubbliche.
In questo vortice di belle e buone intenzioni, il risultato è
che gli obiettivi dichiarati – dalla chimerica promessa di
riduzione delle tasse alla creazione di nuova occupazione –
sono, sempre più, contraddetti dai risultati conseguiti.
In un siffatto contesto qual’è il reale valore delle
annunciate proposte di riforme tutte nel senso di migliorare
l’efficienza del settore pubblico, dei mercati e la
competitività delle imprese? Sanno molto di puro proclama. Non
è per nulla chiaro, infatti, perché interi settori della
società dovrebbero essere disposti a rinunciare a qualche
consistente vantaggio nel presente, quando l’avvenire è così
carico di incertezze.
Una società alla quale continuano ad
essere richiesti solo e sempre sacrifici non offre alcun
spiraglio per essere modernizzata. Le manca un obiettivo certo
cui ambire. Ma, ammettendo pure, per ipotesi, che ciò fosse
possibile, si pongono due pesanti interrogativi.
Il primo concerne la possibilità che mercati efficienti diano
opportunità ai giovani, ai deboli e a chi ha idee (qualcuno
sostiene, in tal senso, che il mercato è di sinistra). Pur
concordando con tale evenienza, resta in piedi, in tutta la
sua drammatica evidenza, il problema del notevole divario
della distribuzione della ricchezza che, con ogni probabilità,
non potrà essere colmato completamente da mercati più
efficienti.
L’altro ha a che fare con la già citata sudditanza della
politica economica nei rapporti con i mercati, soprattutto
quelli finanziari. Sino ad oggi, infatti, politiche economiche
troppo rigide, fondate su un eccesso di virtù monetaria –
imposta dal mercato dei capitali – sono state condotte a netto
discapito dell’occupazione. E proprio in tal senso una
migliorata efficienza dei mercati, da sola, poco potrà per la
creazione di nuova occupazione. Il rigore finanziario volto
alla riduzione del rapporto tra debito e Pil non consente,
infatti, di liberare risorse sufficienti a sostegno delle
politiche per il lavoro. Un ragionamento simile vale per le
migliorate condizioni produttive. Una maggiore efficienza
della produzione porta con se degli aumenti di produttività
che, oggi, più che mai, ci obbligano a fare i conti con i
conseguenti ridimensionamenti della forza lavoro, soprattutto
di quella generica o meno specializzata.
E’ per questi motivi, oltre che per evidenti ragioni di
giustizia sociale – ma ciò, solo per chi continua ingenuamente
a coltivare una visione ideale – che le priorità della
politica economica devono essere costituite da una profonda
azione di redistribuzione della ricchezza e da una credibile e
duratura politica per il lavoro. Solo dopo avrà senso parlare
di efficienza dei mercati e competitività. Sembra non essere
ancora chiaro, per tutti, che il motivo dell’attuale
stagnazione economica risiede, in primis, nella
scarsità di domanda figlia dell’attuale iniqua distribuzione
della ricchezza e dell’alta disoccupazione.
Una cosa è comunque certa: le questioni sul tavolo sono
complesse. L’analisi per un tentativo di comprensione non può
essere superficiale.
Il rischio è
che tale complessità, sempre nemica della democrazia, faciliti
l’attecchimento delle vulgate populiste e incentivi il ricorso
alla più bassa demagogia. Sarebbe bene che la politica, oltre
che a manipolare, in modo scientifico, il consenso, e a
cavalcare, magistralmente, le condizioni di bisogno o di
debolezza della gente, salvo poi cercare legittimazione
nell’alto tasso di affluenza alle urne e sbandierare, tronfia,
il risultato elettorale, cominci a occuparsi d’altro.
Di questo e …altro ancora nel mio libro!
Vincenzo Russo
Settembre 2008 |
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Vincenzo Russo è nato a Bronte
nel 1969.
Conseguita la laurea in economia e commercio si
è specializzato in consulenza finanziaria presso l’Università
Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
Ha svolto l’attività di consulente tributario e di
promotore finanziario. Oggi si occupa di formazione ed
orientamento
professionale.
Pur risiedendo nella vicina Adrano coltiva da sempre i
contatti con il paese natio. |
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Tanti, infatti, sono i ricordi d’infanzia legati alle
spensierate giornate trascorse all’insegna del gioco
nella casa dei nonni materni ed alle fugaci incursioni
nel frantoio oleario di nonno Nunzio.
Grazie alle visite all’azienda agricola di famiglia, in quel
di Placa Baiana, trova sempre qualche pretesto per ritornare a
Bronte e ritrovarsi in compagnia di amici e conoscenti, e
assaporare qualche golosità di pistacchio con il sottofondo
delle familiari e gentili note del dialetto brontese che
scandiscono il chiacchierio degli astanti di Piazza
Spedalieri.
Per la lettura in anteprima di qualche pagina del libro di
Vincenzo Russo - “Le idee liberate” - cliccare su
books.google.it e digitare il titolo “Le idee
liberate”.
Il libro è disponibile anche a Bronte presso l'Edicola
Sciavarrello
Posta elettronica:
vinruss@tiscali.it |
Blog di Vincenzo Russo:
La voce dell'idiota
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Vincenzo Russo alla Fiera del Libro di Torino (Maggio 2008) |
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La recensione de La Sicilia (21 agosto 2008)
“LE IDEE LIBERATE”, IL NUOVO SAGGIO DI VINCENZO RUSSO
Dalla mattonella alla new economy
Vincenzo Russo, “Le idee liberate (saggio confidenziale
sull’economia e le tasche personali)”, Editrice Uni Service,
Trento, 2008, 129 pagg., euro 13.50.
Avete avuto almeno una volta il sospetto che qualcuno negli
istituti finanziari stesse compiendo a vostre spese qualche
operazione pericolosa? Avete avuto la sensazione che la new economy fosse un sistema per mettere le mani nelle vostre
tasche e portarvi via quello che avete accumulato con tanto
sacrificio? Avete avuto questi timori ma non conoscevate altra
alternativa che quella di nascondere i soldi sotto una
mattonella?
Ecco il libro che fa per voi. Scritto da un economista
siciliano specializzato alla Cattolica di Milano e attualmente
impegnato nella formazione professionale, spiega i
marchingegni degli economisti e dei politici usando parole
semplici e concetti chiari: “La riforma fiscale, su quattro
aliquote che avrebbe dovuto diminuire la spesa pubblica, la ha
fatta aumentare dal 42% al 48%...”, “...bisogna ricordare che
gli enormi sacrifici richiesti per la riduzione del debito
pubblico al 60% del Pil, da sopportare per circa un ventennio,
potrebbero comportare modestissimi, se non nulli guadagni per
l'economia...”.
In parole semplici: l'autore fa capire che i benefici del
risanamento economico per l'economia nazionale sono ipotetici
(non si può mai sapere che cosa accadrà da qui a tre anni...)
mentre i danni per i conti della spesa di ognuno sono
immediati e dolorosi. E allora perché farli? Per un concetto
fondamentale, che è spiegato nelle prime pagine e che i
dottrinari e i politici si guardano bene dal ripetere
pubblicamente: perché le tasse vengono usate per ridistribuire
il reddito. Tu hai superato il livello medio di ricchezza che
io considero adeguato per gli Italiani: e allora ti tartasso a
beneficio di quelli che guadagnano poco (magari perché non
denunciano tutto...) e realizzo quello stato sociale che
scontenta quelli che pagano e non accontenta quelli che
ricevono e rende felici solo quelli che gestiscono il travaso.
E un libro di questo genere non dovrebbe diventare un best
seller della letteratura nazionale? Leggetene qualche pagina e
fateci sapere.
Sergio Sciacca |
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