
16 Giugno 2010 TRAGEDIA A BICOCCA Antonio Di Marco, 42 anni, già al 41 bis era stato trasferito a Livorno perché depresso. A Catania aveva già tentato due volte di ammazzarsi Gli confiscano i beni, si suicida Si mette una busta di plastica in testa e inala gas senza farsi vedere dalle telecamere Si è ucciso in una cella del carcere di Bicocca mettendosi una busta di plastica in testa e inalando il gas di una bomboletta che gli serviva per alimentare un fornello da campeggio. Al terzo tentativo Antonio Gaetano Di Marco, 42 anni, è riuscito a togliersi la vita. Imprenditore di Bronte nel settore della produzione di calcestruzzo, Di Marco condannato a 12 anni di reclusione per associazione mafiosa, traffico di stupefacenti ed estorsione si trovava a Bicocca da un paio di mesi per partecipare al processo d'appello.
| (…) Sul caso, la Procura etnea ha aperto un'inchiesta affidata al sostituto procuratore Lina Trovato. Ieri pomeriggio l'autopsia ha confermato che si è trattato di suicidio. (...) A Catania aveva tentato due volte il suicidio - ha rivelato il suo avvocato - una prima volta impiccandosi, un’altra tagliandosi le vene». Sulla sua compatibilità o meno con il regime carcerario esistono due diverse e opposte conclusioni e da poco, Di Marco era stato visitato da un altro medico, consulente di part della difesa, per un'ennesima valutazione del suo attuale stato di salute. (…) Sulla sua morte è intervenuto anche il deputato del Pd Giovanni Burtone che ha invitato il ministro alla Giustizia, Angelino Alfano la intervenire subito. L'ennesimo suicidio di un detenuto avvenuto a Catania, dimostra la gravità della situazione nelle carceri italiane. Non sono più rinvia bili - ha dichiarato - interventi per migliorare la condizione di vita di quanti scontano una pena. Il governo per il momento si è dimostrato molto attivo nelle promesse e negli annunci anche su temi delicati come questo». [Carmen Greco]
«PERCHE' GLI AVEVANO LASCIATO IN CELLA GAS E BUSTA?» «Presenteremo - ha preannunciato l'avvocato di Antonio Gaetano Di Marco, Francesco Antille - una formale denuncia al ministero della Giustizia per sapere per quali ragioni, un detenuto che aveva già tentato due volte il suicidio nello stesso carcere non fosse stato privato degli strumenti atti a compiere tale gesto, Il sistema processuale attuale, con la previsione di lunghissime carcerazioni cautelari; con l'adozione di trattamenti differenziati e di confische totalizzanti, che impongono una attenta analisi riflessiva al fine di vagliarne l’effettiva legittimità giuridica e procedurale è riuscito, purtroppo e ancora una volta a fabbricare un altro morto ed altri orfani». «Vogliamo sapere – ha aggiunto il legale – che si accerti esattamente l'ora del rinvenimento del cadavere e si chiarisca quando e come furono avvisati i familiari ed eventualmente il difensore; se nel fascicolo personale del detenuto risultano annotati i pregressi tentativi di suicidio; se tale fascicolo personale è stato trasmesso e quando dal carcere di Livorno a quello di Catania; quali ordini di servizio sono stati eventualmente impartiti (e a chi) in ordine all’assunzione della responsabilità circa la custodia e la vigilanza carceraria di un soggetto portatore di tali precedenti; per quali ragioni egli non fosse stato privato degli strumenti atti a compiere tale gesto; quali terapie, controlli specialistici ed accertamenti clinici sono stati disposti in ambito carcerario per fronteggiare la possibile reiterazione dell’intento soppressivo nonché depressione di cui era incontestatamente affetto; chi ha stabilito e per quali motivi la compatibilità del regime carcerario con la patologia da lui contratta durante la custodia intramuraria; con quale diagnosi , prescrizioni di terapie e controlli, è stato licenziato dalla struttura ospedaliera ove fu ricoverato in via d'urgenza il 10 giugno 2010 a seguito di un malore manifestatosi durante una udienza presso la Corte di appello penale di Catania»
Adnkronos, 15 Giugno 2010 43 anni, piccolo boss di Bronte, era stato condannato per mafia e doveva scontare ancora 10 anni. Era depresso. Si è ucciso nel carcere catanese di Bicocca. ENNESIMO SUICIDIO IN CARCERE Antonio Di Marco si toglie la vita con il gas di una bomboletta Alimentava un fornelletto da campeggio nella sua cella Catania, 15 giu. (Adnkronos) - Un detenuto del carcere catanese di Bicocca si è tolto la vita respirando il gas della bomboletta che alimentava un fornelletto da campeggio nella sua cella. Antonio Gaetano Di Marco, 43 anni, piccolo boss di Bronte, era stato condannato per mafia, e aveva altri dieci anni di pena da scontare. La morte è stata scoperta all'alba dai compagni di cella, con i quali l'uomo aveva guardato ieri sera in tv la partita dalla nazionale. Di Marco, cugino del boss Francesco Montagno Bozzone, l'uomo che Santo Mazzei aveva indicato come rappresentante della commissione provinciale di Cosa Nostra, era depresso dopo che la Procura di Catania aveva ordinato il sequestro dei suoi beni. Venerdì era stato visitato dallo psichiatra della struttura carceraria, ma il medico non aveva notato segni di peggioramento. Ex detenuto al 41 bis, da mesi era stato ammesso al circuito di alta sicurezza uno: in pratica avrebbe dovuto essere controllato a vista. Per commettere il suicidio, si è coperto con le lenzuola sulla sua branda. Antonio Di Marco era stato condannato e poi assolto per il tentato omicidio di Gabriele Belletto Grillo avvenuto a Bronte nel 2007. Successivamente era stato arrestato nell'ambito dell'operazione “Trash” perché ritenuto uno dei capi del gruppo mafioso del clan di Montagno Bozzone per il quale avrebbe curato il traffico della droga, le estorsioni e la detenzione di armi. | L'indegna dichiarazione di un deputato leghista 23 Giugno 2010 LA LETTERA DEL SUICIDA «La prossima corda sarà più resistente» «Carissimo avvocato, le scrivo per farle sapere che oggi ho tentato di farla finita... Ci ho provato di nuovo, ma per mia sfortuna, la corda si è rotta. La prossima sarà molto più resistente». Antonio Gaetano Di Marco, 42 anni, non ha avuto bisogno di utilizzare la corda. Ha scelto un altro metodo per togliersi la vita. Purtroppo per lui molto più efficace. È morto nella sua cella del carcere di Bicocca dopo aver respirato il gas di una bomboletta da fornello indossando un sacchetto di plastica fu testa. Le sue, sono parole contenute nella lettera che pochi giorni prima di morire (il 14 giugno scorso) aveva inviato al suo avvocato, Francesco Antille. Di Marco, imprenditore di Bronte nel settore della produzione di calcestruzzo, era stato condannato a 12 anni di reclusione per associazione mafiosa, traffico di stupefacenti ed estorsione e si trovava a Bicocca in attesa del giudizio di secondo grado. Pare che a fargli decidere di togliersi la vita (sul caso è stata aperta un'inchiesta dalla Procura) sia stato il fatto che gli abbiano confiscato tutti i beni (compresi quelli dei suoi familiari). «Mi creda - scrive Di Marco al legale il 7 giugno scorso - non ce la faccio più. Sentirmi trattato per quello che non sono e per di più essere privato, io e tutta la mia famiglia, del nostro duro lavoro. Purtroppo sono convinto che per il giorno dell'udienza, non sarò più in questo mondo. Giorno dopo giorno perdo peso... mi sono convinto che andrà tutto male ed io non posso ancora subire queste grosse umiliazioni. Sì è vero, ho fatto i miei sbagli ma solo il consumo di droga del resto non so se lei mi crede o no, ma sono innocente. Questo è un grido di aiuto, solo lei può tirami fuori da queste mura, sennò qualche giorno riceverà qualche brutta notizia. Oggi ho provato di nuovo, ma per sfortuna la corda si è rotta. Ma la prossima sarà molto più resistente. Adesso la lascio, non so se avremo modo di poter parlare qualche altra volta di presenza. Se non sarà così le chiedo di andare avanti per la mia famiglia. Vedo che non ci sono strade per poter tornare libero. Gli giuro davanti a Dio che sono innocente, e questo mi pesa tanto. Ma lascio con un dolore al cuore, non si può far morire così persone innocenti, che Dio ci aiuti». [C. G.] |
| “Dall'inizio dell'anno - si legge in una nota dell'osservatorio permanente sulle morti in carcere - 25 detenuti si sono tolti la vita impiccandosi e 4 con il gas della bomboletta da camping, mentre per altri 3 decessi causati da inalazione di gas le intenzioni suicide sono dubbie: probabilmente il detenuto ha utilizzato il butano come stupefacente, per cercare di ''sballarsi'' (abitudine piuttosto diffusa tra i tossicodipendenti in carcere), ma è subentrato un arresto cardiocircolatorio che lo ha ucciso”. “La personalità di Antonio Di Marco e le modalità con le quali ha utilizzato il gas (coprendosi la testa con un lenzuolo) fanno propendere invece per una reale intenzione suicida. Nelle carceri di Catania negli ultimi 5 anni sono morti 7 detenuti, di cui 4 suicidi. Da inizio anno i suicidi certi sono 29 (3 casi sono dubbi), mentre il totale dei detenuti morti è di 90. Negli ultimi 10 anni i suicidi salgono a 586 e a 1.688 il totale dei morti", conclude la nota.
16 Giugno 2010, pagina 11, sezione Politica interna GONNELLA: "DICHIARAZIONI INDEGNE PER UN PAESE CHE E' LA CULLA DEL DIRITTO" Pedofili e mafiosi, meglio che si suicidino Il leghista Buonanno plaude alla morte di un detenuto: è bufera ROMA - Il padano Gianluca Buonanno si è scaldato nella conferenza stampa convocata per illustrare la proposta di togliere la previdenza ai condannati di Cosa Nostra: «L' unica pensione che meritano questi animali di mafiosi è stare in galera a mangiare pane e acqua in mutande». Quindi, consegnatosi ai microfoni dei cronisti, il leghista componente dell' Antimafia ha commentato così il suicidio di Antonio Gaetano Di Marco, ex 41 bis che lunedì sera si è tolto la vita nel carcere di Catania: «Certo che se altri pedofili e mafiosi facessero la stessa cosa non sarebbe affatto male. Anzi...E sono sicuro che molti cittadini la pensano come me». Di certo non il Pd, che ha chiesto al ministro dell' Interno Roberto Maroni di censurare le «allucinanti» frasi di Buonanno, parlamentare piemontese e contemporaneamente vicesindaco di Borgosesia e sindaco di Varallo, già noto per aver disseminato per le strade poliziotti di cartone, per avere proibito l’uso del burka e del burkini e per avere inventato la dieta a punti. E così la democratica Donatella Ferranti ha invitato Maroni «a prendere immediatamente le distanze dalle gravissime parole che fanno carta straccia della vita umana e alimentano un clima di intolleranza che non aiuta la legalità». Il segretario d' aula Roberto Giachetti ha invece parlato di «teorizzazione della pena di morte volontaria». È intervenuta anche l' associazione Antigone, che ha sottolineato come «augurarsi il suicidio di una persona, detenuta per qualunque causa, è incivile e inumano. Ormai alcune forze politiche assomigliano più a orde barbariche che non a partiti moderni». Dal governo, e dunque nemmeno dalla Lega, nessuno ha condannato o difeso le parole di Buonanno, il quale ieri sera ha detto di essere stato «male interpretato» e ha parlato di «strumentalizzazioni per oscurare la serietà del Carroccio». (...) [Alberto D'Argenio] |
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13 Giugno 2010 Non paga gli alimenti, condannato Il giudice del Tribunale di Bronte, Giorgio Marino, ha condannato un padre a sei mesi di reclusione con la pena sospesa per aver interrotto arbitrariamente il pagamento dell'assegno di mantenimento di 250 euro mensili a favore della ex moglie e delle 2 figlie, una delle quali invalida civile. Teatro delle vicenda è Bronte, dove i due genitori nel 1979 si sposano. Il matrimonio sembra funzionare benissimo e nascono pure le due bambine. Dopo ben 18 anni di vita insieme, però, qualcosa si rompe e la coppia decide di divorziare e di finire davanti al Tribunale. Il giudice esamina il contesto e la situazione e decide che il marito deve pagare un contributo di mantenimento di 500 mila lire, oggi pari a circa 250 euro, alla moglie per il mantenimento delle due figlie. A questo punto, i rapporti fra i due ex coniugi si interrompono ed i due cominciano a vedersi raramente. L'uomo parte per la Germania ma, pur tornando spesso a Bronte, si fa vedere soltanto qualche volta durante l'anno. Nonostante ciò, fino al 2006 mantiene i suoi impegni, pagando regolarmente l'assegno. Improvvisamente decide di sparire e di non lasciare più tracce di sè. La moglie lo cerca, ma invano, ed essendo senza impiego è costretta a chiedere aiuto ai genitori propri per tirare avanti. Quindi, decide di rivolgersi all'avv. Samantha Lazzaro. Così la donna torna davanti al Giudice e questa volta per chiedere l'assegno. Il problema è che l'uomo non si trova e da ricerche effettuate in Germania sembrerebbe irreperibile. Intanto, la denuncia presentata dalla moglie arriva al giudizio finale, con il giudice che condanna l'uomo perché responsabile della mancata assistenza economica e morale della sua famiglia. Essendo sparito dalla circolazione, difficilmente la donna potrà avere presto il suo assegno ma non demorde. L'ex marito non potrà godere all'infinito della pena sospesa relativamente a due condanne. Di conseguenza, la donna spera che reiterando la denuncia all'ex coniuge, prima o poi, questi possa essere costretto a pagare. [L. S.]
12 Giugno 2010 «Togliere il nome Bixio la via si chiami Libertà» «Cambiamo il nome di via Nino Bixio di Bronte con via Libertà». E' l'idea del sindaco Pino Firrarello che, per rendere giustizia alla storia della sua cittadina, ha deciso di rimuovere la targa con su scritto Bixio, all'inizio della via che si trova a 2 passi da quella piazza San Vito dove furono fucilati i brontesi nel 1860, e di porvi il più simbolico, ma più vicino alle aspirazione dei contadini del tempo, "via Libertà". Gli uffici stanno redigendo l'apposito regolamento di modifica della toponomastica che il Consiglio comunale, dopo l'insediamento, discuterà. «Vero è - afferma il sindaco - che la voglia di giustizia sociale dei contadini nel 1860 sfociò in un massacro, ma è vero anche che ne seguì un orrendo giudizio sommario da parte di Bixio che non merita una via». I brontesi nel 1860 vivevano all'ombra di una fraudolenta usurpazione del territorio a favore dell'ospedale Maggior di Palermo e di Orazio Nelson. Garibaldi prometteva lo smantellamento dei latifondi e la spartizione delle terre, ma a Bronte fece un'eccezione onde evitare di compromettere i rapporti con il governo inglese, rappresentato dagli eredi di Nelson. Così per soffocare la rivolta dei contadini Bixio, fece fucilare l'avv. Nicolò Lombardo che era innocente e 4 popolani. («Sindaco, sfrattiamo Nino Bixio» / «Via via Nino Bixio»)
11 Giugno 2010 RICONOSCIMENTO DELL’UNIONE ITALIANA CIECHI Il premio Braille 2010 a Giuseppe Castiglione
Il presidente della Provincia di Catania e dell’Upi, Giuseppe Castiglione, ha ricevuto a Roma il premio Braille 2010, assegnato ogni anno all'uomo politico che si è maggiormente distinto per interventi, politiche, azioni, in grado di favorire pari dignità ai cittadini non vedenti. Il Premio, giunto alla XV edizione, è assegnato dall'Unione italiana ciechi (Uic) , associazione che da 90 anni tutela i diritti di non vedenti ed ipovedenti. Il premio a Giuseppe Castiglione è stato assegnato, in particolare, «per avere - si legge nella motivazione - dato luogo ad una fattiva collaborazione tra l'Unione Italiana Ciechi e le Province d'Italia nell'ottica dell'integrazione sociale». I presidenti dell'Upi e della Uic, Giuseppe Castiglione e Tommaso Daniele, infatti, hanno recentemente firmato un protocollo che porterà ad una sempre maggiore integrazione nella comunicazione di attività e servizi. «Un passo importante – ha dichiarato Daniele – per riuscire a costruire insieme agli enti locali nuova modalità di collaborazione e continuare ad offrire, nonostante la crisi in corso, nuovi servizi sempre più funzionati ai ciechi e agli ipovedenti italiani». Giuseppe Castiglione, ritirando il premio, ha manifestato il suo «orgoglio e la sua soddisfazione per il riconoscimento ottenuto» e ha ricordato il prezioso ruolo delle Province nell'ambito delle Politiche sociali».
10 Giugno 2010 Il testamento era falso: condannati in cinque Il giudice del Tribunale di Bronte, Giorgio Marino, ha condannato cinque fratelli di Bronte a un anno di reclusione, con la sospensione della pena, più il risarcimento dei danni in sede civile e il pagamento delle spese processuali e legali, per avere redatto e firmato un falso testamento del padre defunto, facendo credere che fosse olografo, con l'intento di escludere dall'eredità una sorella. Quest'ultima, infatti, affidatasi all'avvocato penalista di Bronte, Samantha Lazzaro è riuscita a dimostrare la verità: «Tutto - spiega l'avvocato - è cominciato nel settembre del 2007, quando la mia assistita mi ha raccontato di essere stata informata da una sorella del ritrovamento, nella cassaforte della casa del padre, venuto a mancare nel febbraio dello stesso anno, di un testamento olografo che la escludeva dalla eredità. Il fatto insospettì subito la mia cliente, in quanto il padre era analfabeta e in grado soltanto di porre la propria firma, non certamente di scrivere un testamento per intero. Così - continua - ottenuta una copia del documento, abbiamo confrontato la presunta firma del padre con quella posta dallo stesso in un altro documento sottoscritto davanti a un notaio, scoprendo che i sospetti della mia cliente erano fondati: le firme erano diverse». Così l'avvocato Lazzaro, per conto , della sua cliente, ha presentato denuncia alla Procura, ottenendo che sia il pubblico ministero, sia il giudice di Bronte ordinassero due perizie distinte per effettuare i saggi grafici ai fratelli. «Le conclusioni dei 2 consulenti legali sono state le stesse - spiega l'avvocato Lazzaro -. Il testamento era falso e la firma era stata posta da uno dei fratelli». Caso risolto anche se, in verità, l'eredità non era poi granché. Alcuni terreni, dei garage e un immobile per un valore complessivo all'incirca di 30 mila euro o al massimo 40 mila euro. La vittima ha ritrovato un sesto dell'eredità ma, contemporaneamente, ha avuto la prova di avere perso i suoi fratelli.
9 Giugno 2010 NEI 150 ANNI DELLO SBARCO DEI MILLE E DELL’UNIFICAZIONE D’ITALIA DIMENTICATO BRONTE I fatti di Bronte del 1860 Sarebbe corretto per una fedele ricostruzione storica ricordare anche quell’avvenimento | Ho letto sul sito “Sicilia Oggi. net” del 5 giugno l’intervista a firma Giuseppe Taibi rilasciata dal sottosegretario Gianfranco Miccichè su Giuseppe Garibaldi che egli definisce “una iattura per la Sicilia e che era un assassino e un ladro” con riferimento ai festeggiamenti dei 150 anni per lo sbarco dei Mille ed alla unificazione d’Italia. Sul quotidiano “La Sicilia” del 7 giugno il giornalista Giorgio Petta esalta nella ricostruzione storica del Risorgimento la beffa subita dai borboni il 25 maggio 1860 a Piana dei Greci ad opera di Garibaldi che con le sue truppe si dirige verso Misilmeri dove la “gioia dei cittadini esplode improvvisa con la gente che scende in strada ed un paese in festa”. Alcuni giorni dopo però la gente di Bronte anziché esplodere di gioia ha dovuto subire un autentico assedio delle truppe inviate da Garibaldi e guidate da Nino Bixio per soffocare la giusta rivendicazione dei coltivatori brontesi che avevano occupato le terre assegnate dal Regno delle due Sicilie all’ammiraglio inglese Horatio Nelson come riconoscimento – la Ducea di Nelson - per avere represso la rivolta contro i borboni nella Città di Napoli: in quella occasione furono fucilati 5 cittadini brontesi a seguito di un processo farsa tenutosi nel Real Collegio Capizzi. La storia che spesso viene scritta dai vincitori, come dice l’On. Miccichè, non fa per nulla cenno di questo episodio tristemente noto come “I fatti di Bronte del 1860”, che rappresentano certamente un momento tragico da dimenticare nella ricostruzione dell’epop garibaldina in Sicilia e che gli storicie voluto sottotacere. Quanto av tramandato e ricostruito soltanto lo storico brontese Benedetto Radice che l’ha descritto nel libro sulle memorie storiche di Bronte, poi dal regista cinematografico Florestano Vancini che diresse il film “Bronte cronaca di un massacro”-che i libri di storia non hanno raccontato – recentemente restaurato e catalogato come film di interesse storico nella Cineteca Nazionale di Cinecittà, e dopo dall’operatore e regista teatrale della Compagnia di Nuccio Caudullo che lo ha portato sulle scene teatrali. Nell’agenda dei festeggiamenti dei 150 anni dell’Unità d’Italia è stato ancora una volta omesso di ricordare quei fatti per i quali negli anni ’80 sono state organizzate dal Comune di Bronte intense giornate di studio e di approfondimento storico con un dibattito che ebbe come tema “Processo a Nino Bixio”. Sarebbe corretto per una fedele ricostruzione storica e per un giusto riconoscimento alla tradizione culturale della Città di Bronte ricordare anche quell’avvenimento perché – se è vero come dice il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che per salvaguardare l’Unità d’Italia dalle spinte secessionistiche ma certamente non dagli autentici fermenti federalistici ed autonomistici occorre “una forte coesione nazionale che non significa centralismo e burocraticismo” – è anche giusto che le cronache di quei giorni non vengano dimenticate. [Salvatore Leanza] | 9 Giugno 2010 LA POLEMICA. Sul web le affermazioni del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Lo storico Renda: colossale ignoranza Miccichè: Garibaldi era un assassino Gli storici lo bacchettano: eroe positivo Scoppia la polemica dopo le dichiarazioni del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio su Garibaldi. Per gli storici: lecite le interpretazioni, non lo è invece l'oltraggio
| I GARIBALDINI BRONTESI L’elenco dei brontesi che "corsero ad arruolarsi sotto la bandiera" di Garibaldi ci è fornito dallo storico brontese Benedetto Radice nelle sue “Memorie storiche di Bronte” «Furono Garibaldini: Sebastiano Casella, Schiros Vincenzo, Giovanni Longhitano Cazzitta, Luigi Mangiovì, Nunzio Meli fu Antonino, capraio, Pasquale Pettinato, Vincenzo Mazzeo, fabbro, Nunzio Pinzone, Giuseppe Lombardo Emanuele, Placido Gangi, Giuseppe Gangi, Salvatore Zappia Biuso fu Giovanni, che, ferito alla battaglia del Volturno, mutò la camicia rossa nel saio del Cappuccino. I fratelli Mariano ed Arcangelo Sanfilippo che si erano già arruolati a Palermo e gli altri due fratelli Pietro e Filippo, che, cercati quali promotori del tumulto, trovarono asilo sotto la bandiera. Si arruolarono pure a Messina i caporioni delle stragi dell’agosto; Giosuè Gangi, Ignazio Quartuccio, Arcangelo Attinà Citarrella, Giuseppe Attinà Citarrella, Nunzio Meli Fallaro, ma la camicia rossa non li salvò dalla galera.» |
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8 Giugno 2010 Sos del consigliere provinciale Parrinello «Ss. 284 dissestata, bisogna intervenire» Era aprile 2009 quando sull'asfalto della Ss 284 nel tratto Bronte-Maletto si sono formate fratture che preoccuparono parecchio gli automobilisti. In particolare un tratto di strada, lungo quasi 100 metri, si è come abbassato di qualche centimetro che piano piano è cresciuto fino a provocare un dislivello che costringe soprattutto i mezzi pesanti e le ambulanze a rallentare. Per riempire le fratture è stato posto dell'asfalto, ma il dislivello è rimasto, ed in tanti si chiedono la natura dell'abbassamento del terreno e se in qualche modo c'è il rischio di vedere un giorno il transito veicolale compromesso. Per questo il consigliere provinciale di Maletto, Nunzio Parrinello ha inviato al dirigente tecnico dell'Anas per la Sicilia orientale, Giovanni Iozza, una lettera, chiedendo un incontro: «La Ss 284 - afferma - presenta dissesti e criticità in almeno 5 punti. E' un'arteria stradale importante per la viabilità dell'Etna. E' percorsa ogni giorno da tantissimi pendolari che lamentano e si preoccupano degli avvallamenti. E' arrivato il momento di capire qualcosa di più, sapere se c'è il rischio che il transito veicolare un giorno possa essere interrotto, isolando comunità come la mia Maletto e se l'Anas ha previsto interventi strutturali atti a scongiurare questo paventato rischio». [Gaetano Guidotto]
6 Giugno 2010 Si finge ricco per ingraziarsi i suoceri Aveva messo in campo tutta la propria competenza di ingegnere informatico per conquistare una ragazza. Lui di Catania, lei di Bronte. E percorreva 120 chilometri, andata e ritorno, quasi tutti i giorni, rimettendoci pure i soldi della benzina, con grandi sacrifici economici, visto che era disoccupato e squattrinato. Agli anziani genitori della ragazza faceva credere di essere benestante al punto che, per accattivarsi la loro stima, si offriva di pagare di tasca propria le bollette dell'acqua; si faceva dare i bollettini e poi glieli restituiva col bollo delle Poste. Fin qui la storia potrebbe apparire persino banale se non fosse per il fatto che il giovane quelle bollette non le aveva mai pagate, ma anzi - come ha avuto modo di appurare la polizia postale di Catania - ne aveva falsificato i timbri. Gli importi, è vero, non erano salati, roba di 3050 euro alla volta, ma lui comunque quei soldi non li aveva e allora aveva realizzato, usando software grafici, le impronte dei timbri di Poste Italiane, stampandoli di volta in volta sulle bollette per simularne l'avvenuto pagamento. Ma la magagna è venuta fuori diversi mesi dopo, nell'aprile scorso, quando i «suoceri» hanno rischiato di restare coi rubinetti a secco per morosità. Così l'ingegnere, oltre ad aver perso l'amore, è stato denunciato per contraffazione di impronte di pubblica certificazione e truffa allo Stato. [Giovanna Quasimodo]
6 Giugno 2010 MALETTO Liberate istrici e aquile adulte trovate ferite nei giorni scorsi In occasione della «Giornata mondiale dell'ambiente», istituita dall'Onu per sensibilizzare i cittadini e gli Stati su un tema nodale per il futuro del nostro pianeta, ieri sera l'assessorato all'Ambiente della Provincia regionale di Catania ed il Centro recupero fauna selvatica di Valcorrente (ente provinciale gestito con merito dal Fondo siciliano per la Natura, presieduto da Luigi Lino) hanno rilasciato nei boschi di Maletto delle istrici ed una coppia di aquile adulte, che nelle scorse settimane erano stati ritrovati feriti. Gli animali selvatici, piuttosto rari nelle zone etnee, sono stati ritrovati in territorio di Ramacca, Giarre e di Ponte Barca. Alla liberazione hanno partecipato, oltre al prof. Lino ed a Franca Mucciano del fondo siciliano per la natura, l'assessore provinciale all'Ambiente, Giovanni Bulla, il dirigente Valerio Saitta, il comandante del Distaccamento Forestale di Bronte Vincenzo Crimi ed il sindaco di Maletto Giuseppe De Luca. [G. Gui.] |
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